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rome de finisRome. Nome plurale di città
a cura di Giorgio de Finis  e Fabio Benincasa
Bordeaux Edizioni 2016

 

La raccolta di interventi pubblicata da BORDEAUX EDIZIONI testimonia come la città sia un congegno complesso e da maneggiare con cura. Occorrono quanti più luoghi di osservazione possibili per comprenderne interamente il moto, le connessioni interne. Ogni contributo raccolto da Giorgio de Finis e Fabio Benincasa rappresenta un grimaldello per accedere alla verità o alla sua soglia. Poesia, impegno politico, architettura, teatro, creatività battagliera, arte, dissenso, rivelano i punti di messa a fuoco necessari a elaborare l’immagine odierna di una città a cui non sono bastati i toni caldi e finto-decadenti della Grande Bellezza di Paolo Sorrentino per rendersi credibile.
Il discorso Roma slitta su adiacenti piani di lettura, fatalmente si propaga nell’invaso imbrifero nazionale: stessa incuria, stessa povertà ringhiosa, stessi maneggi. La capitale perduta, laboratorio di sofisticazione, evidentemente caposaldo di una consuetudine diffusa all’individualismo, all’abbandono di ideali.
È una narrazione onnicomprensiva quella proposta in “ROME – Nome plurale di città”, occhio aerospaziale dalle origini al presente cronaca inclusa, Roma stratificata e Roma che sperimenta nuove forme di lotta, di condivisione (l’esperienza del Teatro Valle occupato, il museo “abusivo” MAAM sulla Prenestina) ma che allo stesso tempo viene corrosa da una sorta di strategia del “brutto”. Non più corruzione, incompetenza, clientelismo, degrado come piaghe da sanare ma come pezzi di una scacchiera perversa, focolai per sfiancare e far disamorare il cittadino, appunto imbruttirlo, “il solo modo per comprendere l’impasse che caratterizza Roma – sintetizza efficacemente Giorgio de Finis – è cominciare a leggere come un piano la mancanza di piani”.
E se non è la Grande Mela, Roma, può almeno essere, con tutti i suoi strati… la Grande Cipolla, evoca Livia Claudia Bazu, dove lo strato più superficiale, esposto e polverizzato, è rappresentato dai nuovi arrivati, figli adottivi o avventurieri di passaggio, membri di comunità che a volte si assemblano per entrare a far parte della storia di Roma. Migranti negli anfratti della città nonostante tutto eterna, apparato digerente di forza lavoro volatile, assai più che precaria, buona per i meschini abusi di locatori e mezzani.
“Roma è una fossa di gatti che ti sbranano a morsi troppo piccoli per far sprizzare intorno a te l’alone del martirio” scrive Edoardo Albinati nel suo breve saggio che ben esprime lo spaesamento e e anche la sovrabbondanza di stelle polari a disposizione di chi desidera orientarsi, di crescere nonostante l’iniziale avversione, “eppure malgrado la diffidenza, o grazie a essa […] mi succedeva di avanzare nella comprensione di ciò che veramente significano l’originalità, l’origine: ed erano le letture della classicità a indirizzarmi in questa scoperta”.
Nella fisiologia dell’opera spiccano le analisi sugli assetti urbanistici sedimentati e in divenire, mappature di una Roma sempre più non-Roma, a partire dalle parti storiche “da mettere a frutto” fino alle periferie disperse dove “chi vi abita ha bisogno di mentire e di dire: sto a Roma”. La mancanza di un’idea organica di città, l’abbandono di un “credo” politico, lasciano quindi campo libero al degrado istituzionale, al malaffare e alle sconcertanti derive di Mafia capitale. Un groviglio di menti ostili e vittime a cui fa da mirabile cornice lo schizzo patafisico di Géraphin Brunur… “Roma senza pietà, mattatoio sublime, la finiremo con un tonante rutto, di digerirti e sciorinarti in rime”.
Funzionale alla veridicità, alla completezza dell’antologia, l’esigenza di affidarsi alla caratteristica decisiva della città, quella di essere come un caleidoscopio frammentario di punti di vista che si riassemblano all’infinito.
Ne deriva (senza far conto su artifici) un discorso accorato e allo stesso tempo meticoloso, una visione plurale (esito di 49 interventi di artisti e intellettuali) da cui – precisa Giorgio de Finis, uno dei curatori – “abbiamo escluso questa volta i politici, gli amministratori, le archistar, i direttori di musei e i vertici delle tante realtà istituzionali che operano nella capitale. A loro in una qualche misura imputiamo lo stato di cose che ha reso Roma la città invivibile, inospitale, ingiusta che è diventata”.

Paolo Risi

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Rome. Nome plurale di città |a cura di Giorgio de Finis – Fabio Benincasa

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