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Sarà un capolavoro – Lettere all’agente, all’editor e agli amici scrittori |
a cura di Leonardo G. Luccone, traduzione di Vincenzo Perna

minimum fax 2017

 

Nota di Paolo Risi

 

Se è vero che la scrittura è soprattutto sudore e dedizione, se è vero che la scrittura è in grado di intrappolare le vibrazioni più recondite, allora queste lettere, così organizzate, sono una biografia di F. Scott Fitzgerald. Uno sguardo angolato che accorpa i frammenti di vita con il mastice dei diari, che allinea i mattoni della bêtise con la malta della scrittura.

L’antologia edita da minimum fax possiede davvero una completezza biografica. Osserva, attraverso lo scandaglio dello scambio epistolare, gli anfratti di un’esistenza schermata in superficie da un luccichio ingannevole. Perché si è portati ad alimentare una drammaturgia glamour, quando ci si pone di fronte alla parabola scoppiettante di F. Scott Fitzgerald, storditi dal fascino irradiato dal talento e dai suoi misteriosi effetti collaterali. Ma appunto “Sarà un capolavoro – Lettere all’agente, all’editor e agli amici scrittori” racconta la fatica dello scrittore, la passione ardimentosa, le incalcolabili debolezze, la consuetudine alla generosità, testimoniata anche dalla moglie Zelda, che tre giorni dopo la morte di Fitzgerald rivelò: “Ha dedicato notti su notti a lavorare sui manoscritti di altri, a spostare paragrafi e a dare qualche buon consiglio, perfino quando era troppo malato per prendersi cura di sé”.

Circoscritti e ben definiti gli argomenti trattati nelle lettere inviate e ricevute dallo scrittore statunitense, suddivise, all’interno della raccolta, in cinque capitoli che coprono un arco temporale di ventitré anni, da i “Primi successi (1917-1922)” a “Le luci opache di Hollywood (1937-1940)”. 

Problemi di soldi, innanzitutto. I debiti incalzano quasi implacabilmente Fitzgerald, che chiede anticipi e prestiti, e al contempo si ingegna per onorarli. Sorprende l’intreccio fra le ambizioni dello scrittore, le esaltazioni e i crucci legati al desiderio di affermarsi, e i tormenti finanziari che lo accompagnano. Il denaro, la volubilità che gli è propria, segnano e intralciano il percorso di F. Scott Fitzgerald, entrate e uscite sono costitutive di una biografia in divenire, glorificata dal fuoco della scrittura. In alcuni momenti i debiti sembrano travolgerlo, minarne la stabilità emotiva, in altri appaiono come una coordinata di riferimento, un pungolo fastidioso ma necessario che riporta il tutto alla realtà, al dominio della responsabilità individuale.

La contropartita per aver scelto la professione del romanziere è la perenne battaglia contro le necessità, i vuoti di ispirazione e dell’anima. Non gli verranno di certo in soccorso la confidenza con l’alcol e le mirabolanti concessioni alla prodigalità, spalleggiato in questa doppia attitudine dalla moglie Zelda Sayre. Si legge nella postfazione al volume: “Nell’arco della sua carriera Fitzgerald ha guadagnato quasi cinquecentomila dollari, una cifra stellare, che ha polverizzato senza accorgersene, riducendosi, per tanti anni, a piatire anticipi sui futuri guadagni”.

Nell’antologia curata da Leonardo G. Luccone, e che si avvale delle traduzioni di Vincenzo Perna, risaltano due figure professionali, che plasmano e contribuiscono a far decollare la carriera letteraria dell’autore de Il grande Gatsby: si tratta dall’editor Max Perkins e dall’agente Harold Ober. Il loro è un apporto che spesso travalica le consuetudini e gli obblighi contrattuali. Entrambi forniscono a Fitzgerald un costante sostegno morale e soprattutto economico, a testimonianza della fiducia che essi ripongono nelle capacità del loro scostante pupillo. “Familiare aggiunto, confidente, assistente sociale, psicologo” questo fu Max Perkins per Scott. Ciò che si legge nel fitto dialogo epistolare fra il compassato editor e il suo più “ostico” autore rende conto di un legame realmente essenziale, calibrato fin nei minimi dettagli dal tatto e dalla competenza relazionale di Perkins. Così l’editor esprime a Fitz la sua cristallina visione del rapporto tra un autore e il suo editore: “Se uno scrittore non è più convinto di noi dopo che gli abbiamo pubblicato due libri, non deve sentirsi obbligato a uscire ancora con noi, e noi stessi non vogliamo essere gli editori di chi non è onesto abbastanza da riconoscere che abbiamo fatto un buon lavoro, se l’abbiamo fatto, e di darci una prelazione. Però se al terzo o quarto libro può ottenere condizioni migliori da un altro editore è giusto che ci chieda un adeguamento dei termini contrattuali. In ogni caso i rapporti con un autore non possono essere soddisfacenti se sono esclusivamente di lavoro”.

Le missive inviate all’editor e ai funzionari della casa editrice Scribner, testimoniano l’attenzione che Fitzgerald rivolge all’intero processo editoriale. Dal testo, alle quarte di copertina, all’impaginazione, la filiera che concerne la pubblicazione viene sondata meticolosamente dallo scrittore. Ogni minimo particolare viene considerato, rimesso in discussione e ripensato se ritenuto migliorabile. Ogni singolo racconto, almeno fino a quando Fitzgerald ha il pieno controllo sulla propria opera, ha un destinatario ideale, una rivista che sia in grado di esaltarne le peculiarità o di stemperarne in qualche modo i difetti. La sua verve, la passione per la contemporaneità letteraria, si esprimono anche attraverso considerazioni e ficcanti giudizi di valore. Rivendica in alcune lettere una sorta di sensibilità divinatoria, una capacità di riconoscere il talento letterario, si spende per alcuni scrittori, realizzando, si direbbe oggi, un’operazione di scouting.

Generosi, ma anche sferzanti, i consigli che Scott rivolge a Ernest Hemingway. Nelle missive le valutazioni sono ondivaghe, in alcuni frammenti rasentano la pignoleria. Legge le bozze di Addio alle Armi, Fitzgerald, realizzandone a riguardo un’impietosa analisi strutturale e linguistica, contenuta in una lettera del giugno del 1929. Hemingway viene bacchettato con frasi del tipo “Poco più che una specie di esercizio letterario – a me pare che questo dovrebbe essere eliminato del tutto, addirittura riscritto”. Ma non mancano le lodi, gli apprezzamenti su alcune parti già ottime “la scena di quando compra la pistola è magnifica”, “p. 241 è una delle pagine migliori che tu abbia mai scritto”, “quella da pagina 218 in poi è la miglior scena di tutta la narrativa recente”.

Le lettere che si scambiano i due autori hanno un tono a volte cameratesco, altre volte sono dolenti, intrise di malinconia. Il rapporto con Hemingway ricalca uno schema comportamentale consueto, caratterizzato inizialmente dallo spirito di condivisione, e in seguito oscillante fra sentimenti di invidia e diffidenza. Scott è ammirato e allo stesso tempo disturbato dal talento dello scrittore di Per chi suona la campana. Il loro sodalizio è fatto di alti e bassi, e più volte verrà scalfito e messo in discussione.

Sarà un capolavoro – Lettere all’agente, all’editor e agli amici scrittori” offre, è quasi inutile rimarcarlo, molteplici motivi di interesse. Innanzitutto si appropria della potenza insita nello scambio epistolare, mettendo sul piatto la cronaca e la psicologia di uno scrittore simbolo del novecento americano. È letteralmente un dono, la possibilità offertaci di osservare un materiale biografico e sentimentale che non contempla intermediazioni e sfumature. Seguire F. Scott Fitzgerald nelle sue contorsioni, accompagnarlo nelle derive e nelle esaltazioni momentanee, permette di valicare il confine fra realtà e rappresentazione, accedere con naturalezza nel tempio della letteratura intesa come estasi immateriale e conquista.

Ma c’è anche la nuda registrazione contabile, l’elencazione di cifre e desideri inappagati sulla tabella di marcia di uno scrittore per certi versi insaziabile. Impietosi i bilanci, quasi mai in attivo, e all’orizzonte un destino coccolato e ingrato, che non farà sconti. Fa capolino la depressione, l’amarezza che lo spingerà a scrivere, in una lettera alla moglie: “Almeno la vita sarebbe stata meno grigia, ci sarebbero state feste con gente in grado di offrire qualcosa, conversazioni con persone che avevano qualcosa da dire. E più tardi bagni, e abbronzature ed essere giovani e in riva al mare”.

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