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scrittori volodine

di Andrea Zandomeneghi

RICORDARE I LIBRI:

Prima edizione in lingua originale: Écrivains, Parigi, Seuil, 2010.

Prima edizione italiana: Scrittori, Firenze, Edizioni Clichy, 2013, traduzione di Didier Contarini e Federica Di Lella

Ed ecco che dimesso, in lontananza, s’intravede il primo focolaio immaginifico e oniropompo di narrat e a poco a poco il contagio subliminale si diffonde tentacolare. Ed ecco che in sordina nel 2011 con Scrittori approda in Italia Volodine e che nel giro di qualche anno escono prima Undici sogni neri (con l’eteronimo di Manuela Draeger, Edizioni Clichy, 2013, traduzione di Federica Di Lella) e poi nel 2016 Angeli minori (L’Orma, traduzione di Albino Crovetto) e Terminus Radioso (66thand2nd, traduzione di Anna D’Elia).

Alla luce del sempre meno periferico posto occupato da Volodine nel dibattito intellettuale e nell’immaginario letterario italiani, (sebbene questo spostamento centripeto stia avvenendo lentamente, a strappi, con ritardo, nell’indifferenza delle maggiori case editrici e anzi completamente al di fuori del loro circuito) si ricorda oggi appunto il suo primo testo tradotto ed edito in Italia, Scrittori.

Il fulcro essenziale dell’opera di Volodine è esplicitamente il narrat, cardine della sua poetica post-esotica: la parola nonostante la morte della parola e del parlante, durante la morte della parola e del parlante, la parola apocalittica e quindi visionaria. La parola dopo e oltre la parola, che racconta simboli collettivi, non archetipi, simboli in senso proprio (e visione di simboli), e si esprime in gergo onirico – che si disvela come più incisivo rispetto agli altri idiomi metaforico-paradigmatici. In questo senso si può parlare di onirologie in Volodine e si può inquadrare narrat come ciò che dice la parola di Volodine. Un esempio emblematico della fauna e della prospettiva dei narrat: «Anche noi apparteniamo a questa umanità morente che tu descrivi, anche noi siamo arrivati là, all’ultimo stadio della dispersione e dell’inesistenza» (Angeli minori, pgg. 91-92). Vengono definiti i narrat «strane storie» e viene precisato che «la stranezza è la forma che prende il bello quando il bello è disperato» (ibidem, pag. 93). Viene definito come funzionano: «I narrat lavorano al fondo della coscienza in maniera musicale, per analogia, simultaneità, magia» (ibidem, pag. 150). Vengono infine definite la realtà e il contenuto dei narrat: «Tutto è già accaduto esattamente come lo descrivo, tutto si è già verificato così in un momento qualunque della vostra vita o della mia, o accadrà più tardi, nella realtà o nei nostri sogni. In questo senso è tutto molto semplice. Le immagini parlano da sole, sono senza artificio, non nascondono nient’altro che loro stesse e coloro che parlano» (bidem, pag. 182).

Sogno, immagine, storia, parlare: ecco i quattro aspetti-chiave in cui si sostanziano i narrat e attraverso cui leggere le narrazioni di Scrittori, dove – rispetto ad Angeli minori, che c’ha fornito l’appartato ermeneutico di base e che presenta una panoramica più ampia, frastagliata e eterogenea – l’area semantico-diegetica è circoscritta alla categoria eponima: le onirologie hanno come oggetti e soggetti scrittori deturpati dalla vita che ne abitano e ne parlano le rovine, miserrimi e schiacciati e allucinati, internati e reclusi e carcerati, orrendamente malati e analfabeti e monomaniacali, addirittura morti eppure ancora necessariamente parlanti perché la parlabilità è l’unico modo di «abitare senza vergogna le macerie del tutto» (ibidem, pag. 183), di se stessi anzitutto. E così c’è la scrittrice post-esotica che dopo il proprio decesso «respira rumorosamente, scoraggiata, sopraffatta, piena di vergogna al pensiero del suo corpo nudo, fermo impalato di fronte al pubblico. Sa che deve parlare. Tutto è osceno, la morte cosciente, e la sua nudità, e il brusio dei suoi organi, e quel suo stare lì come un’alienata, immobile davanti all’ignoto, davanti a degli ignoti e al nulla, e la sua bocca e suoi orifizi non ostruiti dopo la morte, e sa che per darsi un contegno e non mettersi a urlare o a singhiozzare dal terrore, per non lasciarsi sopraffare dall’angoscia, non le resta altra scelta che parlare» (Scrittori, pag. 127). Ma – e questo è fondamentale sottolineare nella poetica post-esotica dei narrat – la parola (irrinunciabile) è sempre seconda rispetto al primato del sogno che è anzitutto immagine e situazione: «All’inizio, almeno nel nostro mondo post-esotico, all’inizio non c’è il verbo. Non c’è il verbo ma c’è un po’ di luce e anche se non c’è luce c’è l’immagine di un luogo e di una situazione, e solo l’immagine conta. Solo l’immagine prende forma fin dall’inizio e si impone» (ibidem, pag. 132). «La memoria» degli scrittori post-esotici «è diventata una raccolta di sogni» e la rappresentazione più icastica di questo dedalo oniro-psichedelico – l’ordito dei narrat – è la scrittrice tumulata viva nel manicomio giudiziario che recita un narrat che non ha composto, che è circolato oralmente nelle prigioni dove in passato è stata relegata, immaginando «di avere le braccia aperte per sentire meglio il vento della steppa, per abbracciare meglio l’universo dell’erba e del cielo, e immagina che di fronte a lei si sia radunato un gruppo di nomadi simpatizzanti, o di vagabondi coperti di bende, appena evasi dai forni infernali, o di corvi neri posseduti da sciamani. Immagina il pubblico, il nostro pubblico, e dice il mondo, e nel dire il mondo parla di noi» (ibidem, pag. 29).

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Scrittori| Antoine Volodine

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