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Eleonora De Nardis è autrice del romanzo “Sei mia” edito da Bordeaux edizioni di Roma (del quale è possibile leggere un estratto qui) con il quale viene trattato un tema molto forte e attuale quale la violenza domestica. Abbiamo rivolto qualche domanda all’autrice:

In che modo la scrittura rappresenta una via di uscita o di cura?
Sono da sempre convinta che la cura di sé, intesa come riscatto di uno spazio personale entro cui comprendere e ricomporre i costrutti della propria identità, sia un’emergenza – e un’esigenza-  che nasce sovente dalla volontà di riappropriarsi della propria soggettività. Solo attraverso la narrazione del sé è possibile riprendere in mano i fili della propria esistenza, raccoglierne i frantumi e cercare di reinserirli in una cornice di senso compiuto per ritrovare se stessi. Il particolare valore insito nella scrittura del sé risiede proprio in questo: in quel processo di ricerca, di scavo interiore, che non si basa sul puro ri-esperire ma è un rivivere, un riscoprire e un re-interpretare, eventi e azioni del passato, relazioni e affetti per rintracciare, riannodandole, le coordinate storiche ed emotive del percorso esistenziale di ciascuno, in qualsiasi età della vita. 

sei miaSi dice che quando un libro è scritto non è più solo dell’autore ma di chi lo legge, in che modo può essere vero per il suo?
Autore e testo prendono vita solo allorché un lettore vi si accosti. Quando ho scritto Sei mia non ci avevo pensato più di tanto, ma quando ho scelto – non senza contorcimenti interiori- di condividere il testo con tutti (e quindi con chiunque) mi sono presto resa conto che il romanzo, proprio perché scritto sotto forma di diario, aveva il potere di coinvolgere incredibilmente il lettore in una sorta di simbiosi empatica con la protagonista. Il primo bacio ricevuto da Eli lo riceve anche il lettore, il primo schiaffo preso in pieno viso da Eli lo prende anche chi entra con gli occhi in quelle righe.
Sto vivendo un’esperienza intensa di feedback della scrittura e di questo sono infinitamente grata ai miei lettori.

Cosa consiglia a donne che vivono condizioni simili oggi?
Innanzitutto consiglio di cercare in ogni modo di trascendere paura e pudore e catalizzare l’emersione del fenomeno. Quasi sempre le donne abusate ne provano vergogna e – minacciate, ricattate, annichilite – non ne fanno parola con nessuno. Quasi sempre sono persone isolate, recluse, costrette alla solitudine. Occorre spronare a parlarne, a confidarsi, a chiedere aiuto. I centri antiviolenza esistono e fanno un grande lavoro. Ma attente a chi vi rivolgete: non sempre gli avvocati fiduciari di questi centri sono professionisti validi. Prima di affidarvi, prendete ossigeno denunciando il vostro oppressore e assicurandovi al sicuro. Poi riflettete, valutate con calma. Un altro problema è quello della subordinazione economica. Senza un posto dove andare, senza un lavoro, spesso con figli piccoli, le vittime di violenza rinunciano alla propria emancipazione prima ancora di trovare la forza di fuggire, di denunciare. Recenti sono le proposte di legge di sgravi fiscali per chi assume donne vittime di violenza. Della Regione Sardegna è la proposta di un reddito minimo per loro, un “reddito di libertà” da cui ripartire. Sono piccoli segnali che accendono la speranza che qualcosa si stia muovendo. Poi, quando denunciano, queste donne sanno che i tempi di un giusto processo rischiano di ricalcare quelli di ere geologiche. E a nulla valgono le misure cautelative di non avvicinamento dei violenti. Purtroppo i fatti fotografano quasi sempre la cronaca di drammi già preannunciati. Sono stati da poco approntati protocolli ad hoc che dovranno seguire i Pm e i tribunali che si trovino di fronte a casi di violenza e stalking. Anche questo è uno spiraglio di luce nell’oscurità. Noi tutti: non abbassiamo la guardia, non smettiamo di parlarne e scriverne. E, soprattutto, chiariamo una volta per tutte che se ti picchia, se ti insulta, se ti zittisce, se ti umilia, se ti isola, se ti reclude, se distrugge i tuoi sogni, allora stai pur certa: non è amore.

Quali obiettivi si era posta con questo lavoro?
Era mio desiderio cercare di aiutare chi ha vissuto un dramma che lo ha annientato, fino a fargli credere che tutto fosse perduto. E non avevo altro mezzo a mia disposizione se non la parola e la scrittura. Per questo spero che questo romanzo lo leggano in tanti, anche coloro che si trovano ad affrontare altro genere di sofferenza. Quando il dolore è totalizzante, diventa subdolo, cinico. Ci porta a un investimento esclusivo di tutte le nostre energie, risucchiandole. E invece si può scegliere di investire in qualcos’altro, si possono rendere le nostre passioni ( per la protagonista di Sei mia l’arte, la letteratura, l’amore per i figli) il nostro vero rifugio, la nostra strategia di ritorno alla vita. Poi, volevo focalizzare l’attenzione sul mistero del femminile: risorse, egoismi, solidarietà e una forza incredibile nel rialzarsi che ha sempre del miracoloso.

Cosa pensa della condizione femminile attuale?
Indicatori sociali ed economici mostrano che sono le donne a sopportare il peso maggiore dell’arretratezza culturale ed economica nelle comunità più povere.

Tre quinti del miliardo di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà sono donne. Dei 960 milioni di analfabeti, due terzi sono donne, ragazze e bambine. Ogni giorno 1.600 donne e più di 10.000 neonati perdono la vita per cause legate alla gravidanza e al parto. 1 donna su 5 nel mondo ha subito una qualche forma di violenza. Le statistiche indicano che la violenza contro le donne è un fenomeno universale e che ha varie forme: fisica, sessuale, psicologica ed economica, disparità nelle cure e nell’alimentazione, carichi di lavoro eccessivo e socialmente poco riconosciuto. Per dirla con Simone De Beauvoir, siamo ancora, nell’immaginario collettivo, “il secondo sesso”.
Nel 2005, il nostro Paese è stato oggetto di osservazione da parte del Comitato per l’eliminazione della discriminazione contro le donne dell’ONU, che denunciava la tendenza, in Italia, a mercificare il corpo femminile nei media (TV, pubblicità) e a relegare la donna in ruoli subalterni. Il comitato dell’Onu osservava che “tali atteggiamenti sono la causa della posizione svantaggiata delle donne sul lavoro e nella politica”, e consigliava di “promuovere un’immagine delle donne alla pari in tutte le sfere della vita”.
Le epoche si evolvono ma i pregiudizi rimangono immutati. Quando al Festival di Venezia appena conclusosi l’unica regista donna, l’australiana Jennifer Kent, è stata fischiata e insultata, vessata dal pubblico in sala con turpiloquio becero e sessista, orribile e idiota,  ho pensato che la strada è ancor molto, molto lunga…

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Scrivere al femminile: intervista a Eleonora De Nardis