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Horacio_Quiroga

Horacio Quiroga (Salto, 31 dicembre 1878 – Buenos Aires, 19 febbraio 1937) è stato uno scrittore uruguaiano.

È considerato il fondatore del racconto ispanoamericano moderno ed uno dei più importanti autori di racconti del mondo ispanoamericano in assoluto. (Wkipedia)


di Francesco Mencacci

Horacio Quiroga è un tizio geniale che pochi conoscono ma che tutti farebbero bene a frequentare, e parlo non solo di buone letture e ottimi consigli di scrittura, ma soprattutto di una persona che pare aver vissuto tre vite in una, e che ne ha messa molta, di vita, nei racconti che scriveva.

Io quando leggo le sue cose penso sempre al Vargas Llosa di Lettere ad un aspirante romanziere (Einaudi, 1998) quando dice che lo scrittore è come il Catoblepa, l’animale mitologico che si divora dalle gambe, apparso a Sant’Antonio nel romanzo di Flaubert La tentazione di Sant’Antonio (Einaudi, 1990), e allo stesso modo mi pare di capire che alcuni scrittori più di altri si nutrono di se stessi, puntando su quello che Antonio Moresco chiama “il realismo delle loro ossessioni”, e lo fanno in un modo che riescono a mascherare a fatica.

Quiroga non sceglie i propri argomenti, è scelto da essi, scrive di certe faccende che affondano le loro radici nel realismo magico sudamericano, e sono cose che gli sono successe davvero, forse un po’ edulcorate, ma insomma è molto probabile che le anaconde ce le avesse sotto casa.

E’ un incrocio fra Flaubert e Kipling, e quando parla di certi ex-uomini grossi e taciturni, come Juan Brown, capitati inseguendo chissà quale ossessione a Misiones, nel profondo della foresta pluviale, uomini “a cui si potrebbe imputare qualsiasi colpa, tranne quella di essere noiosi”, sembra che dica, come Flaubert nel suo famoso processo del 1857, “Don Juan c’est moi!”.

Quiroga però non è solo un sognatore ai confini del mondo accademico del suo tempo, quando è nella foresta sente la mancanza del mondo letterario, e nel 1925 pubblica il suo Décalogo del perfecto cuentista. Lo fa con intenzioni ironiche e dissacranti, per prendere in giro un certo modo impostato di fare letteratura che non approva, e in aperta polemica con i circoli letterari che guardano con ammirazione alle avanguardie parigine, e che dicono cose del tipo “Quiroga, mmm sì insomma… ha scritto racconti che aveva scritto meglio Kipling”.

Lui ascolta e osserva, e come reagisce? Si batte per sbandierare la sua autenticità e originalità? Neanche per idea, stila il suo Decalogo, e riconosce apertamente le influenze dei suoi maestri indiscussi: Poe, Maupassant, Cechov, Kipling.

Al punto 1 del Decalogo scrive questo: Credi nel maestro come in Dio stesso, riconosci i tuoi modelli.

(Mi pare di capire che non bisogna aver paura del fatto che la letteratura sia una storia di riscritture, saccheggiamenti e fascinazioni, che si possa ad esempio partire da un incipit di un romanzo famoso che amiamo per generare altro, o imitarne stile e contenuti come forma di ricerca di una “voce originale”. Anzi, direi che si applica alla letteratura la teoria del “colpo di spazzolone” di Emilio Vedova, geniale pittore veneziano: quando vedeva gli allievi paralizzati dal senso di inadeguatezza, dal “peso” di tutti i grandi maestri del passato sulla tela bianca e immacolata, immergeva lo spazzolone in un barattolo a caso e dava un colpo di colore sulla tela, rompeva quel muro di paure e dando via libera alla loro personale espressione artistica.).

Al punto 8 dello stesso Decalogo scrive più o meno così: prendi i tuoi personaggi per mano e conducili con fermezza fino alla fine, senza badare ad altro che al cammino che gli hai tracciato, senza distrarti con cose che loro non sarebbero mai interessati a vedere.

Non abusare della pazienza del lettore, sembra dire “sii diretto al centro dell’azione ed evita descrizioni lunghe e ridondanti”. Un racconto è un romanzo depurato dai pleonasmi, che presenta fin dall’incipit una naturale tensione verso la fine: poche icastiche descrizioni e le cose precipitano.

Viene il dubbio che abbia letto e mandato a memoria la lezione del Cechov de La signora col cagnolino (1899): in questo racconto lo scrittore russo ci presenta una specie di playboy sfatto e in disarmo, l’antenato del Graziano Biglia di Ti prendo e ti porto via di Ammaniti, in cerca di avventurette in luogo di mare. Solo che siamo a Yalta sul Mar Nero, anziché sulla costa laziale, e lo fa incontrare con un’avvenente signora vestita di conturbanti trine, e con cagnolino chic di corredo. Lui, un narcisista disilluso e cinico nei confronti dell’amore, un tizio che si capisce subito meriterebbe di soffrire un po’, di innamorarsi ed essere respinto, e lei annoiata e triste, una che di sé dice cose del tipo “nella vita non ho tradito mio marito ma ho tradito me stessa”. Eccolo il piano inclinato che Cechov predispone a meraviglia con poche pennellate, le cose precipitano e Cupido ha già la freccia pronta.

Quiroga ama due tipi di personaggi: i derelitti e disperati, ancora illuminati da scintille di dignità, che abitano luoghi di frontiera come Misiones (e che descrive bene nell’incipit magistrale del racconto “Gli emigrati” o in “Magione-Tacuara”), e i suoi personaggi-animali, quasi sempre serpenti con veleni letali e orgogliosa baldanza, che parlano come gli uomini ma non si lamentano mai come gli uomini (Tigre per sempre – Einaudi 2016).

E comunque a me Quiroga piace anche per l’improntitudine e il coraggio della sua esistenza, mi sembra un totem a cui inchinarsi ogni volta che ci sembra di vivere vite che non sono la nostra: non dico fare quello che ha fatto lui (vi accorgerete che era parecchio strambo), ma decidersi, una buona volta, ad increspare la superficie delle nostre esistenze, ad azzannare la nostra, di vita, come le tigri o le anaconde uscite dai suoi racconti.

Che poi non vuol dire per forza fare cose memorabili, vuol dire capire una buona volta “Come diventare se stessi” (David Foster Wallace/David Lipsky – Minimum Fax 2011), anche se fa male, anche se pare impossibile, e se quel te stesso ti spinge a sparire nella foresta pluviale intorno al fiume Paranà, ti prendi il minimo indispensabile, fai fagotto e vai, in barba al mondo civilizzato.

Sembra facile lo so, ed è forse impossibile per chi vive tra la rata del mutuo e il canone Rai, ma sentite che vita ha fatto lui.

Quiroga, per dire, è un tizio nato a Salto in Uruguay nel 1878, che non doveva essere propriamente un posto trafficato come la Fifth Avenue o culturalmente stimolante come il Gabinetto Viesseux. Eppure, reggetevi, a 20 anni fonda il suo primo settimanale letterario e pubblica i suoi primi racconti, prova hascisch e cloroformio, e a 22 se ne va a Parigi all’Esposizione Universale in piena vie bohemienne. Ma lì, stranamente, non lega con alcun circolo culturale, cosa che di per sé mi parrebbe, per l’epoca, molto anticonformista, e se ne torna in Uruguay. A 24 maneggiando una pistola uccide casualmente il suo migliore amico, quindi si trasferisce a Buenos Aires e diventa professore di liceo. A 32, seguendo il suo istinto da avventuriero va a vivere a Misiones, nella foresta pluviale più selvaggia, assieme alla moglie. A 37 la moglie, che non aveva mai condiviso la sua passione per la vita selvaggia, si suicida e lo lascia con due figli piccoli. Torna a Buenos Aires e ottiene grande fama con i suoi racconti. Basta? Si sarà calmato? Neanche per idea: a 49 anni si risposa con un’amica della figlia, di 30 anni più giovane. A 54 anni ritorna nella foresta pluviale perché dice di amare “la solitudine, il lavoro instancabile, le difficoltà estenuanti”. Pare “nato con l’effetto”, un’immagine potentissima che infila nel suo racconto “Gli emigrati”, per spiegare il carattere di certa gente di Misiones: sembrano toccare normalmente una sponda ma poi rimbalzano via nei modi più inaspettati. Nella foresta gli manca il caos ordinato della città, nella città gli mancano le “vite della disperanza”, e sembra non trovare requie. La sua passione per la scrittura lo allontana dalla selva ma la sua natura è quella di uomo schivo delle comodità. Si può essere scrittori senza frequentare il mondo della scrittura? Senza essere immersi in esso fino al collo? Forse sì, ma non può imporre le sue scelte estreme ai suoi cari e così la seconda moglie e la figlia lo lasciano di nuovo da solo nella foresta e tornano a Buenos Aires. A 59 anni vi torna anche lui, gravemente malato, e quando capisce di non avere scampo per un tumore inguaribile allo stomaco decide di suicidarsi con il cianuro.

Certi personaggi chiamano morti memorabili, e non si può vivere da anaconde e invecchiare come tutti in una casa di riposo, sbucciando fagiolini al tavolino di cucina guardato a vista da una badante annoiata.

Certi personaggi sono nati e moriranno Tigri per sempre.


Francesco Mencacci è direttore didattico di Scuola Carver (www.scuolacarver.it), una scuola di narrazione scritta e orale che offre, a Livorno e province limitrofe, approfondimenti sulle forme romanzo, racconto breve, poesia, scrittura per il cinema e arte della narrazione orale. Da 8 anni insegna scrittura creativa ed è uno degli organizzatori del FIPILI Horror Festival, un festival internazionale di cinema, teatro e letteratura dedicato a tutte le sfumature della paura, che si svolge ogni anno a Livorno a fine aprile e che attira migliaia di appassionati da tutta Italia. Ha scritto racconti, articoli cinefili e spettacoli teatrali, e il suo primo libro (“Io parlo coi libri/Otto conversazioni sugli effetti collaterali della lettura”), un’appassionata trentennale storia d’amore con i libri, sta per essere pubblicato da Valigie Rosse Edizioni.


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#speciale Horacio Quiroga. Una tigre per sempre. (Riflessioni)

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