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(Phil Ochs – El Paso, 1940 – Far Rockaway, 1976 – Foto da Wikipedia )

di Otello Marcacci

Ho preso di nuovo a svegliarmi alle tre di notte. Non so bene come e perché, ma puntuale come l’arrivo dei bollettini per il pagamento delle tasse, alle 3 A.M. apro gli occhi e non c’è più verso di tornare a dormire. Di questa angoscia avevo parlato nel libro “Sfida all’Ok Dakar”, facendola vivere a Eugenio Bollini, il protagonista, e (forse) grazie a quello, per magia era terminata. Pensavo, insomma, di averla esorcizzata e di essere guarito, invece mi sto accorgendo che se n’era solo andata in vacanza. Stanotte la sua compagnia era più fastidiosa del solito e dopo inutili giri nel letto mi sono arreso, mi sono alzato e sono sceso nella sala al piano terra. Faceva freddo e tirava un vento così forte che gli alberi che vedevo fuori dalla porta finestra si piegavano quasi fino a terra. 

E mi è venuto in mente Phil Ochs.

Phil Ochs è (per me) probabilmente uno dei più grandi cantautori di tutti i tempi. Se non il più grande in assoluto. Una persona meravigliosa, piena di dolcezza e attenzione per il mondo e per gli altri. Ha cercato di lottare contro la guerra e le violenze con l’amore e l’impegno sociale. Tuttavia, quello che lo rende assolutamente irresistibile ai miei occhi, è che oltre a tutto questo è stato anche “sidetracked” come dicono gli americani, cioè distratto, dalla contestuale ricerca di fama e notorietà. In altre parole una persona piena di luci, ma anche di ombre. 

Phil Ochs a inizio anni sessanta, rivaleggiava con Bob Dylan per diventare l’icona del movimento folk che animò gli States in quel decennio, scrivendo la musica più disperata che un artista possa mai arrivare a scrivere. Più che artista impegnato amava definirsi “topical artist” (cantante ispirato dalla realtà dei fatti) e lo stesso Dylan ha più volte ammesso la sua superiorità e l’impossibilità di competere con una luce così forte come quella che usciva fuori dal cuore di Phil.

Oggi, a distanza di cinquant’anni, Robert Zimmerman è celebrato come un poeta immenso, eccentrico e megalomane quanto si vuole, ma una delle figure principali del secolo scorso, mentre di Ochs si è perso traccia. Assolutamente dimenticato. Eppure, proprio mentre siamo entrati nell’era di Trump la sua musica sarebbe più necessaria che mai. “Power and the glory” ad esempio è una dichiarazione di fede nel popolo americano, nonostante l’oscurità della politica, che andrebbe ricordata agli yankees:

“ …la nostra terra è ancora turbata da uomini che devono odiare. Stanno sviando la nostra libertà e distorcono il nostro destino. La paura è la loro arma e il tradimento il loro grido. Possiamo fermarli se proviamo. “

Inizialmente intendeva fare solo il giornalista per raccontare i fatti in modo diverso da quello asservito ai grandi gruppi editoriali e questa sua anima umanistica fu più tardi anche oggetto di scherno da parte di Dylan (“…tu sei un giornalista, non sei un cantautore…” gli urlò indietro) quando Ochs gli disse che l’album (Blonde on Blonde) che aveva appena prodotto non era di adeguato livello, buttandolo fuori dalla sua limousine. Lo strappo con Dylan (in parte poi ricucito ma solo quando era ormai troppo tardi) a cui non perdonò la scrittura sempre più evanescente per cercare il successo commerciale fu un crocevia importante della sua vita. Credo che fu proprio per dimostrare che fosse un vero cantautore che decise di buttarsi anima e corpo a seguire la voce che sentiva dentro di sé. Da allora le sue canzoni sono sempre state un tour ben organizzato delle domande più profonde che le persone che hanno un cuore si pongono sulla democrazia, sul dissenso e più in generale sulla decenza umana. La sua genialità stava nel trovare vie alternative per risolvere problemi irrisolti. “The war is over”, altro esempio, fu scritta nel bel mezzo della guerra del Vietnam che era ancora in pieno svolgimento, insistendo però sul concetto che il conflitto era già terminato:

“… i veterani con una gamba sola saluteranno l’alba e marceranno le marce mentre tagliano il prato….la veggente zingara mi disse che eravamo stati ingannati. Tu sei solo ciò in cui credi. Credo che la guerra sia finita. È finita. È finita….”

Ochs spiegò la cosa dicendo che la protesta contro la guerra in Vietnam era diventata solo un’abitudine irragionevole e alla fine, continuando a dire che era indecente, questa parola “indecente”, perdeva significato. Era diventato solo il suono di sillabe. E così aveva deciso di dichiarare la guerra dal basso verso l’alto celebrando la fine della guerra che il potere costituito non voleva terminare. In altre parole una canzone come “The war is over” suggerisce come la resistenza politica in ogni epoca può essere rinnovata e galvanizzata persino da note stonate della creatività artistica.

Phil Ochs era di sicuro una forza della natura, polemico e brillante, un “liberal” capace di passare con disinvoltura dall’invettiva al sarcasmo e, soprattutto, la sua musica proponeva anche idee che trascendevano la politica di sinistra. “…mostrami il Paese in cui le bombe dovranno cadere..” cantava in “There but the Fortune” dove predica la misericordia verso i meno fortunati, ma in “Outside of a small circles of friends” racconta la storia di Kitty Genovese assassinata a New York nel 1964 davanti a tanta gente che non era intervenuta per difenderla. La musicalità facile e leggera scelta per far risaltare il paradosso dell’assurdo menefreghismo della gente, il segno della sua genialità. In una delle sue canzoni più arrabbiate “Here’s the State of Mississippi” grida contro le leggi “Jim Crow”, quell’insieme di norme cioè che servivano a creare e a mantenere la segregazione razziale in tutti i servizi pubblici. In un’altra “No Christmas in Kentucky” racconta la sua solidarietà con i minatori di carbone.

Tuttavia, per me, la più grande lezione che Phil Ochs ci ha lasciato, si trova in una delle sue citazioni più famose:

In un momento così brutto la vera protesta è la bellezza”.

Ed è vera oggi più che allora, un periodo in cui la creazione di arte può servire da contrappeso alla crudeltà che viene dalla politica di chi non si connette più con la gente l’ha votata. Eppure nella sua modestia, di sé stesso amava dire:

Non posso gloriarmi delle mie canzoni perché la mia vita non avrà mai la loro moralità. “

La grandezza di Phil Ochs si esemplifica nella sua magnificenza notando che testi tanto profondi, in cui si canta la lotta dei giusti e la ribellione degli oppressi, sono sempre legati a melodie semplici, orecchiabili e divertenti. In altre parole popolare e complesso allo stesso tempo.

Ma alla fine ha dovuto fare i conti con sé stesso.

Tutto il suo impegno sociale, il fatto che fosse considerato da chi lo conosceva, geniale e simpatico, non gli era più sufficiente e non sopportava che coloro che lo avevano affiancato nel lungo viaggio, da Bob Dylan in avanti, fossero diventati ricchi e famosi mentre lui era rimasto solo un personaggio di nicchia. I suoi dischi non vendevano e la critica lo trattava con supponenza ironizzando sulla sua scarsa tecnica nel suonare la chitarra (anche qua cambiando poi idea quando morì). Phil Ochs per un po’ rispose ancora con ironia mettendo addirittura in scena la propria tomba sulla copertina di “Rehearsal for retirement” ma il tempo delle battaglie era finito, l’establishment aveva vinto ma soprattutto, il pubblico si era stufato del tipo naif che propugnava un mondo migliore passando il tempo a lamentarsi. La crisi esistenziale che seguì, accrebbe la sua frustrazione di non vedersi riconosciuto come credeva di meritare, facendo peggiorare il suo bipolarismo in pura paranoia. Gli ultimi anni della sua vita furono eccentrici e pieni di contraddizioni per questo. I tentativi di essere ancora autoironico (nelle note del suo ultimo album ironizzava sulla propria marginalità scrivendo i motivi per cui si sarebbe dovuto comprare quel disco: “50 fans di Phil Ochs non possono sbagliare!.) si infransero contro il desiderio terribile di fama e successo che sembrava l’unica cosa che potesse salvarlo dal baratro del fallimento che sentiva dentro di sé. Giunse allora all’assurda conclusione di diventare un’icona pop a metà tra Che Guevara e Elvis Prestley. Per questo si fece produrre dal sarto personale di Elvis un vestito laminato d’oro con il quale tentò un improbabile salto in un mondo che non gli apparteneva, perdendo così anche il rispetto di coloro che fino a quel momento continuavano a seguirlo. Suonò l’ultima volta a Carnagie Hall, un concerto di rockabilly (il rock classico degli albori) davanti a gente che voleva ancora invece sentirlo arrabbiato finendo subissato da fischi e pernacchie. Alcuni eventi drammatici che seguirono (un’aggressione violenta in Africa in cui le sue corde vocali furono danneggiate e le morti del suo amico cantautore Vitor Jara e di Salvator Allende trucidati nel golpe di Pinochet) gli dettero il colpo definitivo. Perse qualsiasi ispirazione creativa, entrò in una profonda depressione che cercò di auto medicare con droghe ed alcol andò a vivere a casa della sorella passando la giornata a guardare la televisione e a giocare a carte con i nipoti, vittima di letargia fintanto che una mattina di primavera del 1976 si impiccò alla porta del bagno.

Aveva solo 35 anni.

E piano piano, con il passare del tempo, anche la gente che lo amava ha finito per scordarsi di lui nonostante molte delle sue canzoni siano ancora oggi terribilmente rilevanti. Chiunque, infatti, ricorda Pete Seeger, Joan Baez o Tom Paxton ma non lui che era il più grande di tutti. Sono assolutamente convinto che cantare ancora una delle sue canzoni sia un glorioso atto di trasgressione culturale che molti come me vogliono ancora fare. E così, stanotte, quando ho visto quegli alberi di fronte casa mia piegati dal vento agitare le loro teste come schiavi frustrati ho chiuso la porta per non svegliare nessuno, ho preso la chitarra e mi sono messo a cantare due suoi pezzi. Inizialmente sentivo il desiderio di urlare “Ain’t marching anymore” che rimane per me una delle canzoni più belle di tutti i tempi:

Ho marciato verso la battaglia di New Orleans alla fine della prima guerra inglese

La giovane terra iniziò a crescere, il sangue giovane iniziò a scorrere, ma io adesso non marcio più. Perché ho già ucciso la mia parte di indiani in mille lotte diverse. Ero lì al Little Big Horn e ho anche sentito molti uomini mentire, ma ne ho visti molti più morire ed è per questo che io non marcerò più. È sempre il vecchio a condurci alla guerra ma è sempre il giovane a cadere. Ora guarda tutto ciò che abbiamo vinto con la sciabola e la pistola e dimmi che ne è valsa la pena.

Perché ho già rubato la California al Messico e combattuto nella sanguinosa guerra civile. Sì, ho persino ucciso i miei fratelli, e così tanti altri. Ma adesso io non marcio più.

Perché ho marciato contro le truppe tedesche nella guerra che era destinata a porre fine a tutte le guerre e devo aver ucciso un milione di uomini ma ora mi vogliono indietro di nuovo. No, io non marcio più. Perché ho volato nella missione finale nel cielo giapponese e messo in moto il potente ruggito dei motori ma quando ho visto le città in fiamme, ho capito che stavo imparando e che io non marcerò più

Ora i leader del partito degli operai urlano quando si chiudono le aziende che producono armi

Beh, chiamalo, pace o chiamalo tradimento, chiamalo, amore o chiamale motivazioni

Ma io non marcerò più, mi spiace.

Mai più.

Ma ho pensato che se l’avessi fatto con il cuore, urlando come si deve, avrei svegliato persino i vicini così ho deciso di strapazzare due delle sue melodie più inquietanti e curiosamente di stile intimistico lontane dall’impegno politico del tempo ma sono ugualmente due perle di valore assoluto: Changes, introspettiva ed intima ma soprattutto “When I’m gone”, che parla di vita, ma anche della morte:

“…non vedrò l’oro del sole quando me ne sarò andato. E le sere e le mattine saranno una, quando me ne sarò andato. Non potrò cantare più forte delle pistole quando me ne sarò andato. Quindi penso che dovrò farlo mentre sono qui. Tutti i miei giorni non saranno danze di gioia quando me ne sarò andato. Non riuscirò ad aggiungere il mio nome accanto a quelli che ancora combattono, quindi immagino che dovrò farlo mentre sono ancora qui.“.

A un certo punto si è aperta la porta ed è entrata mia figlia molto assonnata che si è stropicciata gli occhi.

«M’hai svegliato lo sai? »
«Scusa non volevo. »
«Però ganza questa canzone. »
«Ti piace? L’ha scritta un genio che la gente ha scordato »
«Si, si, assomiglia a quella che hanno fatto a X-factor…. »

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Stanotte ho cantato assieme a Phil Ochs

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