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Stelle ossee | Orazio Labbate
LiberAria 2017

di David Valentini

L’ombra alle mie spalle è quella che mi farà più paura. Starà lì per sempre.

17 racconti in 104 pagine, tutti compresi fra le due e le cinque (tranne l’ultimo, che di pagine ne conta ben 22). Storie brevi, dunque, quelli di Orazio Labbate, a volte brevissime. Se com’è noto un racconto di media lunghezza necessita di concisione e intensità, un brevissimo a maggior ragione deve tagliare non solo elementi superflui e ornamentali ma anche molto di ciò che normalmente sarebbe ritenuto parte integrante della storia – descrizioni, nomi, aggettivi e quant’altro – e catapultare immediatamente il lettore nell’atmosfera, nel tempo, nei personaggi.

Cosa che l’autore qui fa subito, sin dall’incipit del primo racconto “Dentro una bara”:

Il mio nome è Rufus Wright e sono il becchino di Oakdale da quasi vent’anni. Vivo sepolto in una bara da ormai sette mesi e aspetto di morire. È autunno e il tornado appena arrivato dalle coste dell’ovest mi ammazzerà nonostante la cassa sia in legno di quercia, l’imbottitura a sacco in raso nero, il cuscino di seta porpora profumato di crisantemi, il cofano sia lavorato con tessuti di pregio.

Il tuffo nel mondo crepuscolare e gotico di Labbate è istantaneo: dalle prime parole è già possibile percepire l’odore del legno e il profumo dei fiori, la sensazione del raso sotto le dita, l’abbandono e la malinconia di un animo inquieto. Da ogni pagina emergono di volta in volta sepolcri e cimiteri, gufi e conigli, cittadine annebbiate e case abbandonate. L’autore attinge da un immaginario classico e consolidato, in cui sono chiarissimi gli echi di grandi scrittori americani come Edgar Allan Poe e Howard Philips Lovecraft, e lo fa proprio con una voce oltremodo riconoscibile, a partire da un linguaggio emotivamente carico.

Sulla lingua è bene soffermarsi: pur riducendo all’osso e giocando con immagini forti, Orazio Labbate riesce a strutturare i propri racconti con periodi complessi e articolati, usando parole ricercate e a volte desuete, che però assumono un colore nuovo e si legano con la storia, divenendo personaggio altro accanto a chi agisce e patisce. Molte parole si ripetono ed è facile incontrare, anche nello stesso racconto, termini come “morte”, “ombra”, “notte”, “cose”. La loro reiterazione e la brevità di molte frasi hanno il senso di un mantra, di una litania quasi religiosa, laddove la religione e il rapporto fra sacro e sacrilego sono uno dei temi della raccolta.

Anche i luoghi e il tempo assurgono a personaggi letterari.

I primi sono una peculiarissima mescolanza di evanescenti cittadine americane e oniriche località siciliane, che trovano un connubio adeguato nell’ultimo racconto lungo, quello di un siciliano emigrato in America (l’unico che, direi, “stona” nelle atmosfere della raccolta, e tuttavia può dare il là per un’evoluzione dell’autore). Gli oggetti e i posti non sono mai neutri: sembrano inglobare piuttosto una minaccia costante o un alone di oscurità, come se provenissero da una dimensione in cui la luce solare non ha posto. Il nero è il colore dominante e nelle ombre di armadi, letti e bare si nasconde una popolazione di esseri e “cose” non ben definiti, la cui indeterminatezza acuisce il senso di oppressione.

Lo stesso discorso si applica al tempo: le ore e i giorni di Labbate si allungano e dilatano divenendo mesi, anni, ere. L’orologio e il calendario perdono senso, così come l’alternarsi di giorno e notte. Tutto esiste in una stasi continua, e questa assenza di eventi conferisce ai pochi accadimenti un senso di rivoluzione epocale. È un lunghissimo oggi, dunque, che si mescola con un passato dal peso enorme che poco spazio lascia al futuro che sembra non esistere affatto.

Veniamo ai temi. Come ho anticipato è fondamentale il rapporto fra sacro e sacrilego. Il cristianesimo e le sue figure hanno ampio spazio nelle pagine di Stelle Ossee: liturgie, rituali e simboli dalla forte valenza positiva si mescolano con un senso costante di condanna e oscurità. Il bene e il male si mescolano, i loro confini si sciolgono finché a un certo punto ci si chiede se davvero la loro distinzione abbia un significato.

Altri temi sono la solitudine e la malinconia. I personaggi raramente interagiscono, molto spesso si ritrovano abbandonati a se stessi sia letteralmente che figurativamente. I genitori e gli amanti morti sono ricorrenti. Se connettiamo questo elemento con la ripetizione di parole di cui sopra, è impossibile non pensare alla poesia di Poe The raven e ai suoi continui “Lenore” e “nevermore”.

Non c’è via di scampo, dunque: becchini e fantasmi ci inseguono – inseguono noi lettori, intendo – nell’universo onirico e nebuloso di Orazio Labbate, e grattano alle nostre porte mentre siamo col libro in mano a sperare che un raggio di luce faccia capolino qui dove è sempre notte.

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