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Storie del barrio
Gabi Beltrán, Bartolomé Seguí
Tunué 2011

nota di Dario Pontuale

Il termine Barrio, più spesso utilizzato per identificare certe aree delle metropoli dell’America latina, in spagnolo sta a significare: quartiere, distretto, rione; insomma una zona ben delimitata di palazzi, strade o piazze. Barrio, inoltre, risulta anche essere il vocabolo campeggiante sulla copertina della grapich novel firmata da Gabi Beltrán e Bartolomé Seguĭ, edita dalla Tunué. Un termine spagnoleggiante che l’accurata traduzione di Diego Fiocco ha preferito non trasporre, così da non guastare l’essenza di un luogo notoriamente popolare, dalla spiccata densità demografica e con una nomea affatto raccomandabile. Tre elementi sufficienti a donare, al luogo tanto quanto al vocabolo, affascinanti e ambigui riverberi di riflessione.

Storie del Barrio”: un titolo esaustivo, capace di svegliare subito la fantasia trovando sintesi semplice e immediata, spiegando senza troppo dire, ma tenendo celata la sostanza. Eppure il reale comportamento di un quartiere è tutt’altro che semplice e immediato da comprendere, il brulichio perpetuo delle persone spalanca sorprendenti incroci di esistenze a prima vista invisibili. Quotidianità variopinte che si tessono in una trama unica, tanto fitta da sembrare compatta, tanto omogenea d’apparire unitaria. Sembra farne parte il giovane protagonista Gabi, per i familiari Gabrielito, ragazzino che cresce negli anni Ottanta nel quartiere cinese di Palma di Maiorca, in breve: Palma. Un ragazzino, prima, un adolescente poi, che impara a sopravvivere dentro infinite contraddizioni, in un angolo di globo dove la delinquenza bivacca nei bar, la povertà attecchisce sui marciapiedi e l’improvvisazione è l’unica arma contro le sciagure. Il piccolo Gabi odia e ama quel luogo, eppure da lì non può andarsene, forse non riesce ad andarsene, magari non vuole andarsene, non è del tutto chiaro, non dall’inizio. Questo il più affannoso suo tormento, lo strappo irriducibile che lo disegna di una durezza malinconica in grado di sporcargli di acredine i gesti e le scelte. Una condizione famigliare ed economica sempre claudicanti lo spingono a girare randagio in cerca di soldi, di lavoretti facili e di una serenità che a malapena immagina. Procede rapace per le vie assolate, sbircia dentro le finestre chiuse, sfila sotto i lampioni incurvati di un quartiere popolato da figure che hanno perduto la sfida con la vita e tentano di non sprofondare. Una faticosa cognizione che riempie di amaro le parole sputate fuori dal naso aguzzo e il ciuffo spettinato del combattuto Gabi: «Si poteva ottenere qualsiasi cosa dalla vita: bisognava solo controllare la nausea. In questo consisteva tutto». Sembra una formula matematica studiata a memoria, una preghiera di sopravvivenza, o meglio un mantra ostinato che cerca spiegazione alle difficoltà, alle tante persone incontrate, raggirate, rispettate giorno dopo giorno. Povere, ma non miserrime vite, che proliferano nel Barrio; giovani volti incattiviti, ma non cattivi; semmai resi ostili dalle quotidiane asperità: «Eravamo giovani. Ragazzini. Anche se stavamo vivendo così velocemente, anche se avevamo sviluppato quella freddezza davanti al dolore degli altri».

Esistenze che si incastrano formando anelli di un’unica catena, affreschi veloci e legati tra loro nei quali Gabi assolve, di volta in volta, il ruolo di protagonista, comprimario, spettatore. Numerosi i nomi che affiorano da pagine disegnate con tratto delicatamente sicuro: il mesto Antonio, il sognatore Arnaud, il violento Tárraga e l’immancabile scagnozzo Joàquin, sono frammenti di esistenze ravvisabili soltanto nelle oscurità del Barrio. Il violento Ramos, lo scellerato Cardona, la bella Pamela, lo sfortunato Benjamin assumono delle tonalità espressive di rilievo, specialmente se osservate nel perpetuo brulichio del quartiere. Destini tristemente segnati, ma che Beltrán e Seguĭ, rendono oltremodo poetici impregnandoli di un tragico romanticismo, caricandoli di storie dall’aspetto decadente, in costante equilibrio tra liberazione e disfatta. Un gioco di luci e ombre capace di raffigurare con garbo gli umori dei personaggi, il loro sentire, le mille vicissitudini, senza mai scivolare nella grigia compassione, o peggio, nella nera pena.

«L’unica cosa che uno fa nella vita e aspettare. Anche se non ce ne rendiamo conto» così assicura l’alcolizzato e stanco signor Paco, eppure in tanta canuta rassegnazione si realizza una recondita accettazione, talmente profonda da diventare saggezza popolare. Una saggezza che Gabi respira nonostante il degrado del Barrio, barcamenandosi tra le nuotate a largo e le droghe, tra le dissetanti horchata nel caldo di Palma e i furti d’auto, tra le corse in bicicletta e le sere nei bordelli. Una realtà arrugginita ancora prima di essere stata nuova, purtroppo, ma che trova conforto nell’attenzioni della nonna Francisca, figura amorevole, dalle ginocchia traballanti che rialzandosi dall’ennesima caduta dichiara «Ti troverai molte volte così nel corso della vita. Se aspetti che venga sempre qualcuno ad aiutarti un giorno non ti alzerai in piedi. […] Sanguinare va bene. Vuol dire che sei vivo». Un insegnamento sincero, ma anche un monito, per un ragazzo che nell’arte del disegno, nella lettura solitaria di Fitzgerald e Hemingway, scopre una sensibilità incompresa. Gabi deve mostrarsi duro per resistere alle leggi del Barrio, grazie all’esperienza fatta in strada, alle botte prese e a quelle evitate, non soccombe davanti all’indigenza. Le parole della nonna, ancora una volta, servono da stimolo, magari non offrono una soluzione ai tormenti, ma almeno regalano un senso di dignità da preservare: «Non ti devi vergognare di essere povero, ma di sembrarlo». Un’altra recondita accettazione, una nuova inoppugnabile saggezza popolare trasmessa che serve a tutelare le imprevedibili intemperanze di un sedicenne che beve, fuma, prende meta anfetamine, frequenta prostitute, partecipa a scazzottate e scippi. Così è la spietata legge imposta dal Barrio, contrapporsi equivarrebbe all’estromissione, alla solitudine. Gabi, ciononostante, cresce, sopravvive e intuisce che forse una via di fuga è ipotizzabile. La sorte interviene in suo soccorso e la tanta saggezza popolare ricevuta lo aiuta a capire, a vedere, a dire: «A volte i cambiamenti, quelli veramente importanti, non accadono all’improvviso. Avvengono in silenzio, senza che nessuno si renda conto che il terreno dove sta camminando si sta muovendo sotto i suoi piedi. Possono essere fortuiti o frutto di una presa di coscienza. Di piccole scelte guidate più dall’istinto che dall’intelligenza». Gabi non può fuggire dal quartiere, ne resta prigioniero, ma impara a vedere oltre, che in realtà è vedere sé stesso oltre quel contesto. Trova una personale libertà aggirando le regole, o rispettandole solo in parte, pronto ad accettare le cadute, a sopportare gli sbagli: «Ma per essere un uomo, e allora non lo sapevo, bisogna fallirei innumerevoli volte. E imparare a farlo con dignità. Anche se per farlo serve una vita intera». Gabbi cresce, diventa saggio, pur se obbligato a restare fermo sul posto.

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Storie del barrio | Gabi Beltrán, Bartolomé Seguí

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