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angelo calvisiAngelo Calvisi, ha curato le illustrazioni e partecipato con un “dispetto” alla proposta italiana di Max e Mortiz W. Busch, Storie di birbanti (per tutte le età) – Armillaria 2016, (di cui potete leggere un Estratto qui).

Nato a Genova nel 1967, ha pubblicato saggi, racconti e romanzi con diversi editori, tra cui una trilogia comica che ha come tema la malattia mentale. Per i pennelli di Roberto Lauciello ha firmato il soggetto e la sceneggiatura del graphic novel Sulla cattiva strada, ispirato alla vita di don Gallo. Il suo ultimo romanzo è Adieu mon coeur (CasaSirio 2016). Si possono leggere alcuni suoi racconti su inutile, The Trip, il blog Squadernauti. Questo è il suo primo lavoro anche nelle vesti di illustratore.


max-e-moritz_armillariaPerché leggere Max e Moritz?
Tutti i libri che arrivano dal passato ci parlano di un mondo che non esiste più, ed è specialmente in questo senso che acquistano interesse agli occhi del lettore di oggi. A questa regola non sfugge Max und Moritz, che Wilhelm Busch pubblica nel 1865, quando il modello etico-filosofico disegnato da Hegel (morto poco più di trent’anni prima) è ormai in crisi. Detta così la faccenda potrebbe sembrare di una noia mortale, e invece non è vero. Max und Moritz, che – non dimentichiamolo – viene spesso e con ragione annoverato tra gli antesignani dei moderni fumetti, andrebbe letto soprattutto per quello che è, ovvero la buffa e tragica storia di due ragazzini che vengono a turbare la calma sonnolenta e un po’ borghese di una cittadina tedesca della seconda metà dell’Ottocento. Due scapestrati monelli, insomma, con i quali mi sono identificato per via della mia turbolenta gioventù e per cui ho fatto, nel corso delle pagine, un tifo indiavolato! L’edizione a cui ho collaborato, inoltre, può contare su un saggio introduttivo (firmato da Boris Battaglia) che non solo mette mirabilmente in luce il rapporto del testo con la cultura e la società del suo tempo, ma si pone in aperto contrasto con l’analisi che Claudio Magris scrisse nell’introduzione di Max e Moritz ovvero Pippo e Peppo, la classica traduzione di Giorgio Caproni pubblicata nel 1974 dalla BUR. Anche questa mi pare una buona ragione per dare un’occhiata al testo proposto dall’editore Armillaria.

La ripubblicazione di Armillaria vede un tuo racconto a mo’ di dispetto e delle illustrazioni, come ti sei ispirato al tema?
Per prima cosa mi sono chiesto cos’avessero fatto di così terribile i due ragazzini per meritarsi la sorte che li attende al termine della settima birbata. La mia risposta è stata: niente. Eppure, nell’epilogo della storia, nonostante l’evidente sproporzione della punizione inflitta, i concittadini di Max e Moritz non provano il benché minimo senso di colpa e anzi li troviamo esultanti che ringraziano Dio per la fine delle loro pene. Insomma, se esistono dei personaggi negativi in Max und Moritz, a mio avviso essi sono le cosiddette vittime e quindi, per scrivere il racconto, sono partito da questa suggestione. Mi sembrava anche una chiave di lettura interessante per la sezione del libro dove il mio testo è ospitato, sezione che si chiama Dispetti e che si prefigge esplicitamente di disarcionare il lettore per dischiudergli imprevedibili passaggi. Una volta trovata la direzione di marcia, la stesura del racconto è stata molto rapida, mentre la stessa cosa non si può dire per le illustrazioni. All’inizio l’editore mi aveva chiesto solo tre tavole, e lì è stato relativamente semplice, perché ho lavorato sulle orme del mio testo ed è tutto filato liscio. I veri problemi sono nati quando mi sono state chieste altre sette tavole per illustrare le sette birbate in cui è suddiviso il racconto di Busch. Mi sono trovato in difficoltà per motivi oggettivi (relazionarsi a un classico è sempre un casino) e soggettivi (parliamoci chiaro: io non sono mica un vero disegnatore, questi sono i miei primi lavori pubblicati, anche se devo confessare che ci ho preso gusto e chissà, forse non saranno gli ultimi), e ho dovuto fare molte prove prima di trovare una via che mi permettesse di essere diverso da Busch ma riconducibile a esso. Che dire d’altro? Le tavole, che in principio dovevano essere tre e poi dieci, sono infine diventate dodici, segno che all’editore sono piaciute come a me è piaciuto disegnarle.

In che modo questa storia è attuale secondo te?
Max und Moritz non parla solo dei tedeschi di ieri, ma anche di quelli di oggi. La sua attualità è tutta lì. La schematicità un po’ ossessiva, l’esibita disciplina morale e l’intransigenza verso ogni forma di trasgressione che riscontro in molti miei concittadini (stavo dimenticando di precisare che vivo in Germania da quasi due anni) mi sembra molto simile a quella dei concittadini di Max e Moritz. D’altronde il monello più famoso della letteratura italiana si trasforma da burattino in bambino in carne e ossa, mentre i bambini in carne e ossa di Busch si trasformano in mangime per oche. In questa semplice constatazione sta racchiuso un mondo di possibili considerazioni.

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Su Max e Moritz, intervista a Angelo Calvisi

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