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Sui confini | Marco Truzzi
Exorma Edizioni 2017

Uno scrittore e un fotografo intraprendono un viaggio. Cercano confini da vedere e da raccontare, in un’epoca, la nostra, che di per se stessa rappresenta un confine, perché il “dopo”, a quanto pare, niente avrà a che fare con il “prima”, con ciò che ritenevamo acquisito e consolidato.

Marco Truzzi, giornalista e scrittore, insieme al fotografo Ivano Di Maria, configurano il loro progetto “Europe around the borders” a partire dal presupposto che le frontiere, da sempre, sostanziano e circoscrivono culture e rivendicazioni identitarie, ribadiscono priorità politiche, strategiche e militari.

Le prime impressioni, la prima fotografia, maturano sul confine di Tarvisio, un luogo affatto marginale nonostante l’attuale stato di abbandono, quasi come se l’ultimo dei frontalieri se la fosse “data a gambe levate una volta sancito il libero tutti”. Idealmente la dogana di Tarvisio (situata in un’area che abbraccia i territori italiano, austriaco e sloveno) respira e tramanda il sentimento della Storia, lo fa incessantemente da cent’anni a questa parte, dalla Grande Guerra fino alla forse definitiva mescolanza delle “ideologie”, certificata a partire dalla caduta del muro di Berlino nel 1989.

Indubbiamente i conflitti, le devastazioni fisiche e psicologiche che ne conseguono, attengono alle suddivisioni identitarie e alle attribuzioni territoriali, ma il progetto itinerante di Truzzi e Di Maria non intende fornire esclusivamente un contributo all’analisi storica, alle interpretazioni del contemporaneo; la ricerca sul campo, sfociata nella pubblicazione del volume “Sui confini”, si rivela pienamente in una sorta di esplorazione random, nella descrizione libera da preconcetti (da autentici viaggiatori, verrebbe da dire) di un Europa fatta di singoli individui ancora una volta impietriti, contratti al cospetto di cambiamenti epocali.

All’interno di un ampio scenario si racconta ad esempio l’Europa periferica di Melilla, porto franco spagnolo in territorio marocchino, cul de sac dove si mescolano profughi siriani e contrabbandieri di uomini, si raffigura il continente algido e ovattato, il Grande Nord in cui i confini sembrano sottolineare un sentimento di assenza e di imperturbabilità. A pochi metri dai reticolati di Melilla, dai posti di blocco di Ventimiglia e Calais, su una spiaggia del Mare del Nord, fra pensionati benestanti e in perfetta forma fisica, lo sguardo del cronista intercetta e ritrae la versione “dal basso” della realtà. Marco Truzzi si tiene alla larga da addetti stampa, da interpretazioni ufficiali, avvicina persone e situazioni quasi con riluttanza, senza sbandierare credenziali e rifuggendo dai sensazionalismi, concedendosi all’imprevedibilità degli incontri. All’ombra del ponte di Öresund, che unisce Danimarca e penisola scandinava, capita di dover rivendicare il diritto dei migranti a sperare, a ripensare la propria vita in termini di dignità e riscatto, considerazioni prontamente confutate da chi ritiene che la speranza non c’entri nulla e che “casa mia è il mio posto nel mondo. Ed è il posto giusto per noi e non per altri. Altrimenti il buon Dio non avrebbe fatto le cose a questo modo”.

È attraverso questo approccio narrativo (senza mediazioni) che i confini smettono di essere identificati solamente in quanto dogane, mari, fiumi, montagne, per divenire fulcro e manifestazione di opinioni più o meno sclerotizzate, per rivelarsi come strumenti atti a giustificare strategie di espansione del consenso (ottenibile sia a livello locale che all’interno dello scacchiere politico internazionale). Dalla parte “giusta” del reticolato risulta quasi fisiologico scansare il dilemma morale, insabbiare questioni che assumono giorno dopo giorno proporzioni sempre più eclatanti; molto più semplice (e rassicurante) elevare barriere, costruire o lasciar far costruire campi di “ammassamento” distanti quanto basta dai centri abitati e dagli sguardi di chi chiede soltanto di non essere infastidito.

La traiettoria geografica e spirituale disegnata da Marco Truzzi e Ivano Di Maria si allunga quindi sulla cosiddetta rotta balcanica, sorvolando zone in cui le contrapposizioni socio-economiche e le spinte secessioniste hanno portato, a partire dai primissimi anni novanta, all’implosione della confederazione jugoslava, alla guerra civile e alle conseguenti pratiche di pulizia etnica. Ai margini di questo scenario tristemente evocativo lo sguardo si sofferma sul confine fra la Serbia (che vorrebbe entrare a far parte dell’Unione Europea) e l’Ungheria, stato comunitario nonostante il suo attuale governo sbandieri senza remore i vessilli del nazionalismo. In una specie di gioco delle parti, di interconnessione delle convenienze politiche, il “problema” profughi viene gestito in qualche modo dai serbi nel campo di transito di Hergos, mentre sul versante magiaro (in particolare a Röszke) il primo ministro Viktor Orbán si preoccupa di tenere a debita distanza i migranti con pattuglie armate e chilometri di filo spinato.

Proseguendo verso est, il viaggio raccontato nel libro edito da Éxòrma propone altre frontiere perdute, dogane cadenti fra Ungheria e Slovacchia, poi i Monti Carpazi, il ghetto di Cracovia (altri destini tragici, illusioni bruciate), Passau, la città bavarese dei tre fiumi, e infine la tappa ad Auschwitz, che l’autore definisce come l’utero dell’Europa, il luogo in cui a partire da un incubo si è provato a costruire un sogno, ad esigere che quanto avvenuto nei campi di sterminio, nel cuore del Continente, non debba più ripetersi.

Nella memoria di chi ha allungato i propri passi sulle linee di confine, con nelle mani una macchina fotografica o un taccuino da riempire, rimane impressa soprattutto una presenza costante, quella del filo spinato, “voce narrante delle frontiere” che talvolta giace arrugginito e mescolato alla vegetazione, altre volte svetta luminoso e prepotente “nel luccichio di una recente installazione”. Oggetto reale, metallico, in grado di certificare una separazione, ma anche elemento per certi versi rimovibile, che non è in grado di perpetuare, in assoluto, indirizzi politici e filosofici. E questo dato di fatto viene bene espresso da Marco Truzzi, che nell’ultima pagina del suo saggio-reportage scrive: “Forse il filo spinato che abbiamo visto in giro continuerà a scrivere ancora altri capitoli della nostra storia. Ma è altrettanto vero che, prima o poi, dei ragazzi balleranno nuovamente sulle rovine di un muro caduto”.

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