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Sul non perdere le ceneri di mio padre nell’alluvione
di Richard Harrison
Traduzione di Riccardo Frolloni
‘roundmidnight edizioni 2018 

commento di Davide Morganti

La morte, nella poesia di Richard Harrison, ha una tragica banalità, anche se è quella del padre, il poeta canadese non ricerca infatti lirismi che abbiano il tintinnio del bello, lui ha sistemato la prosa nei versi e i versi nella prosa usando un linguaggio piano, colloquiale, come stesse parlando al vicino di letto, in ospedale, per condividere una comune afflizione. Per la prima volta tradotto (dal bravissimo Riccardo Frolloni) in italiano da una raffinata casa editrice, la ‘roundmidnight Edizioni, con la raccolta “Sul non perdere le ceneri di mio padre nell’alluvione”, Richard Harrison parla col linguaggio del mondo che consumiamo ogni giorno. Suo padre Ralph morì nel 2011 di demenza senile, due anni dopo, l’alluvione Alberta travolse Calgary, l’acqua invase anche lo scantinato del poeta che per due giorni credette di aver perso l’urna cineraria del padre; prima di ritrovarla. “Quando lo chiede, prometto di restare con lui quando muore, /e l’inverno si agita nelle dita spezzate /della mia mano che tanto tempo fa guarì il freddo invernale/in ossa riparate. Mio padre dorme come dorme la terra –/e imparo che niente è immortale/e sveglio per sempre”. Richard è l’uomo di mezza età che nella fine del padre, annuncia la sua, è il figlio che, nonostante sia padre a sua volta, ritrova la fragilità di una condizione che non appartiene solo all’infanzia; è un libro sulla memoria di chi la memoria l’ha sgretolata, è un libro sui poeti, perché Ralph amava citare i versi di Shakespeare e del gallese Dylan Thomas; è un libro che in maniera leggera racconta la vita, non la sua fine. “Mio padre non dirà mai di essere triste, /ma sono sicuro che non ha ancora finito di piangere la mia perdita”, dice con amara ironia. Harrison non ha paura della prosa, anzi è necessaria alla sua poesia che ha bisogno del tempo esatto non solo della composizione ma di quello che ha vissuto; è il resoconto di una meraviglia, quella che non ci lascia mai ogni volta che la morte rivela la sua presenza. “Non riuscivamo a trovare le ceneri di mio padre/durante l’alluvione del 2013/e pensammo fossero state spazzate via. O che forse/uno dei volontari, là solo per fare del bene, aveva visto l’urna/che le racchiudeva ricoperta di limo e l’aveva buttata via, /come accadde con tante altre cose che la gente aveva care/nel tesoro sepolto delle loro case –/fotografie di famiglia, /macchine da scrivere, diplomi sotto vetro. /Quando il fiume si allontanò da casa nostra, due amici di mia moglie/smembrarono il pianoforte, che era fradicio/e non poteva essere salvato”. Se il mondo, specie quello odierno, prova ad allontanarsi dalla poesia, la poesia non ha alcuna intenzione di abbandonare il mondo; ne ha cura, pure se respinta, pure se ignorata, pure se declassata spesso a ridicoli frasette amorose declamate da sentimental – guru ben pettinati che si possono trovare sulle pareti dei bagni di una qualunque scuola. Harrison tiene la vita dentro le sue parole, anche il senso perenne della perdita, del tempo che non si capisce di che sostanza sia davvero. “È un tempo lento – tempo di polvere nell’aria come gabbiani su un parco, /particelle di polvere che catturano la luce – o catturate da essa – e poi scomparse. /È l’ora del giorno in cui ha scritto la sua prima poesia, /allontanando la madre dalla porta, dicendo, /Non entrare”. Sono versi che cercano conforto, che danno conforto, sono versi fatti di antica e moderna pietas, più che parole sono dita che stringono le nostre mani quasi fossero quelle di Ralph. “Mio padre è vivo, /e sto stringendo la sua mano, /e la sua mano è pallida, e blu, e viola, /un giardino tremolante di iris”.

per concessione della casa editrice vi proponiamo una selezione di poesie

Storia proprio così

Portammo tutta la famiglia
tra le montagne
con un’utilitaria
solo perché mio padre
potesse coccolare un cane;
si allungò dalla sedia a rotelle
a cui era stato allacciato e accarezzava il cane
che abbiamo portato nell’ultima casa
che conosceva nel bene e nel male.
Lo sedarono per bene,
e la sua voce era la voce di un essere piccolo
che vaga per le catacombe del suo corpo.
Nella sua piccolezza, suonava nel modo in cui immagino
la voce di speranza accorata nel petto
quando Pandora scoperchiò il vaso.
Non si arrese, papà,
e scherzò sul fatto che la bava sulle labbra
lo ha reso più simile al cane che a tutti noi.
E questa è la storia della sua fuga:
perse la memoria a breve termine,
ma era ancora lo scaltro se stesso.
Dall’altra parte del corridoio,
guardava le guardie mediche
e il codice del personale
per aprire la porta, fin quando non lo scoprì.
Ma nel momento in cui nessuno era in giro,
e si era spinto alla tastiera,
già se n’era dimenticato.
Riusciva ancora a camminare un po’ al tempo,
così alla fine se ne era scappato fuori.
Si alzò dalla sedia
e oltrepassò il visitatore di un altro
mentre la porta era aperta,
e fu libero.
Impiegarono venti minuti
per capire che era fuggito,
e fu preso sulla strada da un’infermiera
che lo rincorse per il marciapiede
spingendo una sedia a rotelle e chiamando mentre spingeva,

Ralph! Torna indietro!
Torna indietro!

Oggi, con la sua famiglia intorno,
le dita di Ralph arricciano
il piacevole pelo del collo del mio cane
come un mago passa una moneta tra le nocche.
Uno del personale della Casa ferma il momento con una fotocamera;
le istantanee ci aspetteranno
quando torneremo a casa.
Questo è lui con il cane sul suo grembo.
Viaggiamo tre giorni sulle montagne per questo.


Con il morire della luce

Gli declamai,
Ora ero giovane e ingenuo,
e nel rantolo affilato dalla tosse che era rimasto della voce di mio padre,
rispose, sotto i rami del melo,
e così andò fra di noi
nei giorni in cui aspettavo che guarisse –
il modo in cui la speranza culla le sue vele col nulla –
o che vacillasse, sbiadisse e se ne andasse.
Non hai ascoltato
Verde e morente mi trattenne il tempo
Benché cantassi nelle mie catene come il mare
finché non l’hai ascoltato dalla bocca avvizzita
di un uomo nel non-so-quando prima della morte.
Questa la risposta al poeta
che desidera che il vecchio infuri contro la notte,
e presti attenzione all’istanza del figlio, Non andartene!
Quello di mio padre era il dolce canto dei polmoni malati,
labbra che hanno perso il gusto persino per un sorso
mentre aspettavo con lui nella luce che sbiadiva avvicinandosi.
Lo vidi dall’entrata, silenzioso come una mummia,
le sue mani serrate in loro stesse come escavatori
inclinati nella postura dell’ultimo giorno di lavoro,
la squadra tornata a casa per la notte.

Una volta, ci siamo salutati dopo giorni di Shakespeare e Dickens,
l’inno della letteratura che gli era stato insegnato ad amare
come la sua stessa nazione,
e attraverso il quale esprimeva meglio
le contraddizioni selvagge e gentili del suo cuore.

Gli dissi, Ti voglio bene,
e lui disse, Ti voglio bene anch’io,
senza l’artificio della poesia;
e mi salutò quando mi allontanai dal letto
nel modo in cui una barca, spinta da una mano arrestatasi sul molo,
porta ancora la sua forza lungo la superficie dell’acqua.
È qui ora, ciò che teneva quella mano quando si sollevò,
la calma prima che la poesia inizi,
la resa quando è finita.

 

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Sul non perdere le ceneri di mio padre nell’alluvione | Richard Harrison

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