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Sul romanzo ibrido, sulla letteratura oggi |
Intervista a Raffaello Palumbo Mosca

di Antonia Santopietro

Dall’interessante articolo apparso su Il Sole24ore del 15 ottobre scorso, vorrei avviare con te qualche riflessione ulteriore. A un certo punto leggiamo una presa di distanza tra letteratura e la sua declinazione mercantile. La mercificazione del prodotto “libro”, la declinazione dell’arte o del pensiero in prodotti di consumo. A tuo avviso sono la causa o l’effetto di un processo di impoverimento intellettuale dei lettori? 

Il libro è senza dubbio una merce particolare, insieme bene commerciale e bene spirituale. Il problema è, mi pare, il processo di mercificazione, che tende a fare della letteratura un bene esclusivamente commerciale. L’impoverimento intellettuale dei lettori, come tu lo chiami, se c’è è la conseguenza di fenomeni più ampi. Io parlerei di una minore disponibilità alla complessità che non è del lettore in quanto tale, ma della società nel suo complesso. Da una parte è il prezzo da pagare per una cultura di massa (e quindi, che ci piaccia o no, “media”), ma è anche un fenomeno che ha le sue radici in una concezione dei valori profondamente mutata. Bisognerebbe poi anche accennare al ruolo ormai marginale, se non nullo, della mediazione critica. L’università e i critici militanti hanno le loro responsabilità, ma questo non esclude che vedere come due righe (spesso eterodirette e comunque raramente consapevoli) su Amazon o su un sito similare assumano lo stesso valore – e abbiano un impatto maggiore – di una recensione seriamente argomentata sia desolante. È lo specchio fedele di quella che il filosofo Alain Desnault ha chiamato la “mediocrazia”. Se il libro è solo una merce che deve produrre il massimo profitto, la via più facile non è fare una politica culturale che tenti di alzare il livello generale di disponibilità alla complessità, ma proporre prodotti – spesso anche ben fatti – di una piacevole irrilevanza. Credo però che sia una politica miope: solo educando alla complessità la letteratura avrà un futuro. Lo so: significa chiedere molto agli editori; significa chiedere che siano classe dirigente nel senso più nobile del termine. Una cosa che oggi pare quasi eroica. Eppure è l’unica cosa che varrebbe la pena fare.

Nel marketing esistono i concetti di marketing di risposta alle esigenze manifestate da un certo tipo di consumatori, e di proposta di valore, ovvero l’offerta di beni percepiti di valore per un dato bisogno. Secondo questa logica, la massificazione delle scelte editoriali è la risposta o una scelta che ha poi determinato la riorganizzazione della percezione nei consumi del prodotto culturale? 

La massificazione delle proposte editoriali è una necessità: viviamo in una società massificata e le case editrici sono aziende il cui scopo primario è il profitto. Nella modernità è sempre stato così, ma la sensazione è che fino ad un certo momento la – legittima e anzi auspicabile – ricerca del profitto venisse affiancata da una politica culturale. Detto banalmente: il best-seller serviva, almeno in parte, a finanziare altri progetti più di nicchia in cui l’editore credeva. Accade anche oggi, ma molto più raramente, o con un rapporto tra prodotto di consumo e quello “di ricerca sempre più divaricato a favore del primo. In questo senso ha detto parole decisive Schiffrin parlando di una “editoria senza editori”.

Con il “romanzo” che fatica a difendere l’equazione identitaria di espressione letteraria, al narratore-scrittore-autore si chiede di ripensare il proprio ruolo. Se la letteratura è stata per lungo tempo considerata una rappresentazione trasfigurata di un reale che gli occhi e lo stile del singolo autore restituivano riorganizzata in contenuti che apparivano nuovi (storie), oggi tu ci proponi la visione di un cronachista narratore o di un narratore ibrido che parte dalla realtà per offrirci la sua lettura. Puoi dirci di più?

Il discorso è molto ampio e molto complesso. Nel 2014 ho scritto un libro (L’invenzione del vero. Romanzi ibridi e discorso etico nell’Italia contemporanea) proprio per cercare di dare una prima risposta a queste domande. Semplificando potrei dire che il romanzo ibrido mi sembra la risposta più credibile da una parte alla finzionalizzazione della realtà operata dai media, e dall’altra ad un una certa stanchezza del genere in sé, ormai ridotto, come ha scritto a ragione Berardinelli, a oggetto “più merceologico che letterario”. Adesso sto lavorando ad un altro volume che in qualche modo dovrebbe rappresentare il “prequel” dell’Invenzione, perché vado ad indagare testi ibridi a partire dal Seicento, ma anche una messa a punto e una ricapitolazione, perché conto di continuare a parlare anche della contemporaneità alla luce della tradizione precedente.


Una narrazione che non passa attraverso l’io dell’autore non è letteratura ma solo un semplice prodotto.” dice Peter Handke come si confronta questa visione con l’idea del romanzo ibrido o ibridato tra fiction e non fiction narrativa? 

Ma l’idea di un romanzo ibrido non coincide con una (del resto impossibile) oggettività. La realtà è sempre filtrata da un soggetto e da uno stile (e lo stile è, come diceva Spitzer sulla falsariga di Proust, un “etimo spirituale”). Ad esempio Tolstoy è morto di Vladimir Pozner è un libro costruito solo su documenti, ma la soggettività entra prepotentemente in gioco nell’operazione di montaggio, che Pozner ricava dalla tecnica cinematografica, guardando in particolare a Ėjzenštejn. (Tolstoy è morto esce nel 1935).


Sostieni che il romanzo-saggio sia oggi la forma più interessante, ma cosa ne pensa l’editoria? Quanti stanno apprezzando questo genere?

Più che di romanzo-saggio – un’etichetta che richiama un periodo (dalla seconda metà dell’Ottocento agli anni Trenta del Novecento) ed esempi precisi (dalla Recherche di Proust a I Sonnambuli di Hermann Broch fino alla Montagna Magica di Thomas Mann) – preferirei parlare di una tentazione o vocazione saggistica dei romanzi ibridi contemporanei. L’elemento saggistico come il granello di sale che inceppa la macchina dell’ “ingenuità” romanzesca, che riconduce, almeno in parte, il divertimento alla riflessione. Non credo si possa generalizzare rispetto ad una risposta dell’editoria, perché ogni singolo editore reagisce e risponde a proprio modo e in modi diversi a seconda del momento e, come è ovvio, del libro in questione. Non credo che la vocazione saggistica sia di per sé garanzia di qualità, mi limito semplicemente ad osservare come molti tra i volumi più interessanti usciti negli ultimi anni, anche ma non solo in Italia, abbiano in comune questa vocazione. E parliamo spesso di libri pubblicati da medi e grandi editori come Mondadori (Affinati, Siti, Rasy, il primo Tarabbia), Rizzoli (Siti e Albinati), Adelphi (Vitale, Franzosini), ma anche Il Saggiatore (Tuena) e Marsilio (Franchini).


Questa forme di commistione: non fiction narrativa, reportage, romanzi inchiesta e così via, a volte fanno fatica a trovare una categoria anche nelle catalogazioni canoniche, in libreria ad esempio, credi dipenda dal fatto che anche l’interpretazione del genere di appartenenza sia frutto di una percezione fluida da parte dei lettori (chi li vive come romanzi, chi come saggi, chi come scritture di denuncia etc.)  e che la loro forza sia proprio la trasversalità? Qual è la tua esperienza?

La forza è quella di una letteratura, per dirla con le parole di Calvino, “di tipo saggistico e problematico”, in cui lo scrittore ritorna ad essere anche “ragionatore di storia e di politica” più che story-teller. (L’enfasi per me è sull’attributo del soggetto – “ragionatore” – più che sugli oggetti). Credo che questa sia una vocazione profonda della nostra letteratura che parte dai prosatori scientifici del Seicento e arriva a Primo Levi. È una vocazione, appunto, al “ragionare”, a fare dell’opera letteraria, cito ancora Calvino, “una mappa del mondo e dello scibile”.


E infine, cosa è la “letteratura”, come si riposiziona in presenza di fenomeni di emersione attraverso blog e riviste, della parcellizzazione della sua fruizione per effetto del libro digitale, e di processi di creazione bottom up o fenomeni virali. Non da ultimo delle micronarrazioni nate sui social che diventano libri?

Rispondo con una citazione da Roland Barthes perché (ovviamente) non sono in grado di dirlo meglio di così: lo scrittore, attraverso la sua opera, pone una domanda che “non è: qual è il senso del mondo, né può essere: il mondo ha un senso?, ma: ecco il mondo: c’è del senso in lui?. La letteratura è allora verità, ma la verità della letteratura è nello stesso tempo questa stessa impotenza a rispondere alle domande che il mondo si pone sulle sue sventure, e questo potere di porsi delle domande reali, delle domande totali, la cui risposta non sia presupposta, in un modo o nell’altro, nella forma stessa della domanda: impresa in cui nessuna filosofia, forse, è riuscita, e che appartiene allora, davvero, alla letteratura”. A questa definizione ne aggiungerei però un’altra, sempre di Barthes, perché fa riferimento alla pietas o carità come sentimento del Tempo che tutti ci (s)finisce che credo sia uno degli aspetti eticamente più rilevanti della letteratura: “La Letteratura è una pratica della sociabilità – o della carità, se si vuole, perché la sua elaborazione non differisce dal Tempo di cui rende conto; la creazione del destino e la creazione del romanzo sono l’unico e il medesimo movimento di un uomo che vuole collocare teneramente la propria durata lungo il Tempo generale degli altri”.

Sulla possibilità che i social siano in grado di veicolare davvero tali domande radicali, e di farlo attraverso una forma letteraria, sono scettico. Non per una sorta di luddismo, ma perché il tempo dei social (il nostro tempo) è un tempo veloce e dispersivo, il tempo della lettura (per tacere della scrittura) è, almeno per me, un tempo lento. Social, blog, etc. sono, mi pare, un ottimo strumento per avvicinarsi alla letteratura. Che però, a costo di sembrare un passatista lo devo dire, si fa altrove.


Nota Biografica:

Raffaello Palumbo Mosca è PhD in Romance Languages & Literatures presso la University of Chicago (USA) e dottore di ricerca in Italianistica presso l’Università di Torino. Si occupa prevalentemente del romanzo moderno e contemporaneo e delle connessioni tra letteratura e etica. Tra gli altri, ha pubblicato saggi su Gadda, Proust, Manganelli, Saviano, Affinati, Littell e Franchini. Con L’invenzione del vero. Romanzi ibridi e discorso etico nell’Italia contemporanea (Gaffi, 2014) ha vinto il premio Tarquinia Cardarelli per l’opera prima di critica letteraria. È redattore della rivista “Nuovi Argomenti” e direttore artistico, con Massimo Arcangeli e Giancarlo Liviano d’Arcangelo, del Festival “La parola che non muore” di Bagnoregio. È giurato del premio “Salvatore Fiume” per autori esordienti e del premio Alvaro Bigiaretti. Il suo ultimo libro è Roma di carta. Una guida letteraria della città (Il Palindromo, 2017).

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