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Intervista a Nicola Vacca

di Alessandro Canzian

Come definiresti la Poesia? A cosa serve?
Non è facile definire la poesia. Ancora più difficile è stabilire se la poesia serva a qualcosa. Una cosa è certa, la poesia è la forma più alta del pensiero. La poesia arriva dove non arriva la filosofia, la letteratura, la scienza.
La poesia che non salva la vita è soprattutto un infinito mondo di possibilità in un tempo, soprattutto come il nostro, che non offre nessuna via di fuga.
Mi piace pensare alla poesia come a un’affermazione e negazione di paradossi che sta nell’attraversamento.
Un modo esplicito di osare e azzardare, di chiamare le cose con il loro nome. La poesia serve a qualcosa soltanto se il poeta non si nasconde dietro le parole. Solo la poesia ha la funzione di riportarci alla presenza delle persone e delle cose.
In proposito voglio ricordare alcune parole di Yves Bonnefoy: «La via della poesia è stretta, e per questo motivo non pretendo che essa sia in grado di risolvere nulla in modo durevole o profondo nella nostra società in preda alla grande crisi. Bisogna ritenerla necessaria, ma come lo sono la carta dei fondali marini o il portolano o la bussola perfino su una nave nella tempesta, e che fa acqua e teme di affondare. Senza di essi, in ogni caso, quella nave non può raggiungere il porto».
La poesia deve essere dettata dall’urgenza e il poeta, mai come in questo momento delicato, ha il compito di essere guardiano dei fatti.
In uno stato di vigilanza l’attraversamento di ogni cosa è l’esperienza alla quale il poeta non deve mai rinunciare per testimoniare il proprio tempo.
La poesia è un taglio netto che mette la parola in condizione di esprimere i nonsensi e i non luoghi dell’esistere.
Il poeta non deve fare altro che attraversare la parola e farsi artefice della sua nudità in modo da esprimere della vita i respiri, i battiti avendo la penna ferma sul ciglio. Quello che conta è non avere mai paura di oltrepassare il confine.

Come definiresti invece la TUA Poesia?
Le mie poesie le scrivo sulla terra e per questa terra di cui noi tutti dovremmo essere seme.
Le parole per i versi le cerco nei volti che impastano lacrime e sorrisi e non nell’iperuranio di mondi lontani dove la realtà è lontana dai nostri necessari punti di debolezza.
La poesia è viva quando si misura con le imperfezioni sul campo minato della vita dove siamo chiamati nell’attraversamento a non sottrarci a un impegno fondamentale: vivere senza mai nascondersi.
Considero la mia poesia un esercizio di immanenza, un attraversamento dell’abisso che cerco di raccontare con l’onestà della parola che ferisce.
Proprio per questo, sono più interessato alle deflagrazioni che ai compiacimenti e quando scrivo versi cerco di essere assertivo nel disincanto piuttosto che cercare conferme nella ricerca di uno stile o di una forma.
Come ha scritto Josif Brodskij, infatti, la lotta tra il poeta e l’impero rappresenta la dialettica fondamentale di cui vive la poesia. A partire da questa intuizione centrale, Diventano queste alcune questioni della poesia: il rapporto col mondo, l’impegno civile, la relazione tra individuo e comunità, tra responsabilità e libertà, la forza del poeta e della lingua, la resistenza al banale.

Come definiresti la Critica di Poesia? E anche in questo caso, a cosa serve la Critica di Poesia?

Per rispondere a questa domanda è necessario fare il punto sullo stato di salute della critica letteraria.
I critici letterari indossano gli abiti da intellettualini da salotto e spadroneggiano, con la complicità di un sistema editoriale corrotto, per mettere in atto operazioni di mistificazione che nulla hanno a che fare con la vera letteratura. A questo da molto tempo è ridotto il mondo della critica letteraria. Pochi sono i critici impuri ancora impegnati sull’essenza dell’opera piuttosto che su tutto quello di marginale e superfluo che gravita intorno a essa. Molti, purtroppo, i servi sciocchi al servizio di poteri culturali. La critica letteraria è morta. Direi che i funerali sono stati celebrati.
Dalle nostre parti assistiamo spesso alle polemiche colte delle firme prestigiose del giornalismo culturale che si interrogano, in apparenza, sulla brutta fine che ha fatto la critica letteraria.
Qui, però, il narcisismo va terribilmente di moda. Le prime donne del giornalismo culturale italiano intervengono sul tema della fine della critica letteraria soltanto per regolare i conti con un loro illustre collega. Cosi leggiamo paginate intere di digressioni sterili (Corriere della Sera e Repubblica detengono ovviamente il primato) che non hanno come tema la sorte del libro. In questi interventi inutili il critico letterario si preoccupa soltanto di demolire il collega scatenando una reazione a catena. Così arriva la replica e poi la controreplica. Che noia.
La critica letteraria italiana non vive un periodo felice. Ma i suoi assassini sono i critici letterari stessi, troppo pieni di sé che non hanno nessuna intenzione di rinunciare alla loro arroganza culturale e soprattutto esercitano quel mestiere per trarre da esso vantaggi personali.
A queste logiche non sfugge nemmeno quella che chiami la critica di poesia. Si dedica poco spazio alle piccole realtà editoriali , le uniche che pubblicano poeti davvero degni di nota, e si incensano sulle pagine dei giornali le solite e istituzionali consorterie “specchiate”, insomma la solita compagna di giro composta da quel gruppetto ristretto di «poeti» abituati a scambiarsi tra loro favori.

Che consigli daresti oggi al poeta esordiente ma anche al poeta che lavora già da qualche anno?
Ho smesso di dare consigli. Ogni giorno ricevo mail di giovani poeti che mi scrivono con il loro ego alle stelle e mi propongono (con presunzione e arroganza) di dare un’occhiata alle loro poesie.
Fin qui tutto bene. Il problema è che mi contattano sentendosi e definendosi i nuovi Montale. Mi procura un fastidio enorme questo narcisismo che non ha niente a che fare con la poesia. Per quanto mi riguarda un poeta esordiente (ma anche uno che lavora da tempo,) dovrebbe avere l’umiltà di sapersi confrontare con il proprio interlocutore. Invece, nella maggioranza dei casi, mi contattano soltanto per avere la conferma della loro «grandezza», anche se non hanno ancora pubblicato nulla.
Per fortuna ci sono delle meravigliose eccezioni. Sono proprio queste, poche ma buone, che mi fanno andare avanti e credere che ci sia ancora qualcosa da salvare.

Luce nera

E adesso siamo sotto l’anticielo
la luce nera che sparge la sua cenere.
Il caos vuole il dubbio
ma poi semina disordine
nelle anime violate
dalla colpa, dal torto e dallo sbaglio.
Il crollo è nella mente e nel cuore
e le parole di un’Apocalisse quotidiana
schiacciano la carne in un terrore
che matematicamente dirige le operazioni di demolizione.

Tagli

Come se un bisturi
prendesse per mano la vita
mentre incide ferite
sulla pelle dell’ora presente.
Ci deve pur essere un altro sguardo
oltre il veleno delle cose
che concede al male
il beneficio del dubbio.
Nessuno chieda più tempo
davanti all’amputazione del pensiero.
Le parole devono farsi tagli
altrimenti la carne nessuno la racconta.

Da Luce nera (Marco Saya 2015)


Nota Biografica

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction
Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli, Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni, Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016)

 

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