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Nel giorno dell’uscita di uno degli esordi più interessanti: quello di Andrea Zandomeneghi con “Il giorno della nutria” edito da Tunué nella collana Romanzi diretta da Vanni Santoni, abbiamo pensato di concentrare la nostra curiosità sulla “scrittura”. Qual è o quale dovrebbe essere la visione di un giovane autore e, in questo caso, anche di un lettore esperto e di un cultore letterario impegnato nella diffusione e divulgazione culturale? E ancora, quali sono i dispositivi di cui dotarsi e quali i metodi?


Sulla scrittura: in dialogo con l’autore Andrea Zandomeneghi

Qual è il rapporto tra critica e letteratura?
Circa quindici anni fa avevo l’abitudine di bere qualche negroni con un amico critico ogni sabato pomeriggio e poi di andare a spulciare tutte le librerie dell’usato del centro di Firenze. In particolare c’era un buchetto nei pressi di via Guelfa con le alte pareti interamente coperte da volumi accatastati. Lo gestiva un’anziana signora che se ne stava seduta in un angolino a leggere voracemente, che snobbava i clienti, che pareva infastidita per le interruzioni di chi voleva farle una domanda o acquistare un libro. Un giorno però – chi sa perché – aveva voglia di parlare e così ci mettemmo a chiacchierare. Venne fuori che lei aveva smesso di leggere critica da circa cinquanta anni, da quando ne aveva diciotto, «perché la critica non è altro che uno specchio nel quale ci si riflette. Nella critica non troverai altro che te stesso». Una versione letteraria (ribaltata) della tesi di Nietzsche in base alla quale nella filosofia di un pensatore non troverai altro che la sua biografia e la sua fisiologia.

Queste parole mi colpirono molto e tutt’oggi a volte mi vengono in mente. L’anziana signora – lettrice fortissima – aveva espresso un’idea suggestiva, ma unilaterale e parziale. La teoria – e quindi la critica – non è solo riflessione astratta, è anche e prima di tutto una forma di scrittura e di letteratura. E del resto la letteratura (da intendersi ora come narrativa) non è anch’essa una forma di specchio? Non proiettiamo forse le nostre esperienze, il nostro immaginario, le nostre passioni e la nostra interiorità in ciò che leggiamo? È proprio questo che Eco definisce il lettore empirico.

Teoria e pratica della scrittura. Quali e come?
Partiamo da una premessa esemplificativa: un soggetto che ha letto infinita teoria, ma non ha letto romanzi e non ha mai scritto, molto semplicemente, potrà anche tenere delle brillanti conferenze ma non sarà in grado nel modo più assoluto di scrivere una riga sensata di narrativa. Un soggetto che non ha mai letto una riga di teoria, ma ha letto romanzi e s’è esercitato nella scrittura, avrà più difficoltà a tenere una conferenza, ma sarà in grado di scrivere narrativa.

Cosa ricaviamo da questa premessa? Condizioni necessarie per scrivere sono la pratica quotidiana della scrittura e la pratica della lettura famelica dei capolavori della letteratura.

Storicismo, critica sociologica, critica marxista, critica psicanalitica, critica stilistica, formalismo, strutturalismo, semiotica – sono tutti ambiti speculativi di grande interesse, ma non sono necessari alla scrittura.

Ancora meno necessari – se vogliamo intendere teoria in senso lato – sono i manuali di scrittura creativa.

La scrittura è sempre ortoprassia e mai ortodossia.

Scrittura, processo intensivo o estensivo?
Purtroppo non sono disciplinato come vorrei. Scrivo per brevi periodi in modo intenso, seguono poi pause di giorni o settimane. Sono consapevole che per fare il salto di qualità e diventare uno scrittore veramente professionale dovrò impormi di scrivere tutti i giorni. La scrittura intensiva è per dilettanti, la scrittura estensiva è per chi è iniziato ai misteri del mestiere letterario.

Per scrivere Il giorno della nutria c’ho messo circa cinque anni e l’ho fatto nel modo più discontinuo.

Come si interagisce con un editor e quando?
L’errore più grande è considerare l’editor un ostacolo o peggio un nemico, invece che un alleato. L’editor rema nella stessa direzione dell’autore. Ma perché questo avvenga devono essere soddisfatte almeno due condizioni: il rispetto reciproco e la stima reciproca. Il rapporto con l’editor deve essere dialettico, non ha sempre ragione, ma spesso sì – quindi va ascoltato e bene.

I due momenti di confronto più importanti con l’editor sono quello dell’analisi operativa macrostrutturale (spostare parti di testo, introdurre in un altro momento un personaggio, sviluppare meglio un concetto o una situazione) e del lavoro sulla linea (confronto su sintassi e lessico).

L’editor del mio romanzo è stato Vanni Santoni, ho seguito tutte le sue indicazioni ed ho approvato tutti i suoi interventi.

Scrivere aiutandosi con uno schema o in modo libero
Lo schema può essere importante, ma non deve mai ingabbiare la creatività della narrazione. Può essere sensato iniziare a scrivere in modo libero, dopo aver individuato ciò di cui c’interessa parlare. Successivamente, ma questo dipende dal tipo di testo (gestire il mondo di Martin è diverso dal gestire il mondo di Kafka), buttare giù uno schema o meglio ancora una sinossi articolata può facilitare il lavoro.

Quali autori consideriamo oggi i riferimenti stilistici imprescindibili?
Per quanto mi riguarda, andando con ordine, tra i classici antichi: Petronio, Plutarco e Cesare. Tra i classici moderni, anzitutto i grandi russi: Dostoevskij, Tolstoj, Gogol, Gončarov, Leskov, Bulgakov (tenderei a considerare trascurabile Turgenev). In secondo luogo i grandi francesi: Balzac, Flaubert, Sade, Huysmans, Maupassant, Proust, Stendhal, Rabelais. Tra i tedeschi: Mann, Goethe, Schopenhauer, Nietzsche, Hesse, Kafka. Tra gli italiani: Siti, Vassalli, Calasso, Santoni, Tomasi di Lampedusa, Tondelli. A questi autori aggiungo poi Kristof, Wallace, Roth, Bolaño.

Da dove iniziare a studiare?
Da una parte dalla lettura degli autori sopra elencati, dall’altra da Bachtin (sia il suo Dostoevskij che il suo Rabelais) e da Auerbach.


Leggi un estratto de “Il giorno della nutria” su ISSUU


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Sulla scrittura: in dialogo con l’autore Andrea Zandomeneghi