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“Sull’arte narrativa” di Willa Cather – “The Borzoi 1920”

di Antonia Santopietro

Questo breve saggio della scrittrice statunitense Willa Cather (1873-1947) è apparso nella raccolta di scritti The Borzoi 1920: being a sort of record of five years’ publishing che vedeva la firma di molti scrittori di fama, nonché la introduzione dell’editore Alfred A. Knopf e di Maksim Gorkij.

Willa Cather è stata autrice raffinata, poco valutata in verità, meticolosa e alla continua ricerca della forma letteraria più ambiziosa. Diversi i romanzi pubblicati anche in Italia, tra i quali ricordiamo:

La mia Antonia, trad. di Jole Jannelli Pinna Pintor, Einaudi, Torino 1947
Una signora perduta, in Destini oscuri: romanzi e racconti, trad. di Maria Gallone e Fluffy Mella Mazzucato, Mondadori, Milano 1956
ll mio mortale nemico, trad. di Livia Agnini, Jandi Sapi, Milano-Roma 1944


Willa Cather fotografata da Carl Van Vechten.

(1920) Spesso ci si interroga sugli “ostacoli” che i giovani scrittori devono affrontare nel tentativo di fare un buon lavoro. Potrei dire che gli ostacoli maggiori che gli scrittori incontrano sono gli abbaglianti successi giornalistici di venti anni fa, storie che hanno sorpreso e deliziato per il loro preciso dettaglio fotografico e che non erano in verità nulla più che vivaci reportage. Lo scopo di quel tipo di scuola di scrittura era la “novità”- mai una cosa davvero importante nell’arte. Ci hanno dato, tutti insieme, degli standard mediocri, ci hanno insegnato a moltiplicare le nostre idee piuttosto che a condensarle. Hanno cercato di tirare fuori una storia da ogni fatto che gli si presentasse e di avere ritorni da ogni situazione che lo consentisse. Hanno ottenuto di certo risultati. Ma i loro lavori, a guardare meglio, ora che quella originalità su cui contavano così tanto è svanita, erano un modello giornalistico piuttosto esiguo. Il merito di una buona storia in stile giornalistico è che può essere estremamente interessante e pertinente oggi ma potrebbe aver perso il suo vantaggio domani.

A me pare che l’arte debba semplificare. Il che, in verità, riguarda tutte le forme d’arte più alte; cercare quale convenzione formale e quale dettaglio si possa eliminare preservando dell’insieme l’essenza, in modo che tutto ciò che è eliminato possa risiedere nella coscienza del lettore molto più che se fosse stampato sulla pagina.

Millet1 aveva fatto centinaia di schizzi di contadini che seminano grano, molti dei quali complessi e interessanti, ma quando è arrivato a dipingere il loro spirito rappresentandolo in un solo quadro, “Il seminatore”, la composizione è stata così semplice da apparire inevitabile.

Tutti gli schizzi scartati fecero in modo che il dipinto fosse quello che alla fine risultò, e il processo fu quello di semplificare, di sacrificare molte idee di per sé buone a favore di una sola migliore e universale.

Ogni nuovo racconto o romanzo deve contenere la forza di una dozzina di storie buone che siano state sacrificate ad esso. Un buon operaio non può essere a buon mercato, non può stare attento a non sprecare materiale e scendere a compromessi.

Scrivere non è narrare storie per le quali c’è una domanda di mercato, – un affare sicuro e raccomandabile come produrre sapone o cibo per la colazione -, dovrebbe piuttosto essere un’arte, che è sempre la ricerca di qualcosa per la quale non c’è richiesta di mercato, qualcosa di nuovo e non ancora sperimentato, dove I valori sono intrinseci e non hanno nulla a che fare con i valori standardizzati.

Il coraggio di andare avanti senza compromessi non giunge per uno scrittore tutto in una volta e neppure la capacità. Entrambi sono fasi di uno sviluppo naturale. All’inizio l’artista, come il suo pubblico, è legato alle vecchie forme, a vecchi ideali, e la sua visione è offuscata da antiche delizie che vorrebbe riprendere.

1Jean-François Millet è stato un pittore francese, considerato uno dei maggiori esponenti del Realismo

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“Sull’arte narrativa” di Willa Cather – “The Borzoi 1920”