la nostra scelta di sostenibilitàscopri di più

Tabù | Giordano Tedoldi
Tunué, 2017

di Erika Nannini

Tabù è la storia di un tradimento che il personaggio principale, Piero Origo, perpetra ai danni del clan di persone che lo circonda. Il rapporto sessuale consumato con la moglie del migliore amico – l’atto, prima ancora della colpa – si riverbera, infatti, tra tutti i personaggi del romanzo alterandone definitivamente gli equilibri. Il prezzo che Piero dovrà pagare per l’infrangersi di un divieto sacrale si dispiega in una spirale sempre più rapida e vorticosa di eventi che sconfinano – di pagina in pagina – nell’allegoria onirica e ancestrale. Diviso in cinque parti il testo cambia passo, quasi fosse un nuovo incipit, a ogni inizio. L’effetto è straniante sia che si tratti di salti temporali che di cambio del narratore al quale viene affidato il compito di condurre la storia alle sue estreme conseguenze. È un romanzo multiforme che intreccia, annoda e scioglie trame e sotto-trame, fondi e doppi fondi i quali però si innestano su un punto di origine comune: quali disastri possono originarsi se veniamo impossibilitati a essere ciò che ci sentiamo votati a diventare? Quali scelte residuano nella convivenza con un pensiero che non si dilegua, che anzi radica nella mente come un’ossessione? E con che spirito consumare il resto della propria vita? Tedoldi ha cucito un guscio all’assenza affinché la preservasse e nascondesse al medesimo tempo.

L’anello debole di Tabù sono io: la lettrice ignorante. Non è che sia proprio incolta, è che non ricordo. Le cose affondano nelle sabbie mobili del mio inconscio e se riemergono – se mai lo fanno – si ripresentano ai mie occhi come legni levigati e bruniti, sculture del tempo e del mare, così accanitamente scolpite che non posso riconoscerle per ciò che erano e attribuirle a chicchessia. Rainer Maria Rilke scriveva a Lou Andreas Salomè il 26 giugno 1914:“Frenato dinanzi a ogni foglio di carta e a qualsiasi libro come una capra saldamente legata e, consapevole del laccio, mi avviluppo in modo così maldestro che di solito non dispongo neppure di tutta la lunghezza della corda. In questo cerchio, mastico senza voglia libri lasciati e ripresi cento volte, ora a destra ora a sinistra, riconoscendo a stento le singole erbe; perché anche questo ho in comune con la capra, che di quanto un tempo ho mangiato non resta assolutamente nulla di documentabile a cui potersi rifare: diventa per l’appunto capra, e questo non le è di sollievo una volta che comincia ad avvertire la propria goffaggine”. Dunque sono in buona compagnia, ma questo non mi aiuta a sedermi al bar con Giordano Tedoldi e passare una rilassata mezz’ora davanti a un buon caffè. Tabù è una lectio magistralis. Uno sfoggio continuo di tecnica e di conoscenza che mi spinge a sottolineature, appunti e rimandi o al coitus interruptus della frase per andare a verificare seduta stante una qualsiasi delle moltissime citazioni che Piero – ma non solo lui – snocciola per gran parte del testo. I personaggi del libro sono, infatti, un agglomerato coerente e estremamente omogeneo. Sono lo stesso impasto umano, superuomini, che non hanno nemmeno sentito il bisogno di cercarsi, ma si sono trovati come la luce raduna le falene. Tedoldi – loro luce – li ha radunati e – privandoli di un controcanto – costretti in quella che per questa ragione può sembrare più una parabola che un romanzo. Difficile dunque – impossibile – è coglierli impreparati sia che si tratti di sapere o di saper affrontare. Di impreparato può esserci – per l’appunto – solo il lettore: mea culpa, mea cupla, mea maxima culpa. Tedoldi mi inchioda al muro dei miei limiti, delle mie deformità, di una società liquida (questo me lo ricordo: Bauman) dove l’incertezza è l’unica certezza e che fa di me specchio coerente di tale degenerazione. È la trama a soccorrermi mano a mano che i personaggi vengono spinti all’essenza del loro essere e agire: quando non conta niente altro che sopravvivere a se stessi o alle persone più care o per loro sacrificarsi; quando non rimane il tempo – o la forza – per fare di meglio. È allora che i personaggi di Tedoldi ragionano di cibo e di freddo e di sacrificio, fanno filosofia districandosi tra l’impossibilità e il soddisfacimento dei bisogni primari ed è allora che i codici tornano universali e riconoscibili a tutti. Tedoldi disinnesca così il pericolo di dare forma a un soliloquio fatto di tesi filosofiche attraverso la rovina delle stesse, grazie a una trama che le mette continuamente in pericolo. È infatti lo sfaldamento, la disgregazione a produrre umanità intesa quale condizione comune.

Giordano Tedoldi è uno scrittore raffinato, un pragmatico della lingua, un dotto delle arti, un’enciclopedia carnificata; lo immagino spaventato all’idea di vivere come io vivo, sulla punta dei piedi in equilibrio tra una lacuna e l’altra: “Ci sono individui, parte di una categoria di nevrotici in cui occasionalmente mi includo, che sentono come un dolore fisico, una ferita che espone l’osso, non appena si accorgono che un fatto che dovrebbero conoscere, come la nascita e la foce di un fiume, gli sfugge. Ricordo a scuola, la prima volta che in un giudizio del maestro lessi la parola lacuna. Mi impressionò per il suo realismo: se hai una lacuna, non vuol dire semplicemente che hai un vuoto, che hai lasciato un’area disorganizzata nel primo tentativo di sistemazione delle conoscenze, ma che ci sono veri e propri depositi liquidi nella memoria, che la marciscono. L’uomo sperimenta una putredine viva, anteriore alla morte, della quale sembra essere la parafrasi.” (Tabù – p. 284). Forse è per questo che ciò che gli riesce più ostico è perdere il controllo di sé e dei propri personaggi. Bisogna essere naïf per poter scrivere di una donna che vive dentro un ascensore e ha come amante una gigantesca farfalla (Mircea Cărtărescu, Abbacinante – L’ala sinistra, Voland) , bisogna portare un taglio di capelli incongruo e postare su Facebook – senza il minimo imbarazzo intellettuale – le fotografie dei propri gatti o le festicciole di famiglia ancora pregne di un’atmosfera da guerra fredda oramai insita nel sangue, nel DNA di chi non può smantellarla perché non è in grado di vederla e riconoscerla come tale. Bisogna essere lievi di spirito e folli di un’ubriachezza persistente che non può essere disintossicata. Rido e piango sulla bacheca Facebook di Cărtărescu perché, come sente lo stesso Tedoldi in Tabù: “Nessuno di noi è armonico, ma alcuni riescono a usare il caos” (p.123). La scommessa, vinta solo in parte, di questo libro è, a mio parere, il quinto di sconfinamento per cui la collana Tunué è oramai nota. Consapevole, concentrato, la percezione che Tedoldi ha di se stesso e che tiene assieme tutto ciò che è e che sa è anche il freno allo sconfinamento, terreno che non rende giustizia a uno straordinario scrittore dal quale attendo prove inarrivabili.

Penso a quanto è bello l’istante in cui il dolore riga il mondo, annunciando la mortalità di ogni cosa, scoprendo i capillari della vita. Noi siamo sangue felicemente smarrito nel cosmo.” (Tabù – p. 338)

Share

Tabù | Giordano Tedoldi

Discussion

Leave A Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *