la nostra scelta di sostenibilitàscopri di più

Turbolenza | David Szalay
Adelphi 2019

di Emanuela Chiriacò

Chissà se i personaggi di Turbolenza di David Szalay guardando il biglietto aereo o l’etichetta del loro bagaglio da stiva abbiano notato il cosiddetto codice IATA, la sequenza di tre lettere identificative di ogni aeroporto, una sorta di linguaggio internazionale convenzionale.

A giudicare da come sono calati nelle loro storie sembrerebbe di no. La sensazione è che non se ne siano nemmeno accorti, colti come sono da una cecità febbrile che li vincola alla loro dimensione personalistica che non lascia spazio a riflessioni di nessuna natura. Non si guardano dall’alto per fare astrazione, il viaggio per loro è l’espediente per allontanarsi da stessi rimanendo se stessi.

Sono entità che rasentano l’astratto, trasparenze opacizzate, spettatori passivi di se stessi.

Turbolenza è un viaggio circolare concepito inizialmente come progetto radiofonico per BBC4 e in un’intervista al quotidiano inglese The Guardian, l’autore tiene a precisare che il suo è un lavoro coerente e indivisibile con una sua continuità, non una raccolta di racconti.

Siamo di fronte a dodici storie e quattordici personaggi legati tra loro dal tema narrativo del viaggio con una compagnia aerea speciale, quella della Teoria dei piccoli mondi: una rete immaginaria di collegamenti tra persone che non si conoscono ma si sfiorano da un volo o da un aeroporto all’altro.

Un viaggio circolare che parte da Londra Gatwick (LGW) con destinazione Madrid (MAD), l’unica tratta in cui una turbolenza si manifesta ma non appare quella reale che dà il titolo al libro.

La protagonista è una donna anziana e diabetica che ritorna a casa dopo aver fatto visita al figlio molto malato di cancro alla prostata e le cui speranze di sopravvivenza sono pari a zero. Sull’aereo le capita di sedere accanto a Cheik, un senegalese che a Londra ci è stato per lavoro; l’uomo a Madrid prende una coincidenza per Dakar (MAD –DSS) e quando sta per raggiungere casa capisce che deve essere successo qualcosa di grave; in auto con l’autista di famiglia scopre infatti che un taxi ha investito suo figlio e lo ha ucciso. Werner, un pilota di cargo che parte da Dakar per San Paolo (DSS – GRU), era sul taxi e assiste all’incidente, cosa che lo costringe a chiamarne un altro per raggiungere l’aeroporto e partire con l’equipaggio di cui fa parte alla volta di San Paolo.

Il viaggio concepito come una staffetta invisibile e dolorosa prosegue da San Paolo fino a Toronto, e da Toronto a Seattle; da Seattle a Hong Kong, e continua a Tan Son Nhat e da qui a Delhi via Bangkok, da Delhi a Kochi, da Kochi a Doha, da Doha a Budapest e da Budapest a Londra Gatwick dove il cerchio perfetto si chiude.

Ogni personaggio ha a che fare con il movimento e prova un senso di sradicamento che lo porta a coprire grandi distanze ma tende a sfiorare l’altro senza avere un contatto reale; i personaggi concepiti da Szalay sono monadi odeporiche, esseri solitari minacciati dalla malattia, dalla bancarotta, dalla violenza domestica; sono schiavi a loro modo di impulsi atavici animaleschi e sembrano preferire la sospensione in aria, e accettare il rischio di un’eventuale turbolenza come un’opportunità per prendere distanza dalla contingenza della propria fragilità e dai propri guai terreni.

Sono abitanti dello stesso piccolo pianeta, respirano la stessa aria e hanno a cuore il futuro dei figli, indipendentemente dall’età, e sono mortale come tutti, per parafrasare la citazione di Kennedy

(pagina 122) incorniciata sul muro di casa del personaggio che apre e chiude il libro.

Ogni capitolo è un racconto dall’impianto classico, composto in media da sette o otto pagine in cui l’autore innesta epifanie o momenti topici della vita di ognuno per fare luce sul suo passato, presente o futuro; e se Szalay permette al lettore di sfiorare con lo sguardo la crisi esistenziale dei personaggi, gli preclude però la possibilità di affezionarsi ad essi, come ai personaggi quella di accattivarsi la sua simpatia.

Szalay annulla le barriere geografiche lasciandoli di saltare di continente in continente con facilità, e sublima le barriere costruite dalla diseguaglianza economica, dalle diversità culturali o più semplicemente la natura solitaria della condizione umana.

Non siamo di fronte a un narratore che lascia senza fiato, che punta alla suspense; al contrario, definendo immediatamente l’umore del personaggio, lo colloca in un frangente scomodo in cui si respira insieme a lui l’aria pesante e umida del vento di scirocco e il possibile triste epilogo, o la realizzazione compiuta della tragedia che si appresta a vivere.

L’osservazione che riesce a produrre nel lettore è aerea e lascia la possibilità di osservare con distacco gli eventi della vita dei personaggi, perché racconta che ciò che ci capita può plasmarci o cambiarci ma non ci definisce o cataloga.

Quello di Szalay è un invito a dare uno sguardo alle storie di sconosciuti per riconoscerci e magari correggere il tiro prima che sia tardi. La turbolenza è proprio quel segnale che non andrebbe mai ignorato, è avvisaglia meteorologica; è l’attimo caotico e in apparenza interminabile della scossa aerea che porta alla consapevolezza di non avere i piedi piantati in terra, e che precede l’evitabile, permettendoci di stabilire un nuovo ordine esistenziale.

Share

Turbolenza | David Szalay – ZEST Letteratura sostenibile