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TUTTO È JAZZ, Lili Grün
Keller editore
Traduzione di Enrico Arosio

di Emanuela Chiriacò

In Tutto è jazz i dorati anni venti della Grande Berlino sono finiti e sulla scia residuale della polvere di sogni e porporina rimasti nell’aria berlinese, si consuma la storia di Elli, una giovane attrice austriaca che vi si trasferisce in cerca di fortuna. Sullo sfondo si frangia la vita notturna della capitale tedesca durante la Grande Depressione.

Elli spera di conoscere un regista importante e di avere accesso agli studi cinematografici Ufa, desidera indossare abiti di lusso e gustare cibo raffinato nei ristoranti modaioli al Kurfürstendamm ma si ritrova a sbarcare il lunario in un progetto di mutuo soccorso artistico con un gruppo di amici e colleghi con cui dà vita al Jazz, un cabaret nel modesto primo piano in un caffè sul Kurfürstendamm che è sempre vuoto e perciò è disponibile a buon prezzo.
In un progetto artistico dal basso, ognuno investe il suo talento per comporre musiche, creare scenografie e coreografie, produrre testi, provare canti e balli, in attesa del grande debutto.
Elli condivide con Hullo, Hedwig, Suse, Herta e Richard la difficoltà di sopravvivere con pochi soldi, ma nella sua intima solitudine è chiamata a lottare con la sua emotività; se da un lato sogna di diventare la nuova Marlene Dietrich, dall’altro deve fare i conti con il suo lato romantico che la spinge verso amori sbagliati. È fidanzata con Robert, un giovane studente squattrinato con cui però non può parlare di ciò che per la sua vita è essenziale.
Il ragazzo non ha la sensibilità di capire i suoi bi/sogni e Suse che rappresenta la praticità la sprona a cercare qualcuno che possa agevolarle la vita con la convinzione che Robert non sia quello giusto per lei.

«Tu non diventerai mai nessuno» le dice Suse esasperata. «Da mesi la ragazza corre in giro per l’universo mondo senza un amico e alla fine s’innamora di uno studente, squattrinato pure lui. Almeno uno dovrebbe avere quanto basta per allungarti, al peggio, un dieci marchi. Che cosa crede, il caruccio, che vivi d’aria?»

In questo dilemma si muove Elli, ragazza senza età, quattordicenne e centenaria, alle volte pecorella e alle volte indianina. Ha solo sua sorella Hanna l’ultimo legame rimasto con Vienna alla quale scrive lettere, perché Scrivere a Hanna vuol dire scrivere a Vienna. E Vienna deve essere informata di ogni cosa: del Kabarett, delle critiche, in breve di tutto quello che è successo. Rifugio e conforto in momenti in cui il buio le offusca la vista e la spinge a trascinarsi nell’abisso.
Tutto è jazz si iscrive nella tradizione narrativa di Doris, la ragazza misto seta di Irmgard Keun come dice Arosio nella postfazione al romanzo ma anche di Colazione da Tiffany di Truman Capote e Gli uomini preferiscono le bionde di Anita Loos: una generazione di donne che sono all’inizio dell’emancipazione. La Grün al rossetto politico di Capote e al colore di capelli della Loos che ha condannato generazioni di donne alla metafora zoomorfa anserina aggiunge l’acconciatura diventata simbolo di un’epoca, quella charlestoniana; evocazione di un mondo schiacciato tra due conflitti mondiali che ha voglia di pace e affrancamento.
Lo stile della Grün è laconico, la sua scrittura apparentemente leggera e farcita da una misurata punteggiatura, ma nasconde una profondità assoluta e il grande coraggio di affrontare temi nuovi: il lavoro collettivo, le relazioni di genere senza gerarchia, il matrimonio paritario, la ricerca del divertimento e del successo.
Una realtà semplice con passo veloce e duro che le permette di disegnare i personaggi con amore e costruire dialoghi divertenti pur restituendo il lato triste della Repubblica di Weimar, la crisi economica che solo il cabaret sa calmierare perché rappresenta un atteggiamento più che una direzione da seguire.
La Berlino di Lili Grün è una città giovane, piena di artisti affamati di vita e successo e lei ha il ritmo della nascente musica jazz che al netto degli standard in costruzione presenta la sua peculiarità e il bisogno di improvvisare; dunque un tracciato letterario a cui Grün può aggiungere misurato strazio e graffi, malinconia e umorismo, sempre accennato e mai esplicito e una jam session dialogica che coinvolge tutti i personaggi su griglie di accordi narrativi e temi poco conosciutiImpossibile trascurare l’aspetto autobiografico che sottende il racconto perché l’autrice ha vissuto a Berlino, è stata membro del collettivo politico-letterario Die Brcke (Il ponticello) e si ammala di tubercolosi come Hedwig, una delle protagoniste. Gli esiti sono però diversi: Grün è costretta a rinunciare al teatro mentre nel romanzo, Hedwig muore.
Un più dettagliato approfondimento biografico su Lili Grün è contenuto nella postfazione di Enrico Arosio che ha curato anche l’eccellente versione traduttiva restituendo ai lettori italiani una possibilità importante di piacevole conoscenza di un mondo spesso citato soltanto da cinema e televisione.

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Tutto è jazz | Lili Grün – ZEST Letteratura sostenibile