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ULTIMA NEVE | Arno Camenisch
traduzione di Roberta Gado
Keller edizioni 2019

recensione di Paolo Risi


C’è la nebbia bassa sulle montagne, non si vedono le cime. Il Georg apre le imposte fuori dalla baita. Accanto alla finestra è affissa una piccola targa smaltata con la scritta stazione esterna 45 kv. Arriva il Paul in motorino. Ha in testa la cuffia di lana. Il Georg lo saluta, sei un po’ in ritardo, cominciavo a pensare che non saresti venuto. Il Paul spegne il motore, se c’erano le folle era un po’ un problema, dice, ma per fortuna sul presto di solito è abbastanza tranquillo, appoggia il motorino alla parete della baita, eccoci, e sorride al Georg.

Paul e Georg gestiscono uno skilift in Svizzera, in un paesino del Cantone dei Grigioni. Sono pronti ad accogliere gli sciatori ma le giornate passano e non si presenta nessuno. Si suppone che i due siano amici, oltre che colleghi di lavoro; conversano (Paul e più ciarliero di Georg) e omaggiano il passato delimitandolo in pitture grottesche, a volte malinconiche. Non nevica più come una volta, e questo è uno dei loro crucci, il mancato evento che ferma gli ingranaggi della sciovia e permette all’anima di rivelarsi, magari scambiandosi confidenze davanti a un bicchiere di vino.

Il tempo scorre, è una sentenza per Paul e Georg, ma evidentemente loro questo non lo sanno; gli aneddoti, i fatti del paese, sono parte di un affresco incompleto, e così i due amici proseguono a rievocare, a lucidare i trofei di un passato leggendario. Georg non trova le cose, il suo orologio si ferma, il mondo sembra sfilacciarsi e disperdersi nella routine quotidiana. Dei due sembra il capo, ha impacchettato i suoi pensieri con massime e modi di dire. Custodisce un quaderno su cui annota le presenze giornaliere degli sciatori, come se volesse aggrapparsi alla concretezza dei loro corpi.
C’è il silenzio dei pendii innevati, una presenza immateriale, forse l’essenza della montagna che fa marciare la storia di Paul e Georg. Intanto i due addetti allo skilift osservano disincantati la vita: il loro sguardo è limpido e allo stesso tempo corrosivo, asseconda i ritmi della natura e ne accetta il predominio. Paul è un buon raccontatore, Georg un buon ascoltatore, e forse è per questo che resistono alla solitudine, la riducono a componente fantasmatica del loro quotidiano.

Il paese cela personaggi a non finire, aneddoti che tendono la mano al desiderio inespresso: Paul srotola la pergamena come farebbe un archivista delle anime, mentre Georg controlla le ancore dell’impianto di risalita, gestisce la cassa, è attento che il meccanismo funzioni e perpetui la sua ragion d’essere.

Il paese nel frattempo sta svanendo, e non c’entra la nebbia o un dolore intimo che altera le percezioni: per tagliarsi i capelli bisogna scendere a valle, l’ufficio postale ha chiuso, i giovani vanno all’avventura, il gestore del ristorante è stato mandato in pensione e il calciatore più talentuoso ha fatto fortuna altrove. Anche l’antica parlata che ha catalogato il mondo di Paul e Georg, che lo ha reso unico e vivo, sta lentamente scomparendo, per lasciare posto ai vocaboli della tecnologia e delle relazioni virtuali. La mancanza di neve appare come una conseguenza del disamore, come l’esito di una selezione naturale che vede la montagna soccombere e rintanarsi nei suoi miti. Verrebbe da chiedersi: ma è proprio necessaria la neve? C’è ancora spazio per i cristalli perfetti che planano a terra leggeri? C’è rimasto sufficiente ossigeno per far respirare il paesaggio?

Arno Camenisch individua un unico scenario in cui far muovere Geog e Paul; il luogo, il capanno dove i due lavorano e dialogano, appare stilizzato, un telo bianco che lentamente si riempie di colori e parole, che lascia spazio all’ironia e all’amarezza, che in alcuni momenti fa capolino. Ed è allora che la montagna si materializza, prende corpo nei ricordi e nelle profondità dell’animo, traspare come atto d’amore e di riconoscenza.

Il libro dell’autore svizzero parte da una situazione, origina da un nucleo necessario, dalla vita in tempo reale, per poi espandersi, deflagrare in una moltitudine di immagini e temi; il nucleo è l’espressione linguistica e il suo ritmo, l’incavo della mano che attinge alla fonte e permette alla scrittura di manifestarsi.

Georg e Paul sono due personaggi resilienti, outsiders indimenticabili, testimoni, forse loro malgrado, del nostro tempo.

Il Georg tira indietro la manica della giacca e legge l’orologio, le tre e dieci. Guarda il cielo. Il Paul sbircia da dietro la sua spalla. Mmh, oggi mi sa che non viene più nessuno, dice, va be’, vuol dire che mettiamo via tutto e domani si ricomincia. Comunque sia la stagione è iniziata, noi siamo di nuovo qui.

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