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ultimo-viaggio-soutineL’ultimo viaggio di Soutine | Ralph Dutli
Traduzione di Chiara Caradonna e Flavia Pantanella
Voland 2016

di Paolo Risi

L’ultimo viaggio di Soutine è immaginato dalla scrittore svizzero Ralph Dutli come un lancio di dadi sull’ultimo tavolo disponibile. Soutine nell’estate del 1943, scenario di rastrellamenti, cornice di icone senza luce (panzer cingolati, sidecar, stivali neri…), attraversa città e campagne francesi per raggiungere Parigi, ultima destinazione per un uomo sofferente, appeso al gancio di un’ulcera incurabile. È tempo di delazioni, di stelle gialle appuntate a doppio filo, e il pittore di origini russo-ebraiche viene tradotto a bordo di un carro funebre (per evitare i controlli della Gestapo) verso una clinica per sottoporsi ad un intervento chirurgico, ultimo tentativo per scongiurare una fine ritenuta imminente. Il trasporto ha i suoi chaffeurs ed accanto a Soutine veglia il profilo tormentato della sua amante, Marie-Berthe Aurenche, che fu musa dei surrealisti parigini e per nove anni moglie di Max Ernst. Nell’involucro di lamiera aleggia la spirale del dolore e lo spirito rinfrancante della morfina (soave succo di papavero di Sertübner), fedele panacea per uno strazio che non dà tregua. Gli effetti del farmaco, che procurano una sorta di dormiveglia estatico, tessono una tela biochimica scarmigliata e le scie di luce che penetrano dall’esterno, che fendono i vetri oscurati dell’inconsueto trasporto, smuovono ricordi e intercettano l’ondeggiare delle visioni. Ed è così che il pittore, nella prateria del delirio, rimescola suo malgrado le viscere del tempo e impressiona, come su un fotogramma chilometrico, la vita e il pulviscolo lasciato dalla sua arte indomita, talmente eccitante da corteggiare il futuro.

Ripeto: niente monologo interiore, danneggia l’indagine. Non metta la sua voce nella testa di un taciturno. Lasci perdere.” Sono le parole di un certo Albert Merle, che Ralph Dutli incontra nel cimitero di Montparnasse, quando ancora la fascinazione per il grande pittore russo non si è tradotta nell’omaggio letterario pubblicato in Italia da Voland. Il misterioso visitatore, che gironzola intorno alla tomba di Soutine, indica la rotta, accenna ad alcuni dettagli stilistici che in seguito caratterizzeranno “L’ultimo viaggio di Soutine”: nessun diritto ad entrare nella testa di un altro, la biografia romanzata dovrà contenere le coordinate necessarie a delimitare il flusso creativo, da nessuna parte un passato puro ma soltanto un presente impuro a donare slancio, a creare un margine fecondo fra la verosimiglianza e il fremito ideativo. Luoghi, personaggi e quadri scenici vengono lanciati senza parsimonia da Dutli nell’alveo della storia, quella incisa dai grandi conflitti e dall’età dell’oro che fece loro da giunzione, e quella sconvolgente dell’artista, la cui vocazione non riuscì mai a cauterizzazione il dolore, a dare sollievo a profonde piaghe emotive e caratteriali.

Impossibile stabilire se l’infanzia infelice, costellata da privazioni, abbia inciso sull’intera esistenza e punteggiato impietosamente le traiettorie future. Certo è che appena gli fu possibile, Soutine si allontanò dal suo paese d’origine (Smiloviči, nell’odierna Bielorussia), dapprima ponendo le basi del suo itinerario espressivo a Vilnius, città in cui frequentò per tre anni l’accademia d’arte. Si trattò soltanto di un primo assaggio di emancipazione da tradizioni e dogmi che disprezzava profondamente, prologo di un percorso a cui farà seguito, nel 1913, l’approdo a soli vent’anni a Parigi, caleidoscopio mitizzato di vita e aspirazioni. Alloggerà dapprima a La Ruche (l’alveare), una specie di colonia per artisti fatta costruire dallo scultore-mecenate Alfred Boucher, avamposto da cui approcciare i luoghi della creazione e del dialogo pittorico. Soutine frequenterà i locali di Montparnasse, ma rimarrà sempre ai margini, osservatore silenzioso e accigliato nella sua totale mancanza di savoir faire, compreso nell’estenuante ricerca di una propria cifra stilistica, dei colori necessari: “Per Soutine non esiste il corpo perfetto, solo corpi sfregiati, nodosi, maltrattati. Nella vita niente è rimasto integro, niente si può riparare. Sono i soli principi che è disposto ad accettare. I colori di Soutine si urtano l’un l’altro, si scorticano, si venerano, si dannano e si maledicono, s’innalzano e si distendono, fino a mostrare in un balbettio la loro felicità mutilata.

Il giovane pittore russo combatte contro la fame e la propria insoddisfazione, distrugge buona parte dei quadri che realizza, bruciandoli o sventrandoli a colpi di coltello. I mercanti perlopiù lo ignorano, non comprendono quel magma di colori che invade la tela e destabilizza forme e prospettive. L’impenetrabilità di Soutine è troppo disturbante per potercisi specchiare e viene letta soltanto la superficie del suo lavoro, che è inquietudine purissima. Amedeo Modigliani, corazzato dall’audacia, abitatore degli abissi, non ha remore ad immergersi in quegli anfratti inaccessibili e profetizza la grandezza, la potenza dell’arte di Soutine; il grande seduttore livornese realizzerà quattro ritratti del pittore russo, a cui elargirà sulla tela una sottolineatura beffarda di pacatezza. Giungerà l’anno 1922 e le intuizioni di Modigliani troveranno finalmente rispondenza nel mercato dell’arte: il miliardario e collezionista americano Albert Barnes, durante una ricognizione fra Montparnasse e Montmartre, rimane folgorato dall’opera “Il piccolo pasticciere” realizzata da Soutine nel sud della Francia. Wonderful, wonderful… Show me more, strepita Barnes e per saziare il suo stupore comincia ad acquistare dipinti a prezzi ridicoli: quindici, venti, massimo trenta dollari a tela. Per Soutine sta per aprirsi una stagione di relativa agiatezza, alquanto sfuggente considerando le sue condizioni di salute, le sue ossessioni, l’impietoso arrovellarsi intorno alla verità del proprio ingegno. Nello scenario generale si profilano soprattutto le mire espansionistiche della Germania nazionalsocialista, la conseguente occupazione del territorio francese, che nel romanzo di Ralph Dutli viene descritta con ammirevole sensibilità.

“L’ultimo viaggio di Soutine” è una biografia impropria di Chaim Soutine, è un romanzo incalzante entro cui passione e senso della misura accompagnano alla scoperta di un artista realmente unico. I personaggi che contornano e animano il finto corteo funebre, bocche allucinate del passato e frammenti di realtà, si incaricano di precisare e definire le risultanze di un uomo giunto al termine della vita. Si guardano bene da fare sconti i fantasmi che incalzano Soutine, non lo abbandonano, lo sfidano e ribadiscono l’incorruttibilità dell’artista, la sua incapacità di accettare la quiete di una guarigione definitiva. Si rivela lo scrittore Ralph Dutli, quando registra e forse asseconda l’inquietudine di Soutine, il suo disagio fra le pareti di una clinica lattescente, avvolto nel suo involucro di lenzuola bianche di luce. “Si trova in uno stato di sconfinata assenza di dolore. L’ulcera gastrica si è congedata. Ma nel suo caso non è appropriato parlare di beatitudine: dentro di lui è scomparso il battito vitale, senza il dolore non è più l’uomo di una volta. È il pittore meno il suo male. Un cuore senza battito. Gli vengono in mente due versi di un poeta, ma non ricorda più quale. Quando tutt’intorno ciò che era non è più, che importa se ti prendono per assedio o in un lampo…


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