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fidel castrodi Otello Marcacci |

La morte di Fidel Castro chiude una delle ultime pagine del secolo scorso ancora aperte. Quelli della mia generazione hanno già preso coscienza che con noi finirà un epoca. Mi riferisco a quella post bellica e dei baby boomers, che ha già lasciato il posto ai millenials e a modi di intendere la vita in maniera diametralmente diversa da come siamo cresciuti. Noi, infatti, siamo finiti a vivere in un mondo che facciamo fatica a decifrare. Tutto funziona in modi che non riconosciamo come nostri. Il progresso ha portato con sé la fine degli ideali e delle ideologie e la disillusione ha fatto il resto.
Fidel Castro era un totem che il tempo ha forse reso marcio ma che lo stesso, con la sua presenza, era là a dirci che ancora non era arrivato il momento di abbassare la bandiera. Che tutto era come lo conoscevamo da bambini. La sua morte è solo l’overture di quella che sarà la nostra.
Come tutti i nati negli anni sessanta da ragazzo ero un fervente ammiratore di Ernesto Che Guevara. Il suo mito è stato la pietra angolare di coloro che credevano che si potesse combattere contro le ingiustizie. Solo negli anni ho scoperto che anche lui uccideva senza pietà i nemici. La “fortuna” del Che è stata quella di morire giovane e ancora bello, in modo romantico. Questo, se gli ha tolto la vita terrena, gli ha donato l’immortalità nei cuori di generazioni di ragazzi che ancora oggi vedono in lui il simbolo di coloro che vogliono combattere contro il potere capitalistico (rappresentato dagli USA).
A Fidel invece è toccato in sorte di vivere a lungo. Probabilmente troppo. In questi giorni ho letto un po’ di tutto su di lui e su ciò che è stato e non è stato. I commenti delle persone variano dentro un range che passa dal pensarlo come l’ultimo eroe solitario a dittatore senza scrupoli.
La mia opinione è che egli sia stato un eroe, diventato vittima di una politica americana insensata che l’ha obbligato a diventare un dittatore spietato.
Sembra un ossimoro, lo so.
Provo a dire meglio.
La rivoluzione cubana del 1959 (in realtà cominciata sei anni prima) è stata una guerra santa di liberazione. Chi lo nega è in cattiva fede. Il regime di Bautista è stato uno dei più orrendi, sanguinari e corrotti che si ricordino nella storia moderna. Si dice che ogni famiglia cubana abbia avuto almeno un morto o un torturato da parte della sua polizia. Il colonnello aveva costruito il suo potere legandosi a doppia mandata alla Mafia internazionale e all’establishment politico-economico americano che aveva sull’isola interessi enormi. Furono proprio questi a indurre il governo statunitense a cercare di opporsi in modo terribile a un regime comunista appena fuori dalla propria porta di casa, che con le sue espropriazioni aveva causato un danno enorme a molte società yankee. La vendetta dei gringos è stata di isolare completamente Cuba dal circuito commerciale del mondo occidentale, praticamente affamandola. In un contesto simile, con un territorio che non presenta alcuna possibilità di estrarre risorse naturali di alcun genere, Castro è stato obbligato a finire nel mortale abbraccio sovietico. In cambio di alimenti per sfamare la popolazione gli sono stati richiesti tributi infiniti. Il meraviglioso popolo cubano è così diventato carne da cannone per i russi nelle loro guerre in Angola o negli angoli più sperduti del mondo dove Breznev e soci preferivano crepassero loro piuttosto che soldati russi. Questa dipendenza obbligatoria, senza avere alcuno spiraglio di alcuna apertura sul fronte occidentale, ha reso necessario (dal punto di vista di Castro) mantenere l’ordine all’interno del Paese inasprendo le condizioni di vita. Sapeva bene, infatti, che l’assedio americano puntava a far crollare il regime dall’interno e così la lotta ai suoi oppositori è diventata spietata. Atroce. Da certi punti di vista orrenda. I boat people pieni di gente fatta morire nel braccio di mare che separa l’isola dalla Florida è solo una delle facce della sua repressione. Nemmeno la peggiore.
I cubani sono un popolo meraviglioso. Cuba dovrebbe essere amata da tutti.
E’ stata tra le nazione che ha raggiunto la sua indipendenza per ultima. E’ stata sfruttata, vilipesa, trattata senza rispetto per secoli da tutti coloro che l’hanno governata. Su tutti gli spagnoli che l’hanno persa soltanto nel 1896 finendo per cederla agli americani dopo la guerra ispano-americana. Gli iberici non sono mai stati feroci in nessuna delle loro colonie come lo sono stati a Cuba, arrivando persino a proibire di chiamarla così da coloro che ci sono nati. Il loro poeta nazionale (nonchè rivoluzionario) Josè Marti nella sua canzone più conosciuta che tutti quanti abbiamo imparato a cantare nel testo fa dire: “Yo soy un hombre sincero de donde crece la palma Y antes de morirme quiero echar mis versos del alma”. Uomini del posto dove cresce la palma, era l’unico modo per potersi definire cubani al suo tempo. E ogni volta che sento “Guantanamera” io mi commuovo. Perché non è una canzonetta latina ma è un’ode d’amore al suo popolo in catene da sempre.
Sono stato a Cuba nel 2001. Avevo vinto un contest aziendale (parola che adesso aborro ma che al tempo faceva parte della mia vita da rampante consulente finanziario) e la società per cui lavoravo voleva farci vedere quel mondo prima che ci arrivasse il progresso.
Arrivai a L’Havana con un gruppo di maneggioni per lo più interessati al turismo sessuale e venimmo sistemati in un resort classico a Varadero. Decisi di mollarli là e di andare a esplorare l’isola da solo. E quello che scoprii furono un gioco di contrapposizioni tremende che fatico ancora oggi a razionalizzare. Una bellezza accecante nei modi e nella dignità di quel popolo meraviglioso ma anche condizioni di vita che non credo nessun occidentale abbia mai davvero provato a lungo sulla sua pelle. Una scolarità incredibile, con quasi tutti laureati a spese dello Stato ma con la tessera obbligatoria per poter mangiare la carne che era prevista una volta a settimana. Strade con macchine- catorcio, degli anni cinquanta guidate da quelli che, i più poveri che non le avevano, chiamavano “i credenti”, perché “credevano di avere un auto”. Eppure con l’obbligo accettato da tutti di prendere a bordo chiunque facesse autostop perché era giusto dare un passaggio a chiunque. Ho visitato (da fuori) resort per miliardari che si erano comprati da Fidel il diritto a poter restare (la coerenza mal si sposa con la fame…) accanto a posti per locali con bar in cui dentro non c’era niente da poter vendere ma in cambio televisori in bianco e nero e puzza di miseria nera che faceva spavento. Ho conosciuto italiani che sono andati a viverci sposando una locale e cubane che davano tutto per poter scappare e che per pochi dollari cacciavano il marito di casa per qualche giorno per vendersi agli stranieri (questa cosa fu causa anche di un alterco tra me e uno di coloro con cui ero arrivato sull’isola).
Cuba in altre parole è un posto che mi ha preso alla giugulare perché nessun uomo che ha un cuore che pulsa non può non amarla. Ma allo stesso tempo è anche un posto in cui potrei mai vivere. Perché la libertà è un valore al quale non posso rinunciare. Non importa le condizioni per le quali mi viene tolta. Non potrei stare per scelta in un posto che me la nega.
Obama ha messo fine all’embargo che opprimeva l’isola in cambio di poco. Così almeno sostengono i cubani americani. Credo che abbia solo cercato di mettere un mattone per la costruzione di un futuro che appare ancora oggi nebuloso. E’ difficile infatti poter far sopravvivere una rivoluzione comunista dentro il mercato globalizzato di questo nuovo millennio. Penso che la visione del Presidente americano fosse l’unica decente viste le circostanze: lasciamo che il mercato inietti i suoi virus dentro l’ultima roccaforte teologica monopolista, senza uccidere ancora un popolo che merita di essere aiutato. La nuova elezione di Trump che per non sapere né leggere né scrivere ha già dichiarato guerra al regime castrista mi fa pensare che il popolo dove cresce la palma sarà costretto a piangere e soffrire ancora a lungo.
E’ morto Fidel.
Viva Cuba!!

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Un rivoluzionario non muore mai, davvero, invano