la nostra scelta di sostenibilitàscopri di più

un soffio di vita lispector zestUn soffio di vita | Clarice Lispector
Adelphi, 2019
traduzione di R. Francavilla

 

recensione di Emanuela Chiriacò

 

Ricardo Neiva Tavares sulla rivista Cultura Brasiliana. Clarice Lispector: la parola inquieta (N°2/SETTEMBRE 2013) afferma che

L’opera di Clarice, nella storiografia letteraria brasiliana, è inserita all’interno della terza generazione del Modernismo brasiliano (1945-1978), periodo in cui il Brasile e il mondo vivevano in uno scenario di trasformazioni. Questa generazione è stata segnata dal cosiddetto “Regionalismo”, movimento estetico e di pensiero con il quale gli autori hanno voluto analizzare in profondità il legame esistente tra uomo e società.

Clarice Lispector, tuttavia, ha saputo spingersi oltre il Regionalismo: gli obiettivi principali delle sue opere sono sempre stati il sondaggio psicologico e la ricerca sul proprio stile di scrittura. Le storie di Clarice, infatti, raccontano di personaggi intrappolati in vicoli ciechi che riescono a oltrepassare l’effimero del quotidiano. Sono esseri raffigurati in situazioni che sembrano emergere non dal mondo, ma dalla parola stessa. Ed è per questo motivo che Clarice si conferma come una singolare interprete della modernità.

Anche Ângela Pralini e l’Autore, i due personaggi protagonisti del romanzo Un soffio di vita sembrano emergere dal verbo e sono fuori dall’effimero quotidiano e l’Autore che ha inventato il suo personaggio, ingaggia un dialogo con lei e, per estensione con il lettore

ÂNGELA Ah, come mi piacerebbe avere una vita languida.

Sono una delle interpreti di Dio.

AUTORE Quando Ângela pensa a Dio, si riferirà a Dio oppure a me?

ÂNGELA Chi crea la mia vita? Sento che qualcuno comanda in me e dà forma al mio destino. Come se qualcuno mi creasse. Però sono anche libera e non ubbidisco agli ordini.

AUTORE Sto bevendo troppo. Quando si beve, si mette a nudo l’inconscio e si può solo sentire, sen­tire, sentire. Dio è una cosa che si respira. Io non ho fede in Dio. La fortuna a volte è non avere fede. Così si potrà un giorno avere La Grande Sorpresa di coloro che non si aspettano miracoli. […] Ângela ha assegnato a Dio il potere di curarle l’ani­ma. È un Dio assai utile: perché quando Ângela sente Dio, allora la verità estremamente evidente è immediata. Ângela si serve di Dio per respirare. Di­vide Dio per usarlo come protezione. Ângela non è mistica e non vede l’oro dell’aria.

Si resta affascinati subito dall’ambiguità che lega personaggio e autore, nel loro ruolo di creatore e creato e l’afflato, il soffio che resta, sopravvive a Lispector come un testamento spirituale, lirico; la stesura dell’opera avviene, infatti, quando è già gravemente malata di cancro alle ovaie e nell’attesa di morire, che considera un atto ammaliante, una possibilità di confronto diretto con l’ignoto, continua a scrivere (il romanzo è poi pubblicato postumo grazie al lavoro e alla dedizione della sua segretaria e amica Olga Borelli).

In una delle sue ultime interviste, più o meno un anno prima della sua scomparsa, un giornalista le chiede se si senta rinata ogni volta che scrive un nuovo libro, forse con l’intento di ottenere un racconto positivo del suo processo di scrittura; lei risponde con impassibilità e un pizzico di nonsense: «Al momento sono morta. Vedremo se è possibile rinascere. Al momento sono morta e sto parlando dalla tomba.»

Portatrice sana di qualcosa di irrazionale, enigmatico e flirtante quando parla del divino, con questo libro, frutto della sua curiosità intellettuale, regala un’esperienza sensuale, meditativa e circolare, un abbacinamento filosofico sull’autorialità e indaga sull’esistenza, sulla creazione e sulla scrittura intesa come atto creativo che contiene l’esistenza; e la natura dell’atto creativo è tale che diventa impossibile conviverci e, al contempo, farne a meno.

Per bocca dell’Autore afferma

Io scrivo per nulla e per nessuno. […] Se qualcuno mi leggerà sarà di sua iniziativa e a suo ri­schio. Io non faccio letteratura: semplicemente vivo nel corso del tempo. Il risultato inevitabile del fatto che vivo è l’atto di scrivere.

Atto di cui ha paura, che reputa pericoloso e lo afferma sulla base dell’esperienza sensibile, consapevole che il pericolo derivi dal celato, da ciò che è nascosto sotto la superficie, negli abissi, e che per farlo, sa che deve collocarsi nel vuoto.

Forse da ciò deriva la volontà di scrivere un libro scrivendolo, di costruire un lavoro filosofico in progress nel quale pone Ângela come la realtà aumentata dell’autore; e la scelta del dialogo, una superficie specchiante che crea specularità tra i due, facce della stessa moneta di un sogno ontologico, massima espressione eterea e materica al contempo; un campo di coltura, un sostrato organico su cui far crescere la parola inquieta che sommuove sulla pagina e si cristallizza.

Un soffio di vita è un libro talmente potente da deflagrare nella testa di un lettore anche preparato (Se mai questo libro verrà pubblicato, che i profani ne stiano alla larga. Giacché scrivere è cosa sacra a cui gli infedeli non hanno accesso) – spesso di lei si è detto che scrivesse per gli scrittori – poiché difficile da assorbire; in effetti il libro suscita la volontà, e forse anche la necessità di una rilettura mentre lo si sta ancora leggendo perché procura lo stesso smarrimento di chi è rapito di fronte a un’opera d’arte, e stimolato a una risposta multipla, passibile di innumerevoli interpretazioni con la consapevolezza che il testo resti invariato, eppure aperto al rinnovarsi di nuove differenti suggestioni.

Un soffio di vita può essere letto così com’è, o in alternativa seguendo le due singole voci in sequenza con lo straniamento di trovarsi davanti a tre libri coerenti e autonomi, in cui la singolare musicalità, la poesia e la prosa di Clarice Lispector si fondono per dare slancio al doloroso che non è stata in grado di trattenere, liberando un flusso di (in)coscienza che restituisce un mondo frantumato, traboccante di immagini dove si è continuamente sbalzati da una realtà che sembra mancare a una che sopraffà.

Il libro richiede momenti di consolidamento per afferrare a pieno le riflessioni che l’autrice riesce a suscitare sulla vita, sul sé e sul tempo inteso come disgregazione della materia, come uno sconfinato presente suscettibile solo alla perniciosità dell’abitudine, il più potente degli anestetici esistenziali.

Con il personaggio di Ângela, l’Autore guarda in faccia il vuoto, sfiora l’angoscia esistenziale che al contempo è vertigine di libertà, e compie un avvicinamento continuo e progressivo come se attraverso di lei, ottenesse la possibilità di toccare il proprio intimo

Ho la testa piena di personaggi ma solo Ângela oc­cupa il mio spazio mentale […] Ângela è sempre in costruzione. […] Ângela è alquanto provvisoria. […] Lei è un animale da soma. Voglio la tua verità, Ângela! Solo questo: la tua verità che non riesco ad afferrare. […]

Ti ho cercata sul dizionario e non ho tro­vato il tuo significato. […]

Io ti amo geometricamente, punto zero sull’orizzonte che forma un triangolo con te. Il ri­sultato è un profumo di rose macerate. […] Mi preoccupo troppo della vita di Ângela e mi dimentico della mia.

Per contro Ângela sviluppa gradualmente una personalità autonoma, impara che può esistere indipendentemente dall’Autore

A quanto pare, Ângela vuole scrivere un libro stu­diando le cose e gli oggetti e la loro aura. Ma dubi­to che regga un tale impegno. Le sue osservazioni, anziché essere strutturate per un libro, vengono fuori con leggerezza dalla sua maniera di parlare. Siccome le piace scrivere, quasi quasi non scrivo più su di lei, e le passo la parola. […]

Il libro che la pseudo-scrittrice Ângela sta realiz­zando si intitolerà Storia delle cose. (Suggestioni oni­riche e incursioni nell’inconscio). […] Solo che non è grazie al mio tocco meccanico che funziona: lei agisce soltanto (attraverso le parole) quando la lascio li­bera […]

E nel lasciarla libera, sembra emanciparsi anche lui. Si riscopre capace di stare in piedi, e da solo nel mondo.

Arriva addirittura a volerne prendere distanza, a immaginare di sostituirla perché la sua anarchia, il falso equilibrio di forze opposte che dimora in lei gli impediscono di ritrovare la sicurezza che la donna, in quanto non addomesticabile, gli procura. Il ritorno dell’Autore apre la parte conclusiva che coincide con l’istante mistico di Ângela, l’unione di Ângela con il Tutto, nella convinzione che solo lei potrà sapere se è stato mistico o mistificatore.

Lispector come Angela è affascinata dall’idea della fede perché la trova impossibile. E come gran parte dei suoi personaggi, l’Autore e Ângela parlano di rado e si muovono poco ma sono costantemente esausti dal pensiero, quasi condannati alla cogitazione eterna, oltre il tempo; si potrebbe mutuare il mantra del film Prima della Pioggia di Milcho Manchevski: il tempo non muore (fa giri incomprensibili, si insinua come acqua nelle fessure della storia e riemerge ovunque), il cerchio non è tondo (una sorta di apeiron che difetta di concentricità ma l’inizio coincide comunque con la fine per rigenerare il percorso tortuoso all’infinito).

La prosa di Lispector esplora direttamente o indirettamente il senso spirituale dell’ineffabile; qualcuno ha definito il suo lavoro un lungo poema in prosa che opera un taglio obliquo sulla realtà per illuminarla con la sua visione e cesellare in essa l’avventura della sua scrittura.

Un’avventura ludica nel senso più nobile del termine in cui il linguaggio si fa barriera sottile, membrana trasparente tra il personaggio, lei e i lettori. Perché Lispector non scrive per raccontare una storia; per lei, la scrittura è passione, atto di vivere, ricerca di bellezza in cui la sua creatività linguisticamente sovversiva […]rasenta perfino il torbido limbo dell’illeggibilità, opera un abbandono euforico al nonsenso e compie una ricerca interiore delle parole quando non le trova sul diziona­rio, quando è angosciata dall’insufficienza del lin­guaggio come afferma Roberto Francavilla nella postfazione all’opera di cui ha anche curato la magnifica traduzione, e mai contemplazione di un’ipotetica trama.

Share

Un soffio di vita | Clarice Lispector