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Sempre più spesso autrici e autori, rivelano di essere sensibili all’ambiente e molti di loro sono direttamente impegnati in questo ambito.

Tiziana D’Oppido ha esordito lo scorso anno con un sorprendente romanzo Il narratore di verità” (Liberaria 2017) che tocca, tra gli altri, il tema rapporto uomo-natura.

in dialogo con l’autrice

Sappiamo di una tua particolare esperienza concreta a rispetto a queste tematiche, ci vuoi dire meglio?

Tre anni fa preparavo glossari e testi modello per traduzione di relazioni sull’idraulica torrentizia per la Regione Piemonte, quando sono incappata in articoli di giornale sulla tragedia ambientale dell’ACNA – Azienda Coloranti Nazionali e Affini – che hanno attirato la mia attenzione, portandomi ad approfondire l’argomento, fino a visitare le zone colpite.

L’ACNA era inizialmente un dinamitificio sorto nel 1882 a Cengio (SV), a cavallo fra Piemonte e Liguria, in un’area strategicamente vantaggiosa per la grande disponibilità d’acqua del fiume Bormida dell’omonima Valle, per la manodopera a basso costo e per il vicino collegamento ferroviario col porto di Savona. La fabbrica conobbe fin da subito un forte sviluppo produttivo e occupazionale (fino a 6000 operai nei periodi di maggiore produttività) ma l’impatto dei residui di produzione sull’ambiente erano talmente devastanti che già nel 1909 il pretore di Mondovì aveva vietato l’utilizzo dei pozzi a scopo potabile a valle dello stabilimento. Presto divenne impossibile derivare l’acqua del Bormida per l’irrigazione, alcuni acquedotti vennero chiusi, mentre il fenolo cominciava a infiltrarsi nei terreni.

L’inquinamento si estendeva per oltre 70 km lungo il corso del Bormida, e nonostante fin dal 1938 cominciassero a insorgere contadini e operai per i danni causati al territorio, il Ministero dell’Agricoltura rinnovò all’ACNA la concessione a derivare le acque del fiume per altri 70 anni.

Denunciarono la situazione anche giornalisti e scrittori come Velso Mucci negli anni Cinquanta e poi, nel 1963, Fenoglio in “Un giorno di fuoco”: «Hai mai visto Bormida? – fa dire a uno dei protagonisti – Ha l’acqua color del sangue raggrumato, perché porta via i rifiuti delle fabbriche di Cengio e sulle rive non cresce più un filo d’erba. Un’acqua più porca e avvelenata, che ti mette freddo nel midollo, specie a vederla di notte sotto la luna.»

Una valle umiliata dall’intervento dell’uomo al punto da dover cedere parte del letto del fiume per far posto all’ingrandimento dell’impianto, mentre a ridosso dell’impianto sorgevano vere e proprie colline costituite da scorie.

Nel corso dei decenni la gestione dell’azienda è passata di mano dalla Sipe all’Italgas alla Montecatini, poi Montedison, Enichem. La produzione è stata convertita più volte, passando da polveri piriche e nitroglicerina a fenolo, acido nitrico, acido solforico, pigmenti, coloranti e intermedi organici industriali derivanti da benzene, betanaftolo, acido Schaeffer e ftalocianine, solo per citarne alcune.

L’ACNA ha chiuso nel 1999 e in 120 anni di produzione ha devastato il territorio inquinando acque superficiali, sotterranee e suoli dell’intera Val Bormida con sostanze derivanti da ben 374 composti chimici, uno più micidiale dell’altro. Nel sottosuolo i tecnici hanno trovato qualcosa come 2 milioni di metri cubi di rifiuti speciali e pericolosi e terre contaminate.

La Regione Piemonte ha quantificato in oltre 200 milioni di euro il costo delle misure di riparazione dovute alla devastazione ambientale ma, nonostante l’imponente operazione di bonifica avviata subito dopo la chiusura dello stabilimento, verifiche effettuate dall’Arpal nel 2016 hanno dimostrato che il tasso d’inquinamento nelle zone colpite è ancora elevato con sostante tossiche altamente cancerogene. Le popolazioni della Val Bormida sono quindi condannate a convivere, per ancora molti decenni, con milioni di metri cubi di rifiuti tossici e con un’alta incidenza di patologie dermatologiche, cardiocircolatorie, respiratorie e tumorali. Senza contare il problema dello smaltimento delle scorie, perché si decise di chiudere gli scarti di produzione in bare di cemento, sarcofagi che paiono non trattenere del tutto la fuoriuscita di scorie. I restanti residui velenosi furono trasportati nella zona di Lipsia e, in gran segreto, nella discarica di Pianura, a Napoli, dove secondo la commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti furono smaltiti fanghi per almeno ottocentomila tonnellate.

Una tragedia, insomma, di enormi proporzioni, e i cui effetti avranno una durata difficilmente stimabile. Una vicenda così lunga, complessa e dolorosa non poteva non ispirarmi nella stesura del mio romanzo, in cui ripercorro sottotraccia la storia dell’ACNA dall’inizio alla fine, aggiungendovi un tocco sarcastico. Il dinamitificio viene romanzato in fabbrica di fuochi pirotecnici, il Bormida è anagrammato in Brodima, le vicende storiche s’intrecciano a quelle dei personaggi (uno dei quali affetto da dermatosi) e alle tematiche sociali e politiche. Molte delle sostanze chimiche succitate tornano nel libro, descrivo la nebbia all’acido fenico, la struttura labirintica della fabbrica, gli sversamenti di liquami. Cito persino il movimento dei cavedani in asfissia nei ruscelli, come da testimonianza di chi li ha visti realmente. E, anche il “mio” fiume, proprio come il Bormida, cambia colore a seconda delle produzioni, a volte è giallo, a volte rosso, a volte verde… A un occhio attento tutti questi riferimenti non sfuggiranno. E difatti non sono sfuggiti.

Del resto l’ACNA e la Val Bormida sono per me il simbolo di tante, troppe tragedie ambientali italiane. Penso a Porto Marghera, all’Ilva di Taranto, alla Valle del Sacco e alla Val d’Agri, in Basilicata, la mia terra.

La Val d’Agri era un’area naturalisticamente ricca e bella, con parco nazionale e piste sciistiche, con un settore orticolo trainato dai riconoscimenti comunitari I. G. P. (“fagiolo di Sarconi”, “peperone di Senise”, “pecorino di Moliterno”), colture cerealicole, foraggere, arboree, allevamenti ovicaprini, suini e bovini. Un piccolo paradiso. Ma la Val d’Agri è seduta sul più grande giacimento petrolifero d’Europa e lì l’Eni estrae da alcuni anni per soddisfare più del 10% del fabbisogno nazionale, cifra destinata ad aumentare, visti i progetti e i lavori in corso di espansione dei pozzi. Il problema è che nei giacimenti della Val d’Agri il controllato corrisponde al controllore (la rete di controllo è gestita alla stessa Eni) e le analisi danno rassicuranti risultati di qualità di aria e acqua della zona, entro i limiti di riferimento. A chi si ribella e mostra valori di grave tossicità, denunciando la falsificazione dei certificati CER, la Regione arrivò a rispondere che “le acque del Pertusillo sono pure come le sorgenti d’alta montagna”. Ti rendi conto?

Ed ecco che intanto l’orizzonte della valle, l’aria fresca, limpida e secca, diventa negli anni una calda, umida cappa rossastra. Che l’ottimo vino viggianese diventa imbevibile e invendibile perché proprio lì, a Viggiano, è sorto il centro oli dell’Eni. Che le carni sono malate, il grano contaminato, l’olio avvelenato. Che in ogni famiglia ci sono malati di cancro, che aumentano esponenzialmente le leucemie infantili. Che nascono pesci a due teste, le capre muoiono, i terreni essudano liquami, le acque ribollono. Che sostanze nocive legate al ciclo degli idrocarburi finiscono nei rubinetti di tre milioni di persone tra Puglia e Basilicata. Che i paesi muoiono, vittime di promesse di un benessere che non c’è mai stato perché lo sfruttamento petrolifero, che doveva essere un volano per lo sviluppo economico-occupazionale per le comunità della zona, si è rivelato come un profondo depauperamento del territorio a vantaggio solo delle compagnie petrolifere. A volte partono denunce, proteste, arresti, suicidi, sequestri di impianti che poi tornano in funzione. A volte l’ENI si vede costretta a rilasciare dichiarazioni di colpevolezza, per le pressioni dell’opinione pubblica (è di pochi giorni fa la sua ammissione di sversamento di ben 400 tonnellate di petrolio nei terreni lucani).

La Val d’Agri come la Val Bormida. Tutto questo è molto doloroso ed è una storia che si ripete continuamente, sempre con le stesse dinamiche, le stesse conseguenze, da un capo all’altro dell’Italia. Quando si finirà di devastare terreni e anima, cuore e corpo degli abitanti?

In che modo viene proposta la tematica ambientale al lettore nel tuo romanzo?

La tematica ambientale è centrale nel mio libro ed è presente sotto varie forme, più o meno velate e sicuramente critiche, a partire dall’ispirazione iniziale dell’ACNA di cui ti parlavo poco fa. È declinata anche nella trattazione – romanzesca – del problema della perdita della biodiversità, che oltre a essere causata dai già citati inquinamento, sfruttamento eccessivo delle risorse e distruzione degli habitat, è dovuta al proliferare delle specie invasive. Anche in questo caso il responsabile è l’uomo, che inserisce, attraverso scambi commerciali e viaggi turistici, specie animali e vegetali in habitat a loro estranei, facendole entrare in contrasto con le specie autoctone che spesso, più fragili, soccombono all’invasore.

È una proliferazione silenziosa, in costante crescita (più di 3000 specie aliene presenti in Italia, aumento europeo del 76% negli ultimi 30 anni, con danni annuali pari a 12 miliardi di euro). Una situazione pericolosissima, tant’è che anche le leggi si stanno ormai facendo più stringenti in questo senso. Pochi mesi fa ad esempio è stato emesso un decreto legislativo nazionale di adeguamento alle disposizioni comunitarie in materia (regolamento UE 1143/2014) per tutelare la biodiversità e i servizi ecosistemici dagli impatti causati dalle specie esotiche invasive, e gestirne l’introduzione. Tuttavia, nonostante sia un problema grave, che impatta negativamente sulla biodiversità, sui servizi ecosistemici collegati, sulla salute umana e sull’economia, ritengo che non se ne parli abbastanza. Regolamentare è un passo avanti ma, essendo questo fenomeno connesso alle attività dell’uomo, la penuria di informazioni e di divulgazione non permette un coinvolgimento dei cittadini per attivare un circolo virtuoso che necessita del supporto dell’intera comunità.

Non è un caso che compaiano nel mio romanzo le specie invasive. Come il territorio ne è invaso, così ho voluto che lo fosse la mia storia. Ambrosia, ailanto, robinia, panace, nutria, rana toro, storno e altre decine di piante e animali invasivi sono citate nel mio libro e non certo in passaggi testuali casuali. La natura risponde infatti come un vero e proprio personaggio agli interventi dell’uomo, reagisce alle sue scelte scriteriate, ne sottolinea le meschinità attraverso azioni e inazioni delle specie invasive (ad esempio l’onnipresenza dei volatili come cattivo presagio), la cui proliferazione è legata alla corruzione del territorio per mano umana. È un tema che mi sta molto a cuore e sicuramente ci tornerò nei miei prossimi scritti.

A tuo avviso, la letteratura può favorire un pensiero critico e una consapevolezza collettiva?

Sì, puntando sulla qualità, sulla diversificazione e sulla divulgazione.
Ma a monte la letteratura dovrebbe far parte di quel percorso di avvicinamento alla conoscenza e allo spirito critico che comincia nelle scuole. Investire sui bambini e sui ragazzi, è fondamentale nelle prime e più delicate fasi della formazione e questo è compito soprattutto degli educatori ma anche dei genitori, delle istituzioni e della società tutta. Ben vengano quindi le iniziative, pubbliche e private, tese a stimolare nei più piccoli e nei giovani il pensiero critico, la condivisione delle esperienze, delle conoscenze, che portano poi alla consapevolezza collettiva da te citata.

Se ciò avviene, la letteratura, come le scienze, la filosofia e le più svariate discipline e arti fluiscono poi naturalmente fra le conoscenze richieste dall’individuo pensante, che nel tempo svilupperà l’esigenza di ampliare e approfondire materie e argomenti per continuare spontaneamente il processo di formazione del suo pensiero autonomo.

Un bambino, un ragazzo a cui sono stati forniti gli strumenti della conoscenza e del pensiero autonomo sarà non solo un adulto difficilmente manipolabile, ma anche una persona in grado di selezionare e valutare le informazioni per formare le sue opinioni e decidere consapevolmente come agire. Se utilizzata al pieno delle proprie potenzialità, di questa capacità intellettuale può beneficiare non solo il singolo essere umano e cittadino ma l’intera società come organizzazione efficiente di una moltitudine di persone.

Senza contare che essere in grado di condurre un’analisi critica su un argomento e di proporre idee innovative a riguardo è una delle esperienze più interessanti, appaganti e coinvolgenti della propria carriera scolastica e della vita intellettuale ed è un vero peccato privarne ragazzi e adulti.

La mia sensazione, comunque, è che viviamo in un’epoca in cui l’esercizio del pensiero critico e in generale della conoscenza non sia molto valorizzato e diffuso. Siamo appiattiti in un presente precario, confuso, prigioniero di se stesso, in cui conta quel che è utile, materiale, subordinato alle leggi di mercato. La stessa narrativa ci propone spesso modelli di intrattenimento. Questo va bene, ma come tutte le diete non possiamo solo nutrirci di intrattenimento. Se la letteratura debba essere impegnata oppure no si potrebbe parlare per ore. Le due forme convivono da sempre e credo stia alla sensibilità di chi scrive e di chi legge decidere verso quale delle due indirizzarsi. È ovvio che la lettura impegnata richieda un minimo di fatica, ma in altri campi, come quello sportivo, siamo tutti disposti a fare sacrifici per il nostro corpo, facendo jogging, andando in palestra, una fatica che è considerata sana e produttiva. Perché non applicare la stessa fatica – ricompensata – alla lettura? Non è noioso leggere solo testi che confermano quel che già sappiamo?

Leggere, e leggere criticamente, è un potere immateriale immenso, un forte strumento intellettuale da stimolare e coltivare perché permette di riflettere su concetti o analizzare problemi e trovare soluzioni associando idee in modo innovativo. I libri colgono e trasmettono, al di là del genere e dei temi trattati, sfumature e punti di vista nuovi e contribuiscono allo sviluppo di una cultura riflessiva, in cui si è meno influenzati dagli altri, dall’autorità e dalla moda. E questo, grazie alla condivisione, si può trasformare in un’esperienza e in consapevolezza collettiva di valore.

Peraltro la letteratura educa i nostri sentimenti, che non abbiamo come dote naturale, ma si acquisiscono nel tempo. Il bullismo, la xenofobia, l’omofobia non sono tratti naturali ma frutto di ignoranza e mancanza di empatia e di solidarietà, e i buoni romanzi li contrastano perché insegnano a vedere la ricchezza del patrimonio umano nelle differenze etniche e culturali, permettendo di coltivare l’immaginazione simpatetica, cioè di sviluppare la capacità di assumere le posizioni di gente molto diversa da noi, che è una delle abilità necessarie per la durata di una democrazia; senza contare che ci aiuta a sostenere le nostre posizioni, poiché arricchisce il nostro lessico, migliora il nostro linguaggio e ci permette di esprimere meglio e con maggiore forza le nostre idee.

E poi i libri allenano la mente a guardare oltre le apparenze, a cogliere intrecci, a porsi domande, una vera e propria palestra per il cervello, tant’è che sono un allenamento necessario per stimolare i circuiti neuronali nei bambini e contrastare il decadimento cognitivo negli anziani.

Condurre una vita senza letteratura è possibile, ma è senza dubbio sarà una vita meno consapevole: una persona che non legge libri non ha uno spirito critico, è priva di quella capacità analitica e speculativa che consente di andare al di là delle apparenze, quindi è facilmente influenzabile; anche se prova dei sentimenti, non è in grado di prevederne lo sviluppo perché non può riconoscersi nei personaggi dei libri, che hanno vissuto le stesse esperienze emotive. Inoltre, le persone che non leggono o leggono poco sono meno preparate ad accettare le leggi inesorabili della vita.

Anche qui ben vengano tutte le iniziative pubbliche e private che possono avvicinare bambini e adulti alla lettura. Ben vengano le case editrici che propongono testi nuovi, innovativi, intelligenti. Ben vengano anche gli scrittori impegnati, se forniscono stimoli e spunti di riflessione attraverso loro testi, ma senza ergersi a guida morale del Paese e senza cedere alla sociologia spicciola che spesso li vede interpellati come tuttologi e opinionisti, con scopi promozionali che a mio avviso fanno perdere in credibilità. Lo scrittore è un uomo o una donna come gli altri e, se s’impegna civilmente, dovrebbe farlo in quanto cittadino ed essere umano appartenente a una comunità.

Dal tuo punto di vista, la sensibilità dei giovani è più o meno attenta nel preservare le risorse naturali?

Credo molto nei giovani e nelle loro potenzialità, riservano spesso bellissime sorprese. I ragazzi mi sembrano più attenti e più informati rispetto alle generazioni precedenti alla loro, alla tutela della natura, anche perché ne stanno vivendo sulla loro pelle le devastazioni. Qui ci ricolleghiamo alla risposta di prima. Molta della loro sensibilità dipende da quanto le scuole hanno lavorato sull’educazione ambientale coi loro studenti. Non esistendo una vera e propria materia d’insegnamento nelle scuole statali, la famiglia gioca spesso un ruolo determinante, a volte anche per reazione o rottura, come accade al protagonista del mio romanzo, che s’iscrive alla Lipu e diventa un fervido difensore della natura e degli animali in contrapposizione all’azienda avicola di suo padre. I ragazzi più orientati a comportamenti sostenibili, dal consumo di cibi a chilometro zero allo spegnimento della luce quando necessario, hanno imparato l’importanza di queste azioni in ambito domestico.

La sensibilizzazione è affidata poi anche a organismi preposti alla salvaguardia dell’ambiente come il Ministero dell’Ambiente oppure associazioni e organizzazioni non governative (WWF, Lipu, Legambiente), che coinvolgono i giovani in azioni di volontariato o in giornate formative molto partecipate. Devo dire poi che i giovani di oggi, soprattutto gli adolescenti, i cosiddetti nativi digitali, sopperiscono alle informazioni scarne o distorte spesso trasmesse dai media tradizionali, con conoscenze estratte dal web, ricavandone una sensibilità che rispetto al passato è meno idealistica ma più consapevole. È chiaro che vanno seguiti e guidati nella fruizione delle informazioni, ma in generale sono fiduciosa che si vada migliorando rispetto al passato.

Molti considerano il termine “sostenibilità” poco concreto, altri credono che il default ambientale sia ormai attivato e inarrestabile e che quindi la deriva non sia più controllabile, c’è chi poi considera gli interventi del macrosistema economico non realmente fattivi o coesi (si vedano Protocollo di Kyoto e l’Accordo sul clima da Cop21 in poi), qual è la tua opinione?

Paesi e istituzioni ci hanno spesso deluso per il modo ambiguo e inadeguato con cui s’interfacciano a una problematica che dovrebbe essere una priorità a caratteri cubitali perché riguarda la nostra stessa sopravvivenza su questo pianeta.

Il protocollo di Kyoto è stato un fallimento, per la mancata ratifica di Usa, India e Cina, per la ritardata ratifica della Russia, per il valore del CO2 che, mentre i governi si affannavano a difendere il patto giapponese, cresceva del 41%. Un po’ meglio è andata con la conferenza Cop 21 che, nonostante la partecipazione di 196 Paesi con interessi molteplici, non solo economici e spesso in contrasto tra loro, è riuscita a far stringere un accordo all’unanimità sulla riduzione di ossido di carbonio e sul riscaldamento globale. Quindi cambiare orientamento è possibile e mi pare che si stia delineando una convinzione comune sulla necessitò di tutelare l’ambiente, non solo da parte delle potenze industrializzate (ad eccezione del più grande inquinatore del globo, gli USA, prima per la marcia indietro di G.W.Bush rispetto a Clinton dopo Kyoto e poi per quella di Trump rispetto a Obama su Cop21) ma anche da quelle in via di sviluppo.

Mi chiedo però se il ritmo di cambiamento di mentalità sia sufficientemente rapido da contrastare gli effetti del cambiamento climatico di cui stiamo già risentendo, o se giungerà quando la situazione sarà (come alcuni sostengono già essere) irreversibile.

Non ne sono convinta. Intanto però l’aumentata consapevolezza e la campagna di sensibilizzazione producono conseguenze a livello macro e microscopico, e ci sono Paesi virtuosi, soprattutto in Europa, che stanno lavorando bene. Non è il caso dell’Italia dove, nelle leggi di bilancio, il Consiglio dei Ministri da anni non fa passi avanti ad esempio sulla green economy, dando un pessimo esempio ai cittadini. Del resto il governo pare affrontare il tema ecologico a seconda delle convenienze e seguendo l’onda dell’emotività delle persone, da cui si aspetta il voto e giustifica e nasconde, dietro la parola “sostenibilità,” ritardi, menzogne, rallentamenti e inattività. In questo senso, sì, “sostenibile” rischia di essere una parola vuota, aleatoria e poco concreta.

Occorre tempo per cambiare la mentalità ma qualcosa si muove anche nelle aziende, sempre più sensibili al greenwashing, per paura delle ricadute negative sul loro business o per pressioni dei consumatori (l’ho vissuto in prima persona in azienda), e si diffondono pure ragionamenti e proposte in termini di economia circolare e di economia blu. D’altra parte se è vero che la soluzione ai problemi ecologici può venire solo da scelte di politica economica su larga scala, è altrettanto vero che la questione ecologica implica il radicale ripensamento dei modelli di vita, di sviluppo e di lavoro a tutti i livelli (in questo senso bellissimo, e di difficile realizzazione, è il concetto di economia della felicità).

Ogni singola persona può fare qualcosa di utile per l’ambiente col proprio comportamento, a partire dal gesto piccolo ma fondamentale della raccolta differenziata, del risparmio energetico in casa o della macchina a gas o elettrica. Del resto i cittadini consapevoli e sensibili sono una forza contrastiva potente quando fanno squadra, sia per la loro pressione durante le conferenze politiche sia quando difendono strenuamente i loro territori, come nei casi della Val di Susa o degli anti-Tap.

Penso anche a un episodio che sto vivendo in questo periodo a Matera, la mia città. Il Comune ha deliberato l’abbattimento (peraltro in pieno periodo di nidificazione) di 86 alberi, tutelati dalla legge, nello storico quartiere Lanera, in uno dei pochi polmoni verdi rimasti in città, snaturando peraltro la storia del rione, progettato negli anni Cinquanta da ingegneri e urbanisti lungimiranti e avveniristici che rispettarono la vasta macchia mediterranea della collina, armonizzandovi le abitazioni da costruire e inserendo una suggestiva piazzetta, nel verde, per la socializzazione dei cittadini. La convivenza con la natura lì è storica e centrale, tant’è che le stesse strade di quartiere sono intitolate ad alberi, fiori e piante: Via della Quercia, Via del Giglio, Via del Gelsomino e così via. Decenni dopo, arriva la decisione di abbattere, che viene fatta passare sotto silenzio, nonostante sia fortemente impattante sulla qualità di vita degli abitanti, che da un giorno all’altro si sono visti circondati da sbarramenti, ruspe, escavatori, benne che già buttavano giù muretti e tranciavano radici. Il progetto prevede che al posto della pineta sorgano una grande rotatoria, un parcheggio e nuovi edifici in un’area a ridosso del centro storico che, con l’approssimarsi dell’anno della Matera Capitale Europea della Cultura 2019, fa gola agli immobiliaristi. Si tratta dell’ennesimo caso di consumo di suolo (ma perché ancora non esistono leggi a riguardo?), di violenza sulla natura in favore di asfalto e cemento, in barba peraltro al Regolamento del Verde che prevede di ripiantare 5 nuovi alberi per ogni albero abbattuto.

I cittadini non hanno abbassato la testa. È insorto un primo abitante, ne ha avvisati altri, è partito il tam tam sui social, il coinvolgimento della stampa, della tv. Tempo a disposizione per agire ce n’era pochissimo. È stato improntato un presidio, spontaneo, su turni a copertura h24, aperta una pagina Facebook sempre aggiornata a cui in una manciata di giorni hanno aderito oltre 5000 persone, redatto il testo per una petizione già firmata da 3500 persone, allargato l’orizzonte oltre i confini regionali, avvisati i Commissari europei, organizzato un pool di avvocati pronti per il Tar. Bambini e ragazzi partecipano attivamente alle manifestazioni, ne organizzano di nuove. Dopo cinque giorni di proteste e richieste di chiarimenti, il sindaco ha ammesso pubblicamente errori di valutazione della perizia, con immediato salvataggio di 11 alberi su 86, fermo del cantiere e disponibilità a incontrare rappresentanti di Legambiente e dei cittadini per rivalutare la posizione del Comune sull’abbattimento.

Le trattative sono in corso e non sappiamo ancora quanti alberi si potranno salvare però questo è un esempio chiaro di come ognuno di noi può fare la differenza. Ci ricolleghiamo al discorso fatto prima sullo sviluppo di quel pensiero critico che ti fa sorgere un dubbio, studiare e comprendere leggi e perizie, coinvolgere gli altri cittadini. Anche questa è consapevolezza collettiva ed è cittadinanza attiva, soprattutto quando hai la soddisfazione di vedere che porta risultati concreti. Cultura è anche questo. Mettere in discussione, non dare mai nulla per scontato, non essere arrendevoli, difendere il proprio territorio e ogni singolo albero perché si è compreso che è un patrimonio insostituibile, un valore inestimabile per il presente e il futuro.

Non è una bella frase o un modo di dire, ci credo fermamente perché lo dimostrano i fatti: ognuno di noi, nella salvaguardia dell’ambiente, può fare la differenza. E accorgersi che è vero dà una grande forza, attivando nuovi circoli virtuosi di cui c’è sempre bisogno.


Info e bio sul sito http://www.tizianadoppido.it/

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Un’autrice amica dell’ambiente: in dialogo con Tiziana D’Oppido

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