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VERME | Gilda Manso
Arcoiris edizioni – Gli eccentrici
traduzione di Marcella Solinas

di Paolo Risi

Possiamo immaginare Gastón, il “verme” protagonista del romanzo di Gilda Manso, equipaggiato con una microtelecamera, una specie di apparecchio impiantato sottopelle di cui lui ignora l’esistenza: Gastón filma la sua vita, quell’ipotetica telecamera è un supporto della sua coscienza, registra ed elabora le reazioni del mondo al suo agire nel mondo.
Osserviamo le immagini e non crediamo ai nostri occhi: i segnali provenienti dall’esterno, le luci e le ombre che delineano profili e danno forma alle parole, sono alterati da un filtro, l’obiettivo della telecamera produce un’aberrazione ottica capace di trasfigurare la realtà.
Gastón è un uomo spregevole e forse non si rende conto di esserlo, il suo dramma non può avere sbocchi consolatori, permane ovunque e incessantemente, negli sguardi dei compagni di classe, dei colleghi e delle donne che hanno la sfortuna di incontrarlo e di averci a che fare.
Gilda Manso impianta una scheda di memoria nella mente di Gastón; documenta la sua vita fin dalle origini, ne segue l’evolversi, traccia l’itinerario di uno spirito alieno e contaminato dall’odio.
Nell’incipit c’è un tentativo di ordinare il destino, di elevarlo a fattore decisivo nell’evoluzione del personaggio.

Cosa pesa di più: il fattore biologico o quello acquisito? Nella personalità, traccia esterna del nostro universo interiore, chi si prende la fetta più grossa? Quello che siamo da sempre, o quello che impariamo a essere? Nel caso di Gastón verrebbe da pensare che, dopo la nascita, le fate addette alla distribuzione dei doni si affacciarono alla sua culla e – per cattiveria o distrazione – dotarono Gastón solo di caratteristiche negative:
«Io ti do la superbia, l’antipatia e i deliri di grandezza».
«Ioti dola meschinità, l’opportunismo e la codardia».
«Io ti do la mancanza di tatto, l’incapacità di stringere amicizie e la tendenza a provare rancore per tutto quello che gli altri hanno e tu no».

Sul ragazzo il mondo esterno non incide minimamente, si direbbe sia quasi una scenografia superflua; la madre ci appare come una donna amorevole, disponibile all’accudimento, ma finisce per essere soltanto una servitrice di Gastón, uno strumento per ottenere benefici.

Lui tira dritto sulla sua strada, imperterrito, e sarà la scuola a fornirgli i primi termini di confronto: la sua personalità stride nell’armonia del coro, è incompatibile con una normale vita di relazioni, le regole non scritte del gruppo gli suggeriscono prudenza eppure il suo ego non arretra di un passo, si amplia smodatamente e in maniera patologica. Gastón vuole fare colpo, pretende di essere ammirato: infiamma con l’accendino lo sbuffo di un deodorante ottenendo solo l’indifferenza dei compagni e una punizione esemplare da parte dell’amministrazione scolastica, poi ambisce a ottenere il rispetto di Victor, il ragazzo più popolare dell’istituto, ma i tentativi di farselo amico, maldestri e inopportuni, non fanno altro che accrescere il suo isolamento all’interno del gruppo.

Altro capitolo dolente riguarda il rapporto con il mondo femminile: Gastón si fidanza due volte, in entrambi i casi con donne dalla personalità fragile e con livelli bassi di autostima. Ripropone con loro le dinamiche relazionali sperimentate con la madre, pretendendo amore e rispetto incondizionato senza dare nulla in cambio. Con Samanta, più anziana di lui di una ventina d’anni, il “verme” adotta una strategia di logoramento, alimentando le insicurezze della donna e provando a rendere totalizzante ed esclusivo il loro rapporto.

Non le passava per la testa né nell’animo l’idea che forse un uomo più giovane si era interessato a lei perché era intrigante, bella, sexy, amabile. Interpretava il fidanzamento con Gastón come un atto di carità. E Gastón, invece di preoccuparsene (e magari irritarsi) e chiarire che non era così, che lui la amava come avrebbe potuto amarla qualsiasi uomo, si assicurava che lei si sentisse, costantemente, una donna baciata dalla sorte.

Gastón, grazie a una raccomandazione, riesce a ottenere il lavoro che ha sempre desiderato: entra in un giornale, sperando fin da subito di occuparsi di sport, ma la sua ambizione viene smorzata immediatamente dal direttore responsabile, che decide di affiancarlo a un giornalista più esperto impegnato sul fronte della cronaca locale.

Il mondo del lavoro è una cartina di tornasole delle frustrazioni: Gastón continua a credersi il migliore nonostante i dati di fatto lo smentiscano, individua alcuni bersagli da colpire che diventano vittime delle sue macchinazioni, colleghi particolarmente brillanti o che nascondono dei segreti. Giorno dopo giorno si addensa un alone di morte intorno ai costrutti mentali del “verme”, che definitivamente rinuncerà alla propria felicità per perseguire, con lucida determinazione, la sofferenza di chi gli sta attorno.

Avere una passione significa avere il mondo in mano” ci ricorda Gilda Manso nel suo romanzo, edito in Italia da Arcoiris, e appare questa la chiave per comprendere la psicologia di un personaggio abietto e allo stesso tempo malinconico: il mondo è troppo grande per Gastón, lo accerchia, gli fa paura, prova in qualche modo ad afferrarlo ma gli scivola fra le dita, come se le relazioni che ne sono la componente essenziale fossero per lui delle barriere insormontabili. L’idea che ha di sé è totalmente distorta e di conseguenza ogni tentativo di amare, di offrire o ricevere appagamento, è inibito in partenza.

Il verme” si contorce su se stesso, sogna l’impossibile, e il ritratto che ne fa la scrittrice argentina è potente, un misto di colori primari che cattura l’attenzione e coinvolge; dietro la scorza del male si intravede la solitudine del personaggio Gastón, condizione che ne mette in risalto la tragicità e decreta l’ineluttabilità del suo destino.


Puoi leggere un estratto del romanzo QUI

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Letteratura argentina: Verme | Gilda Manso