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Verme | Gilda Manso
traduzione di Marcella Solinas

Arcoiris 2019

«Cosa pesa di più: il fattore biologico o quello acquisito? Nella personalità, traccia esterna del nostro universo interiore, chi si prende la fetta più grossa? Quello che siamo da sempre, o quello che impariamo a essere?». Questi interrogativi ci introducono nel bieco mondo dell’arrogante, meschino e livoroso Gastón, il protagonista assoluto di Verme. Gastón è un uomo del sottosuolo (ma senza la tragica lucidità dell’antieroe dostoevskiano), un essere mediocre e odioso che vede cospirazioni dappertutto. Ma… se i suoi nemici non fossero solo immaginari? Se ci fosse davvero qualcuno disposto a non tollerare più le sue angherie? In fondo, come scrive Ricardo Piglia, anche «i paranoici hanno i loro nemici». Con sagacia e grande ironia l’argentina Gilda Manso crea una straordinaria «ballata del santo figlio di puttana» (Gabriela Cabezón Cámara), dominata dalla presenza di un personaggio formidabile e difficile da dimenticare .


Per gentile concessione della casa editrice pubblichiamo l’intero primo capitolo

Cosa pesa di più: il fattore biologico o quello acquisito? Nella personalità, traccia esterna del nostro universo interiore, chi si prende la fetta più grossa? Quello che siamo da sempre, o quello che impariamo a essere? Nel caso di Gastón verrebbe da pensare che, dopo la nascita, le fate addette alla distribuzione dei doni si affacciarono alla sua culla e – per cattiveria o distrazione – dotarono Gastón solo di caratteristiche negative:

«Io ti do la superbia, l’antipatia e i deliri di grandezza».
«Io ti do la meschinità, l’opportunismo e la codardia».
«Io ti do la mancanza di tatto, l’incapacità di stringere amicizie e la tendenza a provare rancore per tutto quello che gli altri hanno e tu no».

Ma non si può dare la colpa alle fate, esistano o meno, per il destino che un uomo sceglie. Perché Gastón crebbe e visse nel mondo ricevendo amore, giocattoli e varie cose buone, ma preferì comunque acquisire caratteristiche orribili e potenziare le sue bruttezze congenite. Prese il peggio del mondo, ed ecco l’ironia: fra tutte le persone che lo conobbero, la maggioranza pensava che, nel proprio universo personale, Gastón fosse il peggio, al punto da non sapere se Gastón fosse stato corrotto dal mondo, o se il mondo era più brutto perché ci viveva lui.

Un esempio: durante l’adolescenza, Gastón accentuò la spavalderia come modo di essere. La maggior parte degli adolescenti è ribelle e disubbidiente, si sa. Serve a capire chi essere, che ruolo avere, come comportarsi da grandi quando le opportunità di cambiare saranno più scarse. Se un adolescente è timido e schivo, e dopo un paio di anni diventa più socievole, nessuno si sorprende. È normale; fa parte della costruzione dell’identità. Ma se un adulto cambia radicalmente personalità, la gente inizia a preoccuparsi: «Cosa lo avrà traumatizzato a tal punto da renderlo così diverso?». Uno dei pochi vantaggi dell’adolescenza è l’accettazione altrui del tentennamento fra ideologie, comportamenti e opinioni.

All’interno di questa maggioranza, ce n’è un’altra: gli adolescenti che affrontano tutto nello stesso modo – con più o meno varianti, con pseudo-atteggiamenti personali – e cioè: «Se la vita mi volta le spalle, io le tocco il culo». È la loro personale interpretazione della sopravvivenza: continuerò a vivere anche se la vita mi rifiuta, insisterò anche se mi dicono di no.

Fuori da questo gruppo, c’è una minoranza composta da chi pensa: «Se la vita mi volta le spalle, le faccio un massaggio, le bacio il collo finché non smetterà di darmi le spalle o fino a quando mi annoierò e andrò a cercarmi un’altra vita». Gli appartenenti a questa categoria hanno più possibilità di conquistare il mondo.

Gastón non aderiva a nessuna delle due correnti. Il suo motto era: «Se la vita mi volta le spalle, afferro una pistola e gliela scarico tutta sulla schiena e dietro la nuca. Quando ho finito, le piscio addosso, a quella gran puttana. Nessuno dà le spalle a Gastón».

Non c’era chi lo sopportasse, dirlo è superfluo. Non aveva amici, non piaceva alle ragazze, i professori lo trattavano con disprezzo, rassegnazione o semplicemente non lo consideravano, sua madre era stufa e si disperava, suo padre era morto. Lui, invece di provare a cambiare atteggiamento per migliorare la situazione, dava la colpa al mondo in generale: la gente fa schifo, mi invidia, la vecchia capra di Matematica mi ha messo due perché ha voglia di cazzo, che guardi a fare, coglione, non piangere come una femminuccia che non ti ho neanche sfiorato, idiota, alzati, eh, arbitro, che fai mi cacci, non l’ho neppure toccato ‘sto frocio, andate tutti a cacare, poi non mi venite a chiamare quando vi serve un centrocampista, ‘sti froci, siete tutti invidiosi perché sono meglio di Astrada, cretini, cretini.

«Ma dai stronzo, vattene nello spogliatoio, non rompere le palle. Hai puntato dritto alle gambe, per poco non gliele spezzavi, stronzo».

«Invidiosi, cretini. Una banda di froci. Tutti. Tu, l’arbitro e tua madre».
«Dai, Gastón, smettila, stiamo perdendo tre a zero, non scocciare, lasciaci giocare».
«Ma che volete giocare, froci, se me ne vado io voi non esistete».

Cosa lo inducesse a credere di essere invidiato dagli altri era un mistero, perché, anche se è brutto dirlo, Gastón non aveva nulla di desiderabile. Come centrocampista non era di sicuro migliore di Astrada; e in realtà, era un calciatore piuttosto mediocre. Non era simpatico, non aveva carisma né fascino, non era bello fisicamente, le sue intelligenze (intellettuale, emotiva e sociale) erano modeste nei giorni buoni, disastrose in quelli cattivi, non aveva più soldi dei suoi compagni. Era un ragazzo ordinario con un brutto carattere. La mediocrità è sottovalutata, è vero: nessuno può essere eccellente in tutto e per tutto il tempo. Laddove non si emerge, è preferibile essere mediocre a essere una nullità. Ma Gastón non eccelleva in niente, questo era il problema. Non eccelleva in niente ed era arrogante. E l’arroganza deve essere giustificata da qualche dote per essere tollerabile. Se sei arrogante perché hai talento nel canto, si capisce. Se lo sei perché dipingi quadri meravigliosi, anche. Ma se sei arrogante e basta, se non puoi dare nulla di buono in cambio, allora ovviamente nessuno ti capisce e ti accetta. E se nessuno ti capisce, se non hai niente di buono da dare affinché l’altro ti doni il tesoro della sua accettazione, resti solo.

Ecco uno dei problemi di Gastón.

Un altro era l’egolatria. L’egocentrismo è salutare; è positivo essere il centro del proprio mondo. L’amore comincia in casa, piaccia o meno il cliché. Invece, l’egolatria è un tumore che divora tutto con una preferenza particolare per le relazioni sociali in senso ampio. L’egolatria è inaccettabile e ingiusta. E Gastón era un egolatra.

Erano a scuola, un giorno qualunque, e avevano un’ora libera. Le ragazze davanti sfogliavano riviste e si mettevano lo smalto. Altre chiacchieravano. Al centro dell’aula, Gastón si annoiava. In fondo, il gruppetto capeggiato da Juampi giocava a carte. C’erano Juampi, Rodrigo, Alan e Mariela, la ragazza di Juampi. Mariela era bella. Non la più bella della scuola, ma il fatto che fosse stata scelta da Juampi – che invece era il più bello – le aveva fatto guadagnare punti. Dall’essere una ragazza bella-normale, Mariela era diventata bella-bella.

A Gastón piaceva Mariela. Non ricordava se gli piacesse da prima; sapeva solo che da quando era fidanzata con Juampi, gli piaceva. Non capiva bene i termini della questione: se aveva bisogno che lo sguardo di Juampi confermasse la bellezza di Mariela perché lui, Gastón, riconoscesse che, in effetti, sì, Mariela è molto bella, se Juampi non me lo avesse fatto notare non me ne sarei accorto, Juampi è un essere superiore ma non lo ammetterò mai, lo odio, voglio sputtanarlo; o se, più semplicemente, voleva solo quello che aveva lui. Gastón non poteva ambire alla bellezza e al garbo di Juampi. Se le cose stavano così, almeno voleva avere la sua ragazza. E ricevere le stesse attenzioni: essere popolare, il re della festa di primavera, il tipo che mette a disposizione la casa per l’asado, che ha un padre che gli presta la macchina, insomma, avere successo, essere il centro del mondo. Ma le ragazze davanti si mettevano lo smalto e parlavano tra loro, i suoi compagni di banco non lo sopportavano, e Juampi e il gruppetto in fondo giocavano a carte. Ognuno pensava a sé e nessuno a Gastón.

Allora tirò fuori il deodorante Axe dallo zaino, e prese l’accendino. Osservò di sfuggita Mariela, lei non lo guardava. Nessuno lo guardava. Suo cugino gli aveva detto che le ragazze preferiscono i tipi spericolati, che infrangono le regole, non chiedono permesso, prendono quello che vogliono e non temono le conseguenze. I tipi con le palle, secondo la visione del cugino di diciannove anni.

«Che succede se spruzzo il deodorante in aria e accendo?» domandò, a voce alta, per farsi sentire da quelli in fondo.
A quel punto i compagni lo guardarono.
«Dai, su, ci metti tutti nei casini» disse una ragazza davanti.
Gastón rise. Finalmente l’attenzione dei suoi venti e qualcosa compagni era per lui.
«Parli così perché sei una cacasotto, stupida» rispose, e aggiunse, rivolto a tutti: «Che faccio, lo accendo o no?».

Era convinto di ottenere un “Sììììììì” di massa, pronunciato possibilmente con entusiasmo, timore e rispetto; uno sguardo nuovo e lascivo da parte di Mariela; un’indifferenza tremula da parte di Juampi; un’ovazione generale.

Nessuno fece niente del genere.
«Sul serio, Gastón, si può incendiare qualcosa» insisté di nuovo la ragazza davanti.
Gastón non le diede ascolto, spruzzò il deodorante in aria e azionò l’accendino. La fiamma divampò sul banco di legno nell’arco di pochi secondi, come era naturale che facesse il fuoco, soprattutto contando su un incentivo. David, uno dei ragazzi seduti al centro, prese il giubbino di Gastón e sedò il principio di incendio, che si ridusse e sparì rapidamente così come era scoppiato senza danni per nessuno, neppure per Gastón. Quando la coordinatrice entrò in classe, il deodorante e l’accendino erano già nel cestino della spazzatura, e Gastón era seduto al suo posto, con un’aria da santarellino.
«Chi è stato?» domandò la coordinatrice.

Silenzio. La coordinatrice attese qualche secondo.
«Chi è stato?» ripeté, stavolta con la voce leggermente più indignata.
Ancora silenzio. Le ragazze davanti facevano le gnorri. David aveva la mandibola rigida e lo sguardo fisso alla parete. Juampi increspò la fronte.

«Se non mi dite chi è stato, metto ventiquattro rapporti a ognuno di voi».
«Non può farlo» si oppose Rodrigo.
«Posso farlo, volete vedere?» tuonò la coordinatrice.

In ogni gruppo esiste l’idea di onore, anche se non è stata mai nominata. È una nozione tacita. L’idea di onore vuole che mai nessuno, in nessuna circostanza, tradisca un compagno. Non importa cosa il suddetto compagno abbia fatto. Non se ne parla. Se è necessario, tutti pagano in nome (non rivelato) del colpevole. E quando il colpevole ringrazia, commosso, per la complicità, il gruppo risponde che non c’è niente di cui ringraziare, i codici sono codici. In ogni gruppo, il male di tutti è preferibile alla sofferenza del singolo. Tutti per uno, e uno per tutti.

Ma, a dire il vero, il tradimento ha luogo soltanto se prima ci sono stati affetto, fiducia o promesse mantenute o da mantenere. Se non c’è amore, se non c’è fiducia, se non c’è parità, non c’è nulla da tradire. Un moschettiere può tradire solo un altro moschettiere. Se il colpevole non è un amico e in gioco c’è, senza girarci attorno, la nostra pelle, la pulsione di sopravvivenza ci esime dalla fedeltà all’onore. Malgrado suoni brutto e socialmente scorretto.

Per questo motivo:

«È stato Gastón» disse Mariela, e Juampi guardò a terra per non mostrare il sorriso.
Gastón fu espulso dalla scuola il giorno stesso. L’indomani, aspettò Juampi all’uscita. Andarono nella piazza del quartiere e se le diedero. Lo scontro finì quando Rodrigo e Alan si resero conto che, continuando, Gastón avrebbe perso tutti i denti. Persino nella violenza Juampi era più efficace.
Una settimana dopo, il cane di Mariela morì. «Te lo hanno avvelenato» le disse il veterinario.

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