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Rubrica 2078 Fifth avenue
La rubrica prende il nome dalla strada in cui vissero i fratelli Collyer noti per aver accumulato un notevole quantitativo di oggetti, tra cui libri e giornali, è un pretesto narrandi per immaginare di avervi trovato libri di autori, che sebbene lontani nella memoria, hanno fortemente contribuito alla letteratura nazionale e poterne raccontare ancora.

a cura di Davide Morganti


Il caldo rende le giornate una stanza dello scirocco, mi fa male la testa, non riesco a muovermi e intanto questa gigantesca casa di morti continua a stringersi su di me, assediandomi, strappandomi il respiro dai polmoni. Per undici ore, ventiquattro minuti e dodici secondi ho creduto in Dio leggendo le pagine di una scrittrice di Trento, Nedda Falzolgher, nata nel 1906 e morta nel 1956 dopo aver passato una vita sulla sedia a rotelle a causa di una paralisi delle gambe e del braccio destro. Ha una scrittura delicata e potente, spesso retorica, a tratti melensa poi improvvisamente luminosa e tragica.

“La vita si vendica delle creature che l’hanno accettata con fermezza. Aspettiamo che abbia finito di vendicarsi e poi saremo pari. Non tenderò la mano. Non commetterò l’errore di credere di poterla tendere. Ma ti prego, non togliermi dagli occhi il vertice degli alberi che si disperano nel sereno. Affondami, affondami in alto”.

Le parole di questa donna più sventurata di me hanno una forza che viene dalla mistica vigorosa di santa Teresa di Liseux, un esserino fragile come la vita e forte come il destino.

“Dammi tu spazio allora per questa morte:/io non ho solco per vivere/e non ho paradiso per morire;/e sento in me stormire/quest’agonia d’amore/bionda contro la zolla che la ignora”.

Leggendo questi versi ho creduto di amare Dio, l’ho visto in volto e non ho provato paura ma solo una strana tenerezza, lo avrei voluto proteggere dal male come non riusciamo a fare con noi stessi; non ci sono riuscito nemmeno con lui. Ho avuto fame e ho avuto sete leggendo Nedda Falzolgher, la semplicità del suo dolore, l’amore per la sua povertà di creatura mi hanno messo in condizione di bisogno così come “le terre hanno sete del Signore”. Nella gigantesca casa dei morti, dove la tenebra è scura, ho ritrovato per alcune ore la luce: era inquieta, un vento che saliva dal pavimento in silenzio. Quanto dolore ha il mondo e prova a coprirlo con le parole, le urla, le canzoni, il pallone, i film solo che non ci riesce; però la letteratura non dimentica nessuno che è nato e nessuno che è morto, li raccoglie tutti, pagina dopo pagina, chiusi dentro libri intonsi e libri letti.

“Soltanto nella luce dura/conosco il segno della croce/che non porta Cristo in dono, /ma è fatto di quello che sono/e non ha Calvario né morte”.

Sfogliando questa raccolta vecchia, gialla, dimenticata vorrei risorgere prima dei morti o come i morti, essere simile alla fine che porta all’inizio; mentre terminavo di leggere, a pagina duecentosessantaquattro, mi sono fermato preso dalla paura che avrei smesso di credere come poi è accaduto nella pagina successiva che chiudeva il volume. Alzando la testa ho ritrovato questo antro di cose inutili, ho avuto timore di morire, allora Nedda ha avvicinato la bocca al mio orecchio:

“E la tua vita non sia/che un’orma perduta/sotto un richiamo/di lontanissimi cieli”.

Forse meglio dormire che continuare in questa pena, le dico, poi succede di sentire un rumore cupo, mi spavento e la vita torna. “Per chi vuoi la mia vita stasera, / Cristo? E’ tutta fiorita”. Una frase così potrebbe averla detta Santa Caterina o Maddalena de’ Pazzi invece di una poetessa che ha vissuto la sua vita dentro Dio come fosse un forno rovente nel quale consumarsi.

“E il cielo scorre; e non posso varcare,/ Dio, questa barriera di rose/senza grido e rapina”.

La poesia di Nedda Falzolgher non può fare a meno degli uomini così soli, così stanchi.

“La disperazione mi investe come un soffio. Ho solo il desiderio di buttarmi a terra come i soldati sotto la raffica, di sentire la terra contro di me, di ferirmi, per uscire da questa solitudine; da questa immobilità tremenda in cui il dolore si pietrifica”.

Ho chiuso il Libro di Nil, ma Dio ha preferito rimanere lì.



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Vintage: ricordo di Nedda Falzolgher

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