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Vita e morte delle aragoste | Nicola H. Cosentino
Voland 2017

 di Emanuela Chiriacò

Il prof. Abraham J. Twerski è uno psichiatra americano e crede che il disagio sia uno stimolo per crescere. Per illustrare questa teoria usa la metafora zoomorfa delle aragoste. Questi crostacei continuano a crescere mentre la loro corazza che è rigida non ha capacità di espandersi e per ovviare a questo disagio, le aragoste ricorrono al processo dell’ecdisi, della muta (https://youtu.be/Vd0vLlM_Sok).

In Vita e morte delle aragoste, Cosentino racconta la storia dell’amicizia tra Antonio e Vincenzo Teapot, due adolescenti che si conoscono durante una gita scolastica nella loro terra di origine: la Calabria. Sono sulla spiaggia e parlano della monotonia del cibo in albergo, Vincenzo confessando il suo desiderio di voler assaggiare l’aragosta, dice

Io delle aragoste so solo che non smettono mai di crescere. Bello, no?

Capita anche a loro di continuare a crescere nonostante le resistenze e le diversità caratteriali, lasciare spazio a ciò che non è visibile rilasciando l’aria incamerata nel prender tempo a ritmo degli esitamenti

Per me, e anche per Vincenzo, crescere ha significato qualcosa come dover lasciare spazio agli orizzonti che si aprono, e liberare, quindi, respirare forte, buttare fuori tutta l’aria che abbiamo trattenuto nel tempo, fin dalle apnee timorose delle prime volte. Per poi capire, anche se fa male, anche se è troppo presto, che di prime volte, tra poco, non ce ne saranno più. E che per non morire devi saper respirare. Devi prendere aria nuova. Devi imparare a rilasciare.

Vincenzo è trainante, spontaneo e risolutivo mentre Antonio è la spalla, il gregario, il compagno che lo segue. Agli occhi di Antonio, voce narrante del romanzo, Vincenzo è

uno che vede davvero le cose che vuole raccontare. O che vede le cose e basta. Qualcosa del genere. È un ragazzo di dettagli, Vincenzo; non ha mai guardato tutto l’insieme ma la pagliuzza, la cornice, la pennellata, la filigrana, la firma, il fascio di luce, un seno scoperto. Ce l’aveva, questo talento. Questa percezione profonda per le cose del mondo.

Vincenzo è anche il conquistatore, quello che si butta nelle relazioni e le chiude con la stessa facilità, assecondandone il naturale ciclo vitale mentre Antonio segretamente si innamora di quasi tutte le sue fidanzate. La prima cotta di Vincenzo è per Paola Molinari, una compagna del liceo, con la quale è convinto di aver avuto un approccio durante una festa perché

si giocava a un gioco della bottiglia un po’ più spinto, con innovazioni interessanti e reali penitenze. […] A Vincenzo, infatti, quella volta famosa capitò la camera buia, che era una cosa presa in prestito da qualche film americano. Di norma dovevi stenderti in questa stanza da letto e aspettare, bendato, che quella a cui toccava dopo di te entrasse senza rivelarsi e ti facesse, muta, tutto quello che gli altri, di là, le avevano ordinato. La combinazione andava in porto raramente, ma noi maschi respingevamo le statistiche e giocavamo con fiducia, pregando che prima o poi funzionasse. Con Teapot […] funzionò.

A Paola segue Silvia, conosciuta inizialmente da Antonio sul treno di ritorno in Calabria. Vincenzo La conquista regalandole il Blu di Russia che i due amici hanno trovato sui binari della stazione a Roma. A Silvia che si rivelerà una stalker, seguirà Ariane, una ragazza spagnola conosciuta a Siviglia, che gli fa visita a Roma. Ad Ariane di cui Antonio è follemente innamorato succederà Nicole. Come recita il titolo al mistero della vita si associa anche il mistero della morte. I due ragazzi si confrontano con il dolore di un loro amico per la perdita del fratello; emerge in quella circostanza, la percezione che se ne ricava a quell’età, la ricerca della cosa giusta da dire o non dire, da fare o non fare. È il confronto della superficialità intrisa di ingenuità e incoscienza con qualcosa di ignoto e difficile.

Dopo la laurea, i due ragazzi non vivono più insieme e mentre Antonio fa il grafico, Teapot lavora in una libreria e ha un romanzo in pubblicazione. La vita adulta ha innescato il processo di cambiamento e li ha mutati da combinazione binaria in esseri solitari, sancendo la separazione fisica. È Antonio che nel dover dare una notizia a Vincenzo lo invita a cena per mangiare aragosta. Perché non ha dimenticato il desiderio espresso dall’amico durante la loro prima chiacchiera? o perché teme che l’argomento scivoloso in cui intende avventurarsi possa riportarli all’attimo prima di quella conversazione adolescenziale quando erano solo due ragazzi che si conoscevano a mala pena?

Quando lo portai al ristorante provai a ricordarglielo, ma non parve convinto. […] Ordinammo questa aragosta senza grossi tumulti etici, e la mangiammo così, come una cosa trafugata in orario di lavoro […]

Il romanzo di Nicola H. Cosentino è dolce come il sapore delle aragoste e disperato come il lontano pianto che le accompagna. È un romanzo di formazione coassiale in cui i due ragazzi studiano, viaggiano, hanno interessi eppure le relazioni con il mondo circostante restano slegate, la percezione della loro esistenza sembra part-time. Sono ragazzi concentrati sul dettaglio, prigionieri di una dimensione microscopica, quasi ego riferita: Antonio per eccessiva insicurezza, Teapot per scongiurare forse la fine fatta dalla teiera da cui prende il soprannome, perdendo così entrambi l’occasione di costruire una visione d’insieme che li leghi al contingente. Sono ragazzi che crescono senza maturare, figli della precarietà dei tempi.

La lingua di Cosentino è colloquiale, aderisce alla storia come una pellicola per proteggerla dal contatto con l’aria e conservare il sapore, il profumo dell’età e la consistenza dell’amicizia adolescenziale. Un fragile ecosistema degli affetti che dalla trasparenza della plastica lascia intravedere la svestizione dalla corazza, la nudità che genera disagio e l’attesa di una nuova vestizione. Con un cambio d’abito finale consono al debutto nella vita adulta fatta dell’unico dialogo reale che intercorre tra i due, di una scelta precisa e di una conseguenza inevitabile.

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Vita e morte delle aragoste | Nicola H. Cosentino