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Al di là del deserto | Igor Sibaldi
Salani 2017

di Emanuela Chiriacò

Al di là del deserto è un saggio che parte dall’assunto che ogni essere umano ha la sua filosofia. Anche chi non è consapevole. Una filosofia che costruiamo e che ha il potere di modellare la nostra vita e influire sulla relazione che abbiamo con l’alterità. Ecco perché risulta fondamentale farlo con cura e attenzione.

Sibaldi suggerisce un approccio dall’alto; quello che gli addetti ai lavori chiamano metafisica e che i bambini sperimentano con domande precise e dirette: “perché una cosa è quella cosa?”

La metafisica consiste nel trovare insufficiente qualsiasi descrizione della realtà (e non ci vuol molto) e nell’osservarla da μετὰ, per scoprire che cosa le manca. Il mondo è una descrizione della realtà, e farsi domande metafisiche sul mondo è avere il coraggio di accorgersi che il mondo può benissimo risultare inferiore alle nostre aspettative. Le aspettative deluse meritano sempre attenzione, perché aprono altre prospettive.

Questo libro è un utile vademecum, un libro delle istruzioni per superare lo steccato del conformismo, della paura e della prigionia e affrontare quest’avventura con il supporto della metafisica, con la sua applicazione quotidiana e scoprire se stessi.

Sibaldi ci conduce a riflettere sulla metafisica attraverso la relazione tra un padre e una figlia

Immaginiamo una bambina di poco più di tre anni, che stia facendo una passeggiata con il papà una domenica mattina.

Apre così questo percorso ragionato sulla metafisica sottolineando la diversità di approccio tra mondo adulto e mondo infantile. Laddove la bambina osserva con curiosità ciò che la circonda

Il papà non può, perché non sa niente di metafisica: non gli è mai giunta la notizia che fare metafisica significa porsi proprio quel tipo di domande.

Gli adulti hanno smesso di porsi domande, preferiscono il rassicurante mondo delle certezze auto costruite. I bambini invece percepiscono le cose in una dimensione ludica tale da porsi la domanda “perché un cane è un cane?” con il desiderio concreto di sapere cosa si prova ad essere cane al di là dell’imitazione del solo comportamento.

Giocare a fare il cane, per la bambina, è scoprire che effetto fa essere un cane. E una cosa particolarmente emozionante di questo gioco, è che quando smette di fare il cane la bambina si accorge di giocare a fare la bambina, per vedere che effetto fa essere una bambina.

Il percorso articolato è fatto di piccoli capitoli che snocciolano l’argomento facendo ricorso anche a figure zoomorfe (il topo e il gatto metafisico), fiabesche (il cavaliere metafisico) e familiari (la nonna metafisica), funzionali alle spiegazioni e digressioni dell’autore.

Il libro è strutturato in cinque parti: la prima Che cos’è la metafisica? lascia spazio al Perché un uomo è un mondo? E Sibaldi descrive il mondo che abitiamo fatto principalmente di assumption, in italiano il sentito dire a cui si aggiungono le certezze e in minima parte i fatti.

Il sentito dire è ciò di cui prendi atto. Non importa se ci credi o no, al sentito dire : è semplicemente ciò che tanti altri dicono, e tu hai deciso – consapevolmente o inconsapevolmente – che devi non soltanto tenerlo in considerazione, ma adoperarlo come un materiale di costruzione del tuo mondo. Questa accettazione del sentito dire si chiama, in inglese, assumption, e dovremo rassegnarci a usare questo termine, perché non si trova l’equivalente nei dizionari italiani.

Il mondo è assimilabile dunque ad un cerchio dove la posizione migliore per viverci sarebbe il suo centro

Dato che il mondo è un orizzonte, il posto in cui ci si sta meglio dovrebbe essere al centro

Perché proprio il centro? Per la sua equidistanza da tutto prima di arrivare ai confini del mondo. Sarebbe una condizione di perfetta libertà e tuttavia sarebbe sufficiente avere un impegno

anche soltanto un gatto e nessuno a cui affidarlo, o un lavoro che (gli) imponga obblighi quotidiani, e la (sua) posizione nel mondo sarebbe quella che l’autore indica con la lettera B.

Il punto B è collocato nel cerchio in alto a destra vicino al margine del cerchio e ciò basterebbe a far sì che alcune delle scelte compiute possano portare rapidamente ai confini delle (sue) possibilità. Eppure così non è, Sibaldi ci spiega che la distanza minima tra la posizione che occupano nel loro mondo e i confini del loro mondo è il raggio di un sottomondo che limita la loro vita.

Immaginiamo un sottomondo, un cerchio attorno al punto B il cui margine destro coincide con il margine del cerchio/mondo. Da bambini viviamo tutti sul punto A, poi educazione, emozioni e condizionamenti sociali ci spingono a trovare collocazione nel punto di confort apparente B, il luogo utile per limitare lo spazio di azione e interazione, e per percepire come lontani i problemi che appartengono all’età dell’innocenza. Una sorta di imbuto in cui abbiamo versato il nostro orizzonte e lo abbiamo rimpicciolito.

La terza parte si intitola Metafisica dei contenitori e infondo, il contenimento è legato al nostro bisogno di capire, di inscatolare le cose per addomesticarle

capire qualcosa significa riuscire a chiudere quel qualcosa dentro qualcos’altro. Questo qualcos’altro non è la mente, bensì una serie di contenitori che ognuno di noi ha imparato a costruirsi nella propria mente, e ad adoperare di continuo. Lo si impara dagli altri abitanti di B, dato che riempire quei contenitori è l’attività principale nel sottomondo: un sottomondo non è che l’insieme dei contenitori che si adoperano per capire tutto ciò che può essere capito. Da quei contenitori dipende il senso che gli abitanti di B danno a tutto: ed è un senso che serve soltanto a restare in B senza sentire la mancanza di qualcos’altro.[…] «E fuori da quei contenitori cosa c’è invece del capire?» La sapienza.

Scegliamo di contenerla svuotandola di significato invece di essere sapienza, amore del sapere e pur di ostinarci a capire, sciupiamo la nostra intelligenza forzandola ad un esercizio di contenimento.

Il capire invece è una patologia diffusa ovunque, nei sottomondi. Deve perciò dipendere da qualcosa di più semplice. La paura, direi.

Tornando verso casa, titolo della quarta parte del libro, è il momento in cui lo scrittore ci propone la prosecuzione del viaggio verso la riappropriazione di quella parte sopita che ci ha reso cittadini del punto “B”. Sibaldi da chaperon narrativo parte dal più grande racconto sulla metafisica che sia mai stato raccontato: l’Esodo di Mosè dall’Egitto verso la Terra Promessa.

In fondo ognuno di noi è un mondo complesso che contiene questo racconto

Nella storia di Mosè, il sottomondo della gente rassegnata si chiamava Egitto. Mosè convinse un po’ di persone a non rassegnarsi più e a fuggire dall’Egitto.[…] Mosè li aveva convinti che l’Egitto fosse il sottomondo di un mondo più interessante, in cui sarebbe stato bello vivere. Sapeva che gli avrebbero obiettato: «Ma i nostri padri sono vissuti qui, da tanto tempo», e proprio perciò, pur essendo già anziano, si faceva chiamare Mosè, che in egiziano (mses) significava «il figlio». […] in noi nasce un Mosè – cioè una nostra nuova personalità che vuole uscire dal sottomondo, facendolo diventare passato. Nascendo, questa nuova personalità ci fa accorgere che c’è, in ognuno di noi, un padre che finora ha capito troppo poco, e dal quale è bene allontanarsi, prima che il passato lo ingoi. […] Ecco che lasciarsi davvero alle spalle un sottomondo è sempre un processo laborioso, tuttavia decidere di rimanere in un Egitto significa infatti rispettare una gerarchia nella quale chiunque ha il privilegio di sentirsi al proprio posto: al posto dei miserabili se è un miserabile, dei ricchi se è un ricco, dei capi se è un capo, degli esclusi se è un escluso.

Potremmo rassegnarci al dominio di un faraone che in fondo è la nostra relazione/ dipendenza con la paura della paura. Paradossalmente è rassicurante, ci lascia nel nell’al di qua, ci limita la visuale e ci porta a non intuire, vedere e pensare pur di preservare uno stato di tranquillità.

Così vivono la maggioranza delle persone che mi è capitato di conoscere. Così il sottomondo ha lunga vita.

Così si capisce quanto quei contenitori fossero piccoli sebbene prima rappresentassero un modo di accontentarsi. Nel percorso invece ti fanno capire quanto il niente è il più ampio di tutti gli orizzonti.

Dunque l’obiettivo è guardare avanti, guardare oltre grazie al coraggio di porsi domande (il man hu’). Il processo si fa omeopatico perché lo sgomento del niente si cura adoperando il niente. Lo si impiega come metodo per accedere alla conoscenza.

Nel niente-deserto hai perso tutte le assumptions e le certezze che ti erano servite nel sottomondo: prima sapevi, ora non sai più, come se fossi ridiventato bambino. Così, ora, di qualsiasi cosa puoi chiederti, proprio come un bambino: «Man hu’? Che cos’è?» Allora puoi accorgerti di come quel niente sia una fame, ma non fisiologica: un desiderio di sapere, che non può venire colmato dalle cose che sapevi prima nel tuo Egitto, ma soltanto da nuove scoperte.

Un viaggio iniziatico o ri-iniziatico con cui attraversare e passare il deserto, dopo la lunga prigionia e ridarci una possibilità porta alla quinta ed ultima parte intitolata Al di là del deserto. È la chance per riconquistare enne chance, una buona dose di coraggio e diventare ciò che desideriamo essere. Il deserto diventa il luogo delle scoperte, del ritornare ad essere, del socratico so di non sapere, delle competences without comprehension. Perché se è vero che Io ero io. Niente che so di me è adesso: io sono continuamente libero da me stesso.

Con la capacità di accettare il prodigium cioè lo spingersi oltre, che possiamo chiamare sapienza e Gesù, nel libro definito il Ragazzo chiamava «fiducia» (πίστις).

In ogni caso il contrario della consapevolezza, in un percorso di disapprendimento di ciò che siamo abituati a capire.

Al di là del deserto è un libro prezioso che aiuta a riguardarci con gli occhi rivolti verso l’interno. Un modo per riappropriarci di ciò tendiamo a trascurare per la felicità apparente, per l’equilibrio del sottomondo che abitiamo e che confina con i sottomondi che ci circondano, prevalentemente legati agli affetti e alla quotidianità. Un modo per riemergere dalle acque stagnanti di un’esistenza che crediamo appartenerci e tornare alla liquidità amniotica della rinascita dell’essere, dimenticando o meglio disapprendendo l’apparenza, il senso frustrante dell’appartenenza indotta da processi di assimilazione e normalizzazione del contingente.


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