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di Emanuela Chiriacò

Lo scrittore Antonio Moresco vive la difficoltà del confinamento forzato causato dalla pandemia di Covid-19 a Mantova, sua città natale; e nel luogo delle radici, dei ricordi d’infanzia, dopo quasi vent’anni di assenza, scrive Canto degli alberi (Aboca Edizioni).

Per l’autore si tratta di un’autobiografia trascesa, un abbandono lirico, un romanzo drammaturgico e figurale, un canto un sogno, un’immaginazione, un’invenzione nata dall’osservazione del mondo naturale, dall’ascolto della voce degli alberi.

Gli alberi infatti si raccontano, diventano suoi interlocutori, esseri viventi che dotati di una profondità psicologica e filosofica si rendono testimoni del confinamento perenne a cui l’uomo ha costretto la natura.

In particolare Moresco sofferma la sua attenzione sugli alberi murati perché favoriscono un processo di identificazione con lo stato di reclusione forzata a cui è costretto

La pandemia mi ha fatto rivolgere l’attenzione su un tipo di albero che non avevo mai preso in considerazione. Li ho chiamati gli alberi murati, quelli che con queste radici tenere come ragnatele riescono però a crescere sui muri, spaccano il cemento e vanno a cercare chissà come l’acqua; io stesso nella mia vita ho dovuto spaccare il cemento come uomo e come scrittore alla ricerca dell’acqua e credo che l’albero murato possa essere l’emblema che mi rappresenta”.

L’autore si collega dunque con queste creature e ne interpreta la voce perché come scrive Beckett ogni albero ne ha una, ed emette la sua che viene da chissà dove, il suo lamento diverso da tutti gli altri, il suo grido. […]

Leggendo questo romanzo sulla lentezza, sulla rarefazione causata dalla sottrazione di suono, ad eccezione di un pianoforte di cui l’autore non riesce ad individuare l’esatta provenienza, si può fare astrazione, camminare con lui tra le pagine e fermarsi a riflettere fino a che punto la (dis)umanità abbia allargato le sue grinfie e si sia impossessata con prepotenza del contingente verde.

E risulta impossibile non pensare alla silloge Alberi (Guanda Tascabili Poesia) di Jacques Prévert, alla sua proto-consapevolezza ecologista; una consapevolezza verde ante-litteram che oggi ha fortunatamente superato la dimensione individuale e assunto una connotazione collettiva.

Nella poesia a seguire, tradotta da Roberto Carifi che ha curato l’intera raccolta, l’arboreo e l’infantile sono due idioletti ben precisi e definiti capaci di intendersi alla perfezione; è nel rapporto con gli adulti che il bambino perde la capacità di comprensione del linguaggio degli alberi e non riesce più a sentire la loro canzone suonata dal vento.

[…]

Gli alberi parlano albero
Come i bambini parlano bambino

Quando un piccolo
d’uomo e di donna
a un albero rivolge la parola
l’albero gli risponde
il piccolo capisce

In seguito
Il bimbo parla arboricoltura
Con i maestri e i genitori
Più non intende la voce degli alberi
Non sente più
la loro canzone al vento

[…]

È la tristezza, chissà, dell’abbandono
Che mi fa gridare aiuto
o la paura che mi dimentichiate
alberi della mia giovinezza
la mia giovinezza per davvero

[…]

Nella capacità di osservazione e di ricordo di Moresco, questo romanzo autobiografico che è anche un ricongiungimento con le radici permette all’autore di ritrovare gli alberi della sua giovinezza, della sua giovinezza per davvero.

A fine lettura ci si guarda attorno e nel ritorno alla normalità, la stessa che ci ha condotto ad un punto di non ritorno, come l’autore ci si sradica alla ricerca disperata di nuove strategie, nuovi viaggi con l’auspicio di stare finalmente di fronte a noi stessi e alla nostra visione, essere una cosa sola con la nostra visione, essere noi stessi la nostra visione. Si spera sempre più ecologista. Se consideriamo i cambiamenti e gli adattamenti che ha dovuto subire la natura a causa delle condizioni di vita generate dall’uomo e dal suo operato sulla terra, nella relazione tra uomo e albero, il punto di vista dell’albero appare assai più interessante

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Canto degli alberi | l’abbandono alla natura di Antonio Moresco