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E se fosse la musica a salvarci? La memoria dei suoni e la sfida climatica.
di Dario Giardi,
Mimesis 2025

E se il suono potesse aiutarci a ritrovare il nostro legame con la natura? Nel saggio E se fosse la musica a salvarci? La memoria dei suoni e la sfida climatica, l’autore unisce la sua esperienza nella sostenibilità con la passione per la musica ambient per esplorare una crisi che è anche una crisi di ascolto. La musica, troppo spesso ridotta a semplice sottofondo, può invece trasformare il nostro modo di percepire il mondo, evocare emozioni e far emergere nuove sensibilità verso l’ambiente.

Attraverso il concetto di memoryscape – la memoria dei suoni perduti o quasi dimenticati – il libro ci invita a riscoprire ciò che non sentiamo più, a prendere coscienza del rumore che ci circonda e a ritrovare uno sguardo più attento sul mondo. In questa prospettiva, la musica diventa non solo arte, ma un ponte verso un futuro più consapevole e sostenibile.

Intervista a Dario Giardi:

Da quali esperienze personali o di studio nasce il saggio E se fosse la musica a salvarci? La memoria dei suoni e la sfida climatica?

Il saggio nasce dall’intreccio tra due dimensioni che mi accompagnano da sempre: da un lato il mio lavoro nel campo della sostenibilità, che svolgo da oltre vent’anni; dall’altro la musica, che coltivo fin dall’adolescenza e che oggi compongo in ambito ambient con l’alias Giadar. L’esperienza professionale mi ha messo a contatto con strategie, indicatori, policy e processi di transizione; la pratica musicale mi ha insegnato l’ascolto, l’attenzione alle sfumature, la sensibilità per le atmosfere. Il libro nasce proprio dal dialogo tra questi due mondi, che troppo spesso restano separati.

Nel libro sostieni che la crisi ecologica sia anche una crisi di ascolto: quando abbiamo smesso davvero di ascoltare il mondo?
Quando sostengo che la crisi ecologica sia anche una crisi di ascolto, parlo da professionista che ha visto per anni la sostenibilità tradotta in numeri, standard, report. A un certo punto mi sono chiesto: dov’è finita la nostra capacità di sentire il mondo? Non abbiamo smesso di ascoltare in un momento preciso; è stato un processo graduale, legato all’industrializzazione, alla digitalizzazione e all’accelerazione continua. Lavorando nelle organizzazioni mi sono accorto che spesso “misuriamo tutto”, ma ascoltiamo pochissimo. E senza ascolto non c’è relazione, solo gestione.

Perché, secondo te, le politiche ambientali basate solo su norme e regolamenti non bastano a produrre un cambiamento reale?

Le politiche ambientali basate esclusivamente su norme e regolamenti sono fondamentali, ma non bastano. Nel mio lavoro ho visto quanto sia difficile produrre un cambiamento reale solo attraverso compliance e procedure. Le regole possono orientare i comportamenti, ma non trasformano automaticamente l’immaginario. Se la sostenibilità resta un obbligo esterno, prima o poi genera resistenza. Perché il cambiamento sia duraturo, deve diventare anche esperienza emotiva e culturale.

Che cosa aggiunge il concetto di memoryscape rispetto al più noto soundscape?
Il concetto di memoryscape amplia quello di soundscape, elaborato da
R. Murray Schafer. Il soundscape descrive l’ambiente sonoro così com’è; il memoryscape introduce la dimensione della memoria e della perdita. Nel mio lavoro sulla sostenibilità mi sono spesso confrontato con il tema della “baseline”, della linea di riferimento: cosa consideriamo normale? Il memoryscape interroga proprio questo. Quali suoni non sentiamo più? Quali paesaggi sonori sono scomparsi senza che ce ne accorgessimo? È una categoria che unisce ecologia, storia e identità.

C’è un suono o un paesaggio sonoro che per te rappresenta meglio la perdita di memoria ecologica del nostro tempo?
Più che un singolo suono, direi un fenomeno: il rumore costante dell’inquinamento acustico che copre e cancella i suoni della natura. Il traffico continuo, il ronzio degli impianti, il brusio permanente delle infrastrutture creano una coltre sonora che rende quasi impercettibili il vento tra gli alberi, il canto degli uccelli, lo scorrere dell’acqua. Da professionista della sostenibilità so che l’inquinamento acustico è un problema ambientale misurabile; da musicista lo vivo come una saturazione che appiattisce lo spettro sonoro e impoverisce l’esperienza. Quando il fondo artificiale diventa dominante, perdiamo non solo dei suoni, ma la possibilità stessa di accorgerci della loro assenza: ed è questa, forse, la forma più sottile di perdita di memoria ecologica.

In che modo il rumore delle città incide sulla nostra relazione emotiva con l’ambiente?
Il rumore urbano costante incide profondamente sulla nostra relazione emotiva con l’ambiente. Nelle città in cui lavoro capita spesso di osservare come il paesaggio sonoro sia una massa uniforme: traffico, impianti, fondo continuo. Questo appiattimento riduce la nostra capacità di distinguere, di prestare attenzione. Come compositore ambient, so quanto il silenzio e la dinamica siano fondamentali: senza pause e variazioni, non c’è ascolto consapevole. Lo stesso vale per l’ambiente.

La musica può davvero modificare i comportamenti ecologici o rischia di restare solo una suggestione simbolica?
La musica può modificare i comportamenti ecologici? Non in modo automatico o propagandistico. Ma può trasformare la percezione. Con il progetto Giadar lavoro su tessiture lente, immersive, con field recording, musiche che invitano a un ascolto profondo. La musica ambient non impone un messaggio: crea uno spazio. In quello spazio può emergere una diversa consapevolezza del tempo, della fragilità, dell’interdipendenza. Se questa esperienza viene integrata con pratiche educative e scelte concrete, può incidere anche sui comportamenti.

Quale ruolo possono avere musicisti e compositori nella transizione ecologica concreta, non solo culturale?
Musicisti e compositori possono avere un ruolo concreto nella transizione ecologica: ripensare la filiera produttiva, ridurre l’impatto degli eventi, scegliere modalità distributive più sostenibili. Ma possono anche collaborare con aziende, istituzioni e comunità per tradurre dati e scenari climatici in esperienze sensoriali. Dopo anni trascorsi tra report di sostenibilità e KPI, sono convinto che servano anche nuovi linguaggi per attivare le persone.

Il field recording e la sonificazione dei fenomeni naturali possono diventare strumenti scientifici oltre che artistici?
Il field recording e la sonificazione dei fenomeni naturali possono essere strumenti scientifici oltre che artistici. La bioacustica utilizza le registrazioni per monitorare ecosistemi e biodiversità; la sonificazione trasforma serie di dati climatici in segnali udibili, facilitando l’individuazione di pattern. In questo senso la mia doppia esperienza – tecnica e musicale – mi ha portato a vedere arte e scienza non come ambiti separati, ma come pratiche complementari di conoscenza.

Come si può educare all’ascolto ecologico nelle scuole o nelle città?
Educare all’ascolto ecologico significa integrare competenze tecniche e sensibilità. Nelle scuole si possono proporre laboratori di ascolto attivo, passeggiate sonore, esercizi di mappatura acustica. Nelle organizzazioni si può introdurre il tema del paesaggio sonoro come parte del benessere e della progettazione sostenibile degli spazi. L’ascolto è una competenza strategica, non solo estetica: aiuta a cogliere segnali deboli, a percepire cambiamenti prima che diventino crisi.

In una frase: in che senso la musica potrebbe davvero “salvarci”?
La musica potrebbe davvero “salvarci” perché ci riabitua ad ascoltare – e chi torna ad ascoltare difficilmente continua a distruggere ciò che sente come parte di sé.

Per concessione della casa editrice vi proponiamo la lettura di un Estratto

La perdita di una memoria sonora

Eppure, molti dei memoryscape che una volta caratterizzavano i nostri ambienti stanno lentamente svanendo, inghiottiti dalla crescente urbanizzazione e dall’inquinamento acustico che minacciano di soffocare la ricca diversità sonora dei luoghi in cui viviamo. La crescente presenza delle città e il costante rumore del traffico, con il suo rombo incessante, stanno cancellando suoni che un tempo erano l’anima stessa dei paesaggi naturali e urbani. Il suono rilassante e rigenerante di un ruscello che scorre, che un tempo riempiva le valli e le campagne, è ora soverchiato dal ruggito dei motori e dal frastuono delle strade congestionate. Allo stesso modo, i clacson delle auto, sempre più presenti in ogni angolo della città, sovrastano il suono più sottile e umano, come quello del canto di un venditore ambulante che una volta animava le piazze e i mercati locali. Questi suoni, che erano parte integrante della vita quotidiana, ora sono sempre più difficili da ascoltare, se non addirittura scomparsi, sostituiti dal continuo rumore del progresso.

Questa perdita, però, non riguarda solo l’ambiente in senso fisico. La scomparsa dei suoni, infatti, ha una dimensione culturale ed emotiva che ci riguarda tutti, perché con ogni suono che svanisce, perdiamo anche un pezzo del nostro passato. La perdita di una melodia, di un rumore che una volta dava vita a un paesaggio, è una perdita che tocca le radici stesse della nostra identità. Ogni suono che si estingue non è solo una vibrazione acustica che svanisce nel nulla, ma un legame che si spezza con la nostra storia, con ciò che siamo stati e con il mondo che ci ha preceduto. La cultura di un luogo, le sue tradizioni, i suoi rituali, le sue memorie, erano, e in molti casi sono ancora, intrecciate con questi suoni. L’eco di un passato che si mescolava con la vita quotidiana, che ci faceva sentire parte di una narrazione più grande, scompare lentamente sotto l’assalto dei rumori industriali e della modernità.Ogni suono perduto non è solo un’assenza nel paesaggio sonoro, ma anche un vuoto nel nostro cuore collettivo, un’amnesia che rischia di separare le generazioni future da un patrimonio sonoro ricco di significati e di emozioni. La memoria sonora, che una volta fungeva da archivio vivo di esperienze, emozioni e identità, sta diventando sempre più inaccessibile. E con essa, il nostro legame con il passato si indebolisce. Non è solo la natura ad essere modificata dal frastuono del presente, ma anche il nostro senso di appartenenza, la nostra connessione con le radici storiche e culturali che ci hanno forgiato come comunità. La perdita di questi memoryscape non è solo una ferita aperta nelle fondamenta stesse della nostra memoria collettiva, un vuoto che potrebbe diventare difficile da colmare in futuro ma un danno per l’ambiente perché senza una memoria collettiva condivisa e senza empatia non si potranno mai cogliere nel profondo le sfide che ci attendono.


Dario Giardi è un ricercatore nel campo dell’energia e dell’ambiente. Dopo essersi laureato con lode in diritto internazionale, ha conseguito un master in management ambientale e un dottorato in geopolitica dell’energia. Si occupa da oltre vent’anni di sostenibilità ed economia circolare, avendo maturato esperienza presso istituzioni, enti di ricerca e associazioni imprenditoriali. Collabora con “Il Sole 24 Ore” come esperto sui temi legati alla tutela ambientale. Ha inoltre conseguito il diploma in teoria e armonia musicale al Berklee College of Music di Boston, con specializzazione in musicologia e “music for wellness”. Con l’alias Giadar, compone musica ambient ed elettronica per etichette internazionali.

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E se fosse la musica a salvarci? Dario Giardi. Intervista e un estratto

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