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Frammenti di un precario | Giuseppe Di Matteo
Les Flâneurs Edizioni 2019, collana Rive Gauche

di Emanuela Chiriacò


Scanditi con il filo narrativo di una partita di calcio, i frammenti di Di Matteo sono reticoli monocristallini di poesia che da un lato tracciano un percorso nell’interiorità dell’autore, e dall’altro raccontano il viaggio di un ragazzo che tocca luoghi di affezione e di formazione. C’è lucida consapevolezza dell’esperienza generazionale a cui appartiene senza riferimenti e stabilità, relegata ad uno stato permanente di precarietà che ne rallenta la maturazione professionale; nell’autore si percepisce l’irrinunciabilità della permanenza, perché la volontà di andare, forse anche il desiderio di allontanamento, appaiono piuttosto come una presa di distanza per acquisire una visione d’insieme che si trasformi in un restare critico. Non a caso forse la dedica iniziale, un asciutto A mia madre, è un modo di affermare appartenenza alla carne e alla terra.

Nel Primo tempo intitolato Vita agra di un precario, impossibile non pensare a Luciano Bianciardi (l’autore con La vita agra ottiene un vago riscatto letterario ma nel corso del tour promozionale del libro che lo vincola a reiterare la stessa commedia a ogni presentazione si ribella e sceglie di continuare a lavorare come traduttore per la pagnotta, facendosi coraggio). Tuttavia, la Milano di Di Matteo è molto diversa, non è più il cantiere a cielo aperto frutto del boom economico degli anni sessanta, né la versione nostrana del sogno americano, è una città le cui offerte di lavoro relegano i giovani a una perenne condizione di stagisti da non più di mille euro al mese.

Resta lì
a sopportare
i dispetti del freddo
a imbucare cartoline
di una bellezza nebulosa
che di giorno cade
e nei sogni mestamente si ricuce

Perché qui
la resilienza è una sposa fedele
e la rassegnazione l’unica speranza
che ci fa durare.

La precarietà è una scia sottile
di impronte addormentate sulla neve
in un sentiero peregrino di città
l’unico bivio da percorrere
nella rabbia consumata dall’attesa
è il dilemma tra vendetta e umiliazione.

Dopo aver attraversato l’Italia intera/come una ferita/nel corpo di un uomo ed essersi svegliato all’improvviso/lontano dal suo altrove/pieno di nostalgia del mare, Di Matteo, come tanti coetanei, è consapevole che la rassegnazione sia l’unica speranza e al contempo una forma di ribellione passiva per sopportare, resistere, e durare. Perché alla fragilità della vita si unisce un senso di precarietà, una sensazione impalpabile simile a una scia sottile che contamina la purezza della neve appena caduta, che lascia tracce destinate a scomparire mentre ci si consuma nell’attesa e nella rabbia, oscillando tra vendetta e umiliazione.

Il senso della speranza lascia il posto alla resilienza, rifugio di chi ha conosciuto il dolore e l’ingiustizia e nonostante tutto riesce a rialzarsi. La sua è la fotografia di una generazione bella senz’anima e di un paese orfano di trivio e quadrivio in cui c’è fame di domani in una città mai costruita.

Come spesso accade quando il presente nega il sogno, c’è il passato, sicuro come un passamano a cui aggrapparsi per non cadere, e Di Matteo evita ogni scivolamento ripensando a sua nonna, al suo amore sconfinato per le Lettere, alla sua saggezza e capacità di affrontare il mare aperto della vita con la tenacia di chi ancora credeva possibile l’approdo. E così vorrebbe rinascere scrittore in partenza per l’America aggrappato a una penisola di errori.

Nel Secondo tempo intitolato Milano di un precario, nel caldo agostano, il poeta è un escluso che placa la tristezza con i libri mentre la strada di casa sembra appendere i rumori alle pareti.

E Di Matteo racconta la sua Milano fatta di fermate del tram, case, bar, passi lenti, melodie di voci, storie rubate, aperitivi, panni stesi ad asciugare, Navigli, musei, gradini, puttane e senzatetto e la vita in spalla come uno zaino che si riempie e svuota di esperienze.

Nei Tempi supplementari, Il Sud di un precario, Di Matteo abbraccia la memoria lirica di Vittore Fiore* (E allora che il viso dei pescatori ha la forma del vento e fra mare e terra vi è un unico spazio), nel suo spazio poetico fa muovere i contadini scavati dal sole e dall’argilla solitaria che non conosce più Storia, e accomodare quell’umanità sulle sedie fuori di casa che diventano il salotto povero della memoria popolare, tra canti di cicale sulla bocca degli ulivi.

Come Fiore, anche Di Matteo usa la poesia come un’arma potente e i suoi versi diventano il luogo di una coralità di cui si fa portavoce per partecipare all’altrui difficoltà, quella della sua generazione. Le parole sono per lui, uno strumento di lotta e di resistenza e Di Matteo le usa per fendere l’aria, smuoverla e in quella trasparenza, trovare un nuovo respiro. Un sollievo lirico che si manifesta nella quarta parte (Rigori) intitolata Letizia di un precario; qui ci sono l’amore, la donna amata, la solidità radicata della famiglia e dei figli che vorrebbe.

L’Epilogo composto da questi brevi versi È con me/che non riesco/ a parlare, è l’ammissione della necessità di un rinnovato dialogo con la sua interiorità, del bisogno di perdonarsi per una colpa che non è sua né dei suoi coetanei. Eppure tutti sembrano indossare loro malgrado una lettera scarlatta generazionale, una P cucita sul petto. (Impossibile dimenticare le recenti definizioni di bamboccioni o choosy usati come scudo linguistico per nascondere l’incapacità politica di affrontare il mondo del lavoro dopo averlo reso un oggetto inconsistente, e senza tutele). La stessa P di poesia che in Di Matteo è odeporica ma non di svago, adusa ad uno stato mentale diasporico in cui la migrazione si esprime con la mobilità del pensiero, una «qualità primordiale […] un valore e un dolore, o anche un’abitudine e un’avventura, che origina l’umanità come tale e le permette di produrre immaginario e discorsi.» (Armando Gnisci, critico letterario).

E l’immaginario e i discorsi di Di Matteo pur poggiando sullo scoramento trovano nella poesia e nella sua forza utopica, la capacità di esprimere l’amarezza di una generazione ma non la sua sconfitta, non la sua resa.


Giuseppe Di Matteo (Bari, 1983), giornalista professionista, collabora attualmente con La Gazzetta del Mezzogiorno occupandosi di cultura e recensioni di libri. Nel 2016 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie Con te io penso con le mani. È ideatore e promotore del laboratorio culturale di Librincircolo a Castellana Grotte.


*Omaggio a Vittorio Fiore

Vittore Fiore (1920-1999) Fonda e dirige «Il nuovo risorgimento», una rivista politica e di storia del mezzogiorno nonostante abbia solo vent’anni, e chiama a collaborare alla stessa Salvemini, Bodini, Pagano, Flora, Muscetta, Calogero, Capitini, Bauer, Vittorini e altri intellettuali meridionali. Si dedicò con intensità al giornalismo e all’attività letteraria saggistica senza grandi risultati. Collaborò per oltre mezzo secolo con «La Gazzetta del Mezzogiorno» senza aver mai un proprio spazio. Rimase essenzialmente poeta, un poeta dicotomico, malinconico e pieno di speranza, ma amareggiato e, arrabbiato. Con Franco Fortini e altri ha raccontato ne La generazione degli anni difficili (Laterza) la sua formazione di intellettuale impegnato nella politica. Tre i volumi di poesia: Ero nato sui mari del tonno (Schwarz), Qualcosa di nuovo intorno («Quotidiano di Lecce» presentato da Massimo Melillo e poi nelle edizioni «Il laboratorio») e Io non avevo la tua fresca guancia (Palomar).

E trovo lieti sogni e infinita
la pena che quieta passa
nel mio sangue,
sarà forse questo tedio il lievito del futuro.
Tu non credere all’uggia come un male
ma il vuoto che nutre goccia a goccia
la speranza, le cose che ci prendono, tristezza
di esili non tentati, di mute antiche pietre
perché dalla noia abbiamo imparato a salvarci con la noia,
dal vuoto con il vuoto,
è vano negarlo.

 

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Frammenti di un precario | Giuseppe Di Matteo