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Dopo la raccolta di racconti Dal tuo terrazzo si vede casa mia (Racconti edizioni), Elvis Malaj esordisce con il suo primo romanzo intitolato Il mare è rotondo (Rizzoli).

di Emanuela Chiriacò

Date le origini albanesi dell’autore, il mare a cui si riferisce è evidentemente l’Adriatico, un confine liquido, una frontiera orizzontale che ha diviso l’Albania dalla sponda del desiderio sin dal lontano 8 agosto del 1991, data in cui le navi Vlora, Partizani, Legjend, Tirana e diverse altre, si materializzarono nell’orizzonte di Brindisi e di Bari, per chi cercava di lasciarsi alle spalle un deserto totale, materiale e spirituale, e approdare in un mondo-oasi immerso nel benessere e nella felicità.

Sono passati quasi trent’anni e Malaj all’epoca aveva solo un anno; in Italia ci è arrivato quindici anni dopo, senza conoscere l’italiano. Eppure lo sceglie come strumento di scrittura e di espressione riuscendo a coniugare con equità la cultura di partenza con quella di arrivo.

Il suo è un sistema linguistico tra vasi comunicanti che genera un apeiron tra partenza e separazione anelate ma incompiute, e un approdo in un meta confine italiano ospite in terra albanese: l’ambasciata italiana di Tirana; tra l’altro un confine domestico, un simbolo di conquista, riscatto ed emancipazione del pensiero incastrato nella terra di origine.

Il lettore è immediatamente coinvolto dalla quotidianità del protagonista e nella prospettiva testuale del suo spazio mai asfittico o costrittivo. Vive in un sistema circolare che accetta e comprende l’organizzazione sociale arcaica e la coniuga con quella moderna occidentale come meta concettuale del suo sogno. L’Italia è un desiderio febbrile ma addomesticato, che ha i suoi tempi di attesa e decantazione; uno spazio siderale che gocciola costantemente fino ad arrugginire il pensiero, e lavorare l’io; che gira in tondo, e immalinconisce la rubigine prima di scioglierla con un coup de théatre finale geniale.

Ujkan non è un eroe, è un paria ottimista che conquista mille soprannomi, che vuole una vita normale scandita dall’amore e dal matrimonio complicata però dalla banalità delle scelte compiute. Non rifugge lo sbaglio, lo cerca inconsciamente e lo assimila per ripeterlo. È nella ripetizione dell’errore che rafforza la volontà di superare i confini e intanto ci permette di conoscerli, aprendo una finestra sugli usi e costumi del paese di appartenenza, per valorizzare la sua cultura, la sua lingua.

Per il poeta Gëzim Hajdari, scrivere in italiano vuol dire sollecitare la lingua italiana stessa e nel tempo medesimo arricchire la letteratura italiana contemporanea. La nostra sfida è vivere tante identità nella nostra identità; la nostra scommessa, costruire una nuova cultura umanistica. Di seguito alcuni versi della poesia Ogni giorno creo una nuova patria:

Ogni giorno creo una nuova patria
in cui muoio e rinasco quando voglio
una patria senza mappa né bandiere
celebrata dai tuoi occhi profondi
che mi accompagnano per tutto il tempo
del viaggio verso cieli fragili
in tutte le terre io dormo innamorato
in tutte le dimore mi sveglio bambino
la mia chiave può aprire ogni confine.
[…]

Malaj è un uomo che custodisce ancora quel bambino, costruisce con pazienza una nuova cultura umanistica e arricchisce la cultura italiana.

In un bel pezzo intitolato Essere Tradotti nella propria lingua su Rivista Studio, Malaj si pone il seguente quesito: Ma quando ero in Albania, io, che lingua parlavo?

La domanda è riferita prevalentemente alla scomparsa del turpiloquio nella traduzione albanese della raccolta Dal tuo terrazzo si vede casa mia e di come parlando con l’editore sia riuscito a ripristinare qualche termine perché altrimenti il libro ne sarebbe risultato snaturato. Ci si potrebbe chiedere oggi che è in Italia che lingua parli Malaj, e la risposta è ne Il mare è rotondo: parla un italiano portatore di un’altra morfologia e sintassi, quindi[…]un italiano scomposto, spiazzato1 contaminato da innesti albanesi perché è uno scrittore che somma due sponde culturali, e le racconta nuotando da una riva all’altra in un mare rotondo.

1 «Quando uno scrive in una lingua cerca di stare in quella lingua; già, essendo straniero, crea delle modifiche interne perché comunque è portatore di un’altra morfologia e sintassi, quindi già usa un italiano scomposto, spiazzato...» Ornela Vorpsi

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Confini liquidi e narrazioni, il romanzo di luogo di Elvis Malaj