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Ófeigur Sigurðsson
JÓN & le missive che scrisse alla moglie incinta mentre svernava in una grotta & preparava il di lei avvento & dei nuovi tempi
Traduzione di Silvia Cosimini
Safarà Editore


Jón (titolo completo: Jón & le missive che scrisse alla moglie incinta mentre svernava in una grotta & preparava il di lei avvento & dei nuovi tempi) è un romanzo basato sulle leggendarie lettere che un pastore protestante islandese, accusato di omicidio, invia alla moglie incinta mentre percorre un’Islanda sconvolta da esplosioni vulcaniche nel cuore del ‘700, in cerca di salvezza. La leggenda del pastore Jón, realmente esistito, è una delle più conosciute e raccontate in Islanda; qui viene nobilitata da Ófeigur Sigurðsson, che è riuscito a rendere universale una storia popolare, scrivendo un romanzo memorabile che gli è valso il Premio Europeo per la Letteratura.

La storia

Nel terribile inverno del 1755-1756, Jón Steingrimsson viaggia attraverso l’Islanda, vive in una grotta a sud e scrive lettere a sua moglie, incinta del loro bambino, a nord. È sospettato di aver ucciso l’ex marito di lei ed è stato espulso dalla sua posizione nel suo monastero. Il sud, tuttavia, è il posto meno adatto in cui trovarsi: il vulcano glaciale Katla sta eruttando, avvolgendo tutto in una nuvola di cenere e distruggendo tutto ciò che lo circonda; Jón rischia di essere sepolto vivo nella grotta.

Nonostante ciò, lavora duramente per prepararsi all’arrivo di sua moglie in primavera e all’inizio della loro nuova vita, lontano da tutto. Ma lo scandalo del sospetto omicidio segue Jón fino alla caverna e lo tortura sia di giorno sia di notte. Molto presto, lo sceriffo generale gli fa visita…

Il reverendo Jón Steingrímsson è una figura leggendaria tra gli islandesi per le azioni svolte durante e dopo l’eruzione. A lui viene a tutt’oggi attribuito un fatidico miracolo compiuto la domenica di luglio del 1783. Quel giorno la lava minacciava di distruggere la sua chiesa. Il reverendo Jón decise comunque di tenere insieme ai suoi fedeli la funzione prevista per quel giorno, consapevoli del fatto che sarebbe stato l’ultimo rito ospitato dalla chiesa. Durante la celebrazione, grazie alle preghiere appassionate e rivolte a Dio, la lingua di lava si fermò e la chiesa fu salva. Da allora questa messa è stata conosciuta come “La Messa del Fuoco” e il reverendo Jón Steingrímsson come “Pastore del Fuoco”.

Il romanzo lo ritrae da giovane come un uomo di viva fede, ma anche con un grande interesse per le scienze naturali e la medicina (come poi si leggerà anche nel romanzo); Jón infatti fu anche un medico.

Il fragore delle onde si sente fin qui dalla riva, il Katla sconquassa regolarmente l’impiantito e le pareti, su di noi incombe la nube di fumo, la sua mutevolezza ci ricorda costantemente il Creatore, la sua forza e il suo volere. Qui riesco a scrivere in agio; non ci abbisogna nulla, abbiamo una gran pace, stiamo bene, ma ci manca terribilmente la tua presenza, tanto che ogni attività di studio risulta in parte inutile e vuota.

Continuo ad annotare ogni variazione del clima giorno dopo giorno e a catalogare l’eruzione. Ho osservato molto questa calamità, e a lungo, mi basta sedere fuori dalla grotta sulla lingua di terra e subito a settentrione mi appare davanti il Katla, minacciosamente vicino; di giorno si leva un fumo nero e grandi sbuffi di vapore e la sera il chiarore e il fuoco risultano ben visibili.

Nel romanzo di Ófeigur Sigurðsson la terra è una creatura vivente e, come è proprio della cultura islandese, un organismo che convive con i suoi abitanti: il pastore e scienziato Jón la osserva, la studia, la sua vita è intrecciata e dipende dalla sua terra e dal vulcano Katla.

Il paesaggio è una presenza costante e vitale nelle lettere, vive insieme ai protagonisti, è un personaggio di cui Jón descrive le fattezze e le azioni, al pari del racconto delle vite dei persone che gravitano intorno a lui.

[…] nel diluvio vulcanico ed è una scena agghiacciante, il cataclisma inghiotte tutto quello che trova per poi ruttare orrendamente, il contadino ne è impressionato, in quel trambusto i massi di ghiaccio si ribaltano, incastrati dentro si notano massi e rocce, e in qualche punto anche alberi secolari, marci e induriti come pietra dal gelo, sui rami nudi i corvi gracchiano vecchi salmi funebri.

In tutti i disastri e le calamità naturali che il reverendo descrive con l’incedere tipico di un naturalista, ma anche con grande ironia, c’è sempre una grande attenzione per la lettura e per la scrittura: Per esempio ho stilato un registro del lexicon tedesco e l’ho comparato con la nostra madrelingua, è un ottimo modo per imparare la lingua germanica. Ho anche trascritto la retorica di Donato e la parte della vita di Virgilio tratta da Svetonio, tutte opere che mi paiono degne di nota e riflettono la luce sulla vita nel nostro paese. Da Donato ho imparato a usare i due punti.

E non di meno che per la conoscenza: Dopo di che lo sceriffo ha detto che seguiva l’andamento del vulcano e ha chiesto se non avevo intenzione di scriverne un rendiconto. Io gli ho detto che mi appuntavo gli eventi di giorno in giorno su un taccuino. «Devo assolutamente averne una copia!»; si ha pena per la conoscenza, “bisogna occuparsene e coltivarla”, perché potrebbe andare perduta, se perisce un terzo della nazione proprio come avvenne durante il Grande Vaiolo (!) e quindi per questo motivo ci sono persone che sfrecciano per tutto il paese per salvare la conoscenza, perché la conoscenza è l’uomo stesso!. E cosa non meno importante sarebbe fondamentale poter rendere impermeabili i libri.

Tra bufere di grandine e il mare che borbotta i suoi dubbi, alluvioni glaciali e altri disastri, i personaggi di cui racconta continuano a muoversi il giorno e la notte. Gli animali affannati, i cavalli che galoppano per intere notti tanto da produrre “dagli angoli della bocca una schiuma nera” – che Jón chiamerà bava del Katla –fino a che il sole sorge ed era grande e fosco come uno scudo insanguinato in una bruma greggia sul mare. Il sole sorge sempre su questi disastri e nelle descrizioni liriche e ricche di particolari di Jón. Sorge anche nell’amore che queste parole contengono, un amore che fluisce come lava da ogni pagina, un amore per la sua terra, per la donna a cui narra il teatro della natura, l’amata Þórunn, alla quale racconta la vita lontano da lei.


Per concessione della casa editrice vi proponiamo la lettura della Prima missiva

Mio amato dono di Dio, mulier preziosa

È solo per la profondissima misericordia di Dio che io e mio fratello siamo giunti sani e salvi nella grotta dopo aver attraversato gli altipiani interni da settentrione a meridione per finire dentro questa grotta al buio. Che siamo sopravvissuti è una fortuna e un vero miracolo; sui monti siamo incappati in una violentissima bufera. Mia diletta Þórunn, affiderò al più presto queste mie parole scribacchiate nelle mani di un buonuomo che si è fermato qui da noi a Hellar; dice di voler raggiungere lo Skagafjörður, prima o poi. È un uomo di statura imponente che veste un’ampia tunica di lana rossa, porta un neonato sulle spalle, vende libri pur essendo egli illetterato. Questi sono i suoi tratti distintivi. Si chiama Kristófer e ha promesso di recapitarti i miei fogli. Gli ho allungato un tallero per il disturbo. In altre parole, se ricevi questi ritagli di carta avrai la conferma che siamo sopravvissuti a quel maltempo da assassini che ci ha colti sulla Kjölur; io e mio fratello siamo giunti a Hellar.

La terra è una creatura vivente. Un corpo. E Þórunn, che dispiacere aver dovuto lasciare te e la nostra piccola sembianza di Dio che porti nel ventre; che il nostro buon Signore sia con voi e con la buona levatrice, quando il bambino vorrà discendere nella nostra grama esistenza terrena. Per il momento dobbiamo contentarci di messaggi scritti, e confidare in chi si sposta da una parte all’altra del paese, malgrado il clima periglioso e freddo, e malgrado le dure condizioni della regione settentrionale. Sbaglio, o lo sceriffo Skúli Magnússon aveva parlato di facchini/fattorini/postali/portalettere? Può essere che nessuno in questo paese voglia fare il postino, se non qualche sparuto eccentrico e i viandanti. Sarebbe bello se tale servizio venisse introdotto anche da noi, e a quanto ho appreso Skúli ci sta lavorando con le autorità regie di Copenaga1. Là i postini godono di grande rispetto, indossano un’uniforme decorata fornita loro dalla sartoria del re, con i bottoni d’ottone e i nastri di seta/i berretti rigidi/un cavallo e un corno! Questi messi ricevono una pingue retribuzione per i loro spostamenti. E poi ci sono i taxi ad Amburgo, che sfrecciano per tutta la Germania!

Qui nella regione meridionale il Katla erutta fuoco e lapilli sulla valle della Mýrdalur, dal cielo cadono sabbia e cenere in quantità, fino a oscurare l’aria in pieno giorno. Oltre a ciò piove e tira vento e nevica, e quando tutto si combina è come se dalla cappa di cenere piovesse denso inchiostro. Poi la poltiglia s’indurisce sul suolo nel gelo e nel vento, così l’intero distretto è come rivestito di rame. Le distese sabbiose sono livellate in guisa uniforme come accade spesso negli inverni più nevosi, e i grossi cumuli neri trasformano il paese in una landa deserta d’un verde brunito. La cenere s’alza col vento e s’insinua in ogni pertugio rovinando le scorte alimentari. Gli animali mal sopportano questa foschia e gli occhi bruciano a tutti. Con la giustizia di Dio tutto ciò si placherà e volerà via e sarà mondato di nuovo, e ci ritroveremo ancora sui delicati pascoli di primavera. Allora m’infilerò un tarassaco nel cappello e ti bacerò!

1 Copenaghen in italiano antico. [N.d.T.]


Biografia

Ófeigur Sigurðsson è poeta e autore, nato a Reykjavík nel 1975. Ha pubblicato sei libri di poesie e due romanzi. Ófeigur ha lavorato come guardiano notturno in uniforme in un hotel, nell’industria alimentare, come lavoratore portuale; ha conseguito la laurea in Filosofia all’Università d’Islanda, con una tesi sul tabù e la trasgressione nelle opere di Georges Bataille. Ófeigur è in prima linea in un movimento poetico di giovani creativi dinamici, che ha recentemente contribuito a rimodellare la forma della poesia islandese. È traduttore di narrativa e scrittore radiofonico, lavorando sui testi di scrittori come Louis-Ferdinand Céline e Michel Houellebecq. Ha ricevuto l’European Union Prize for Literature nel 2011 per il suo romanzo Jón; ha ricevuto il Book Merchant’s Prize nel 2014 e l’Icelandic Literature Prize nel 2015.

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