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boccuzziLA COLAZIONE IMPOSSIBILE
Racconto di Giovanni Boccuzzi

 

 

 

 


Rimediamo al danno di aprire gli occhi restando abbracciati. Le mani tra le mani. Il respiro comune. Le gambe intrecciate.
Solo così resisto allo shock del nuovo giorno, quando la luce viene a dissolvere i sogni e a condannarli in un limbo dal quale (forse) mai più riaffioreranno. Il caldo del materasso ci invita a rimanere, come un’allettante reclama di quei giochi che desideravamo da bambini. Ma siamo ormai distanti da quei tempi, distanti dalle corse spensierate, dalle lunghe telefonate, dalle mille e più litigate. Tutto scorre. Le giornate fuggono via. Siamo presi dal vortice del quotidiano che spegne e risucchia tutti i momenti di complicità. Tutto sembra perso, ma non il piacere di stare insieme, quello non lo abbandoniamo. È un baluardo da proteggere e preservare, nonostante tutto…
Ti guardo mentre tiri verso di te le lenzuola, e penso di avere avuto tutto dalla vita. In fondo, i tuoi verdi occhi sono un inno alla bellezza. La vita riflessa dalle tue nere pupille è più vita. La pelle dorata mi accompagna nelle passeggiate lungo i tuoi fianchi, quando le carezze si fanno ali e i sospiri vento che le sospinge. Niente è ancora perso. La carne ha un suo richiamo che sa far dimenticare ogni compromesso. E il compromesso è la mia dannazione…
Sono certo che mi senti, come io sento te. Il soffio della mia essenza contro il velo di madore, che si fa vapore e spande nell’aria il tuo profumo. Ma è il tuo calore a darmi il tormento. Il mio invece è svanito in quell’ultimo afflato, quando mi prendesti la mano ed io ti sussurrai arrivederci…
Quando apri gli occhi, e solo in quell’istante, quando sono ancora bagnati dalla rugiada della notte, so per certo che mi vedi, come io vedo te. La magia però viene subito interrotta non appena i sensi riacquistano i loro poteri, e traducono le immagini con il vocabolario della ragione. Ma non è la logica che si può applicare tra noi…
Appena scendi dal letto, inizia quel fulgido gioco degli specchi a cui m’inviti a giocare. Ti è sempre piaciuto specchiarti, passare nelle immagini alla ricerca di te. Ed io non ho mai resistito dal guardarti. È più di una condanna la mia. Continuare in eterno a rincorrere il tuo riflesso, dimenticandomi del mio, disperso tra le spoglie mortali…
I tuoi pensieri li sento. Vanno ai tuoi capelli ricci, dove il bianco si fa largo a poco a poco. Poi, le tue mani raccolgono una ciocca e la posano dietro l’orecchio, in quel gesto che è l’icona della tua femminilità. Il risveglio si fa strada e accompagna la tua mente verso me. Lì vengo accolto con una prima, poco pronunciata, piegatura verso il basso agli angoli della bocca. Sembrano secondi interminabili, ma poi ricordi (arrivederci) e il sorriso dirompe improvviso, lasciando ai margini i tormenti della distanza e della mia assenza…
Per starti vicino ho rinunciato alla luce. Ho rinnegato tutto quello che mi ero guadagnato, dando al fuoco le mie ali. E adesso vivo in questo territorio periferico e dimenticato, dove sei tu tutto quello che mi resta. Sono diventato un parassita, e mi nutro di quel che mi basta: di te. Ho accettato questa condanna per illudermi, per ingannarmi di vivere un nuovo giorno ancora con te. La mia pena è il mio diletto, e il diletto la mia pena. Delle volte scordo persino la mia condizione e riesco a sentire allacciarsi le nostre ginocchia, e le mani, e il respiro, in un abbraccio senza fine. È strano, ma mi capita anche di sognare: sogno le nostre liti e i momenti felici, ma sono come un eco lontano che si dissolve con l’alba…
Resta il piacere di vederti mentre prepari la colazione, quando il pane si fa caldo ed è pronto per ricevere il burro e la marmellata di pesche, quella che io adoravo. Hai deciso di dedicarmi questo momento e io te ne sono grato. Così, mentre siedi davanti alla tazza di latte, io sono lì a mirarti. Cerco di cogliere ogni tuo sguardo verso il vuoto, intercettandolo e mettendomi in traiettoria, e comprando così un’altra illusione di vita. Spero, in un giorno che forse non verrà, di poterti percepire con la mia nuova sostanza che forma l’entità che adesso sono e che per sempre sarò. Solo le alte sfere saranno padrone del mio destino. Intanto, accetto lo stato attuale e accolgo quotidianamente questi miei deliri che bramano di essere di nuovo corpo, e mi godo con la tua bocca la nostra colazione impossibile.


Giovanni Boccuzzi (1986) è un giornalista pubblicista laureato in Informazione e sistemi editoriali con una tesi su Roberto Vecchioni e la canzone d’autore italiana.  Social media manager e attore nei format “cene con delitto”, collabora con diversi quotidiani on line e coltiva il sogno di poter scrivere vivendo di cinema. Ha pubblicato la raccolta di poesie Il poeta, strutturata come un film e diffusa in tiratura limitata tra parenti e amici. Dopo alcuni anni di silenzio poetico, nei quali si è dedicato alla stesura di sceneggiature per fumetti, è tornato a scrivere racconti.
La colazione impossibile è il suo primo passo verso un nuovo inizio.
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La colazione impossibile – G. Boccuzzi