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La donna che scriveva racconti

LA DONNA CHE SCRIVEVA RACCONTI | LUCIA BERLIN
traduzione di Federica Aceto
Bollati Boringhieri Editore 2018

lettura e commento di Roberta Costi

Ho da poco terminato “Manuale per donne delle pulizie. Storie scelte” di Lucia Berlin ovvero La donna che scriveva racconti e ho negli occhi quelli chiari, bellissimi, di Lucia Berlin.

Lo sguardo limpido, attento, pacato, è il segreto di questi 43 racconti, scritti in un linguaggio semplice, colloquiale, intimo. È uno sguardo che porta una luce pulita, leggera, tranquilla, quella di certe domeniche mattina presto, non ancora scaldate dal rumore di pensieri e aspettative, dai ronzii di mille attività. Quando si forma uno spazio, vuoto ma accogliente, e le cose sono ferme.

Sono storie di persone un po’ ai margini, randagie, e raccontano spesso il dolore, il fallimento. Aborti, alcolismo, giovani teppisti, droga, abusi. La malattia, la morte.

Storie di mani che sanno di candeggina, contano gli spiccioli rimasti, spazzano il marciapiede. Storie d’amore, bellissime e struggenti; storie di madri difficili, molto difficili, e di figli affettuosi; storie di grande solidarietà, soprattutto femminile.

Ironiche.

Storie belle.

La gioia e il dolore sono ciascuno racchiuso nell’altro e ogni momento ha una bellezza particolare. Questa è la visione di Lucia Berlin che, con la sua scrittura composta, equilibrata, elegante, scrive con tranquilla comprensione di un materiale che rischierebbe, in altre mani, di diventare debordante, avvilente, fastidioso o morboso. Attenzione: ne scrive senza ammorbidire, colorare la vita, anzi, con precisione, dritta al punto – senza pietà, scrive lei. Nulla sfugge, allo sguardo di Lucia Berlin: che si possa aggiustare, oppure no.

Il suo punto di vista lo dichiara lei stessa: “ ciò che spero di fare, combinando fra loro una serie di intricati dettagli, È rendere questa donna talmente credibile che non potrete fare a meno di provare compassione per lei” . C’è pulizia, amore, bellezza, dove meno ce lo potremmo aspettare. È questa la sorpresa: per essere felici si può trascorrere la serata alla stazione degli autobus e andare a guardare la discarica, placando così la nostalgia di casa.

Lucia Berlin legge le storie, gli indizi, fra le righe della vita quotidiana: le liste della spesa, l’autobus in ritardo, i giochi in cortile, le foto sulla mensola. I nomi in corsivo dei giovani chicani sulle tute da lavoro compaiono nell’immagine speculare delle asciugatrici a gettoni, la “ parte inferiore della dentiera, l’orario del 51 e una rubrica di indirizzi senza cognome” nella borsetta della vecchie, al pronto soccorso. Pillole e scatole di semi negli armadi della cucina, bottiglie vuote dietro la lavatrice, il disegno per la mamma. “Amo le case, le cose che mi raccontano, e questo è uno dei motivi per cui non mi dispiace fare la donna delle pulizie. È proprio come leggere un libro”.

Il racconto piu’ noto, “Manuale per donne delle pulizie” è esemplare dello stile di Lucia Berlin: almeno nove storie, scandite da altrettante fermate d’autobus, le nevrosi e il vuoto di tante vite “felici”, l’ironia e i consigli per le domestiche, le chiacchiere, le risa e lo sconforto, la dignità – che non vogliamo vedere. I “lampi” di Lucia Berlin – due parole dritte dritte, lo sguardo una saetta . Quanto rivelano di noi i gesti e gli oggetti, nel bene e nel male. La compassione. Ma anche, quasi appena accennata, sottotraccia, la storia d’amore, il dolore immenso, la vita che scorre. Mi pare sempre che Lucia Berlin voglia invitarci ad entrare nella vita, ci esorti a non stare ai margini ma a fare parte del flusso, del sangre:

Sospiri, il battito dei nostri cuori, le contrazioni del parto, orgasmi, tutto fluisce nel tempo..

Ma è un po’ difficile scegliere, il racconto preferito: Carpe diem o Fammi un Sorriso? Fool to cry o Toda luna, Todo año? Taccuino del pronto soccorso o Lutto?

Sono 43 i racconti del libro, ma alla fine compongono un grande quadro. I personaggi, le storie, ritornano, si richiamano. La stessa storia, scrive Berlin, si può raccontare in cento modi diversi: così, in ciascuna è diverso il tono, il punto di vista, le voci: dalla terza persona all’io narrante, ora madre single e alcolista, ora avvocato di successo, sposato.

Ecco ad esempio le due sorelle, Sally e Dolores . Protagoniste di vari racconti, ma solo un racconto dopo l’altro scopriamo che c’è un filo che li unisce. Come in un caleidoscopio, a poco a poco emerge la loro relazione affettuosa, la grande amicizia che le lega – e un po’ della loro vita. Alla fine, sembra di conoscerle bene, di averle amiche. Di più: di avere vissuto un po’ con loro, nell’abbraccio di queste donne così belle, solidali, gioiose e vitali. Un romanzo forse non avrebbe potuto darci la stessa emozione. Perché poi la vita è così: tanti momenti, che si compongono solo alla fine.

Molti scrittori usano sfondi e oggetti di scena presi dalla propria vita”, scrive Lucia Berlin e, come nei suoi racconti, lei stessa ha vissuto “tempi di intensa felicità in technicolor , tempi sordidi e spaventosi”: sposata tre volte e tre volte divorziata, madre single di quattro figli, alcolista, un’infanzia difficile, la sorella malata di cancro. Mille mestieri, per mantenere i figli e continuare a scrivere: donna delle pulizie, insegnante, impiegata all’ospedale, assistente di un medico. Da ultimo, professore associato all’Università del Colorado; la fama raggiunta dopo la morte. Ma, lei ci avverte, “in realtà si può mentire e allo stesso tempo dire la verità”. Non cerchiamo la vita di Lucia Berlin nei racconti, lasciamo che sia il suo sguardo a raccontare. Lasciamola libera dalle bufere di sofferenza che le hanno devastato il cuore.

Questo è un libro da leggere adagio, si svela a poco a poco. Non è detto che sia amore a prima vista, ma poi viene voglia di dire: io voglio stare qui, dentro una di queste storie.

È così che funziona l’arte. Ferma la felicità nel tempo.

Potremmo cominciare così:

È una giornata fredda e tersa di gennaio. All’angolo della Ventinovesima compaiono quattro ciclisti con le basette, come un filo di aquilone…


Roberta Costi: Leggo. Amo il microcosmo, la natura,  l’arte contemporanea e relazionale,  le “arti pratiche” femminili.  Mi interesso di questioni ambientali. Quando non sono immersa nei libri faccio la dirigente in una Camera di commercio. Le restanti 24 ore sono la mamma felice di un preadolescente. Cammino, quando posso.  Ho lanciato il Silent Book Club Mergozzo: si chiacchiera un po’ e si legge, in silenzio, ognuno il suo libro.  La mia alias @lacollinadellefarfalle  condivide le mie passioni. 

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