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La giraffa in sala d’attesa |  Božidar Stanišić
Traduzione di Alice Parmeggiani
Bottega Errante
Edizioni

Trama: La giraffa in sala d’attesa: una famiglia decide di lasciare la Bosnia prima dello scoppio della guerra. il loro viaggio li porterà in un campo profughi in Friuli Venezia Giulia e da lì a vivere in un appartamento a Udine. Il padre è un nostalgico marxista, la madre una donna fragile e forte allo stesso tempo, il figlio un uomo che ha deciso di girare il mondo con il solo scopo di fare soldi. La figlia, Valentina, è la voce narrante che da Bologna torna dapprima a Udine dalla madre, per poi trasferirsi a San Diego, in California. Un libro fatto di relazioni familiari, dialoghi serrati che raccontano un universo altro, il rapporto con la lingua madre e con la terra di origine, l’accoglienza e l’integrazione in un mondo nuovo, inaspettato e sorprendente. 

commento di Paolo Risi

[…] «E adesso» l’intervistatrice si rivolse a mia madre, «ha ancora qualcosa da aggiungere, per esempio sulla Bosnia, sull’Europa?».
«Hmm… La Bosnia, l’Europa? Vuole che le dica che cosa ne pensa mio marito?».
«Va bene, dica!».
«Ecco, le dirò: lui pensa che l’Europa e la Bosnia siano come il cielo e la terra!».
«Il cielo e la terra? Naturale, sono cosi diversi!».
«Questo lo sappiamo tutti…» disse mia madre.
«E che cosa non sappiamo?».
«Non sappiamo che fra il cielo e la terra ci sono molte cose inesplicabili» disse mia madre.

Cosa accade quando si ripudia la guerra, si decide di non indossare divise e molti dei tuoi simili, intorno a te, abbandonano la ragionevolezza? La scelta più sensata diventa la fuga, l’assembramento di oggetti e affetti per raggiungere una frontiera e da lì immergersi nell’esilio, nel ricordo e nella sostanza di un , di un tutto che si sbriciola lungo il cammino.

La fuga è uno dei temi cardine del romanzo di Božidar Stanišić, un senso del procedere definitivo, multiforme, per approdare a una risoluzione interiore, quella della protagonista, Valentina, splendida voce narrante, alquanto spinosa, mai docile, che ci dona la sua storia, o meglio, ripercorre e rende universale la sua storia.

I fatti ci vengono svelati poco a poco, attenendosi a un canone di riservatezza, di giusta profondità. Da una parte Valentina e suo fratello Braco, che in quanto bambini non possono far altro che accodarsi, sgranare gli occhi di fronte alla determinazione dei loro genitori, decisi a lasciare la Bosnia prima che l’odio si compatti, componga i suoi tragici capitoli. Naturalmente il conflitto di cui si parla nel romanzo è quello che ha portato allo smembramento della Jugoslavia, alla fuga e allo sradicamento (linguistico e affettivo) di una famiglia, di una comunità oscillante fra l’ignoto e il miraggio di un ritorno.

La prima tappa si consuma in un campo profughi vicino a Udine, dove Valentina e la sua famiglia iniziano a orientarsi, a farsi forza, a cercare di individuare delle possibilità […] Ogni volta che sentivo la parola profugo una corrente gelida mi lambiva il viso. E nel Campo la si sentiva un’infinita di volte. Nella struttura vengono in contatto con dei volontari, alcuni premurosi fino all’eccesso, e in particolare con Lorena […] un sorriso naturale, un passo silenzioso, la cui sensibilità farà da propulsore all’integrazione di Valentina e dei suoi familiari, attraverso atti concreti (affitterà loro un appartamento) e il desiderio di condivisione […] La casa è una sola>> disse Lorena, <<e di famiglie qui ce ne sono molte. Posso ospitarne una sola.>> Quella una sola era la mia famiglia.

Si accennava al nodo linguistico, alla voce o alla non voce che mette allo scoperto le fragilità, l’idea che si ha di se stessi, del proprio destino. È la possibilità di conoscere e di conoscersi, la necessità di trovare un lavoro in Italia, di acquisire una cittadinanza, e di preservare, nel medesimo tempo, il filo della memoria. I due fratelli iniziano a frequentare la scuola elementare, e la lingua del paese che li ha accolti inizia a scolpire le loro azioni, la loro identità.

[…] Quella lingua, che in Bosnia ciascuna delle tre etnie chiama con un proprio nome, fin dai primi giorni delle elementari in un altro paese, diventava per me sempre più difficile. Soprattutto da leggere! A mia madre dispiaceva, e pure a mio padre, anche se, a onor del vero, solo per un certo tempo. «Dobbiamo fare qualcosa» gli diceva per anni. La sera, stanco, lui sempre più raramente ripeteva le parole di lei, scuotendo sempre più spesso la testa senza un vero significato, senza la volontà né di darle ragione, né di chiederle quanto fare qualcosa avesse un senso. Non e che non facessero dei tentativi, e in casa apparivano libri per bambini dei nostri scrittori, anche se non ricordo dove e come se li procurassero. Ma io e Braco parlavamo ostinatamente solo in italiano, anche a casa nostra.

Passano gli anni, Valentina si laurea a pieni voti, lavora a un Progetto (motivo di inquietudine, di riflessioni) e diventa una scrittrice. Grazie ai ricordi (fin da piccola porta con sé un dittafono) e alla sua curiosità traccia le coordinate di un racconto corale, che prende spunto dalla sua condizione passata e dagli intrecci che ingarbugliano il presente. La Bosnia rimane sullo sfondo, a rammentare un distacco originario, forse ormai elaborato, a cui faranno seguito cadute e successi personali, il disinganno di chi pensava che, in quei lontani anni Novanta, i Balcani in fiamme fossero soltanto un’eccezione, e che <<dopo la caduta del Muro sarebbe stata costruita un’altra nuova Europa…>>.

Valentina sente che la sua ricerca non si è conclusa, le radici sempre più friabili la invogliano a identificare nuove mete, e dopo una delusione d’amore abbandona l’Italia per trasferirsi a San Diego, in California. Prosegue a lavorare al Progetto, e in parallelo comincia a dare forma ai suoi ricordi, alle riflessioni condivise, nell’evoluzione delle esperienze e dei rapporti. Vive con Henry, un suo collega, registrando giorno per giorno le diffidenze reciproche, provando a tradurre in frasi e concetti la propria irrequietezza. Di fronte alla solidità di Henry, alle sue convinzioni, Valentina si abbandona a una sorta di autoanalisi. I due coltivano gusti differenti, visioni che alimentano il disagio: lui nei fine settimana vorrebbe “evadere”, visitare un parco naturale piuttosto distante dalla loro abitazione, lei non smetterebbe mai di scrivere, in preda a un’urgenza, avendo un conto in sospeso con le parole, con i modi di assemblarle per farle apparire più luminose. Davanti alla tastiera del computer sta prendendo vita il racconto di Valentina, che si intitolerà La giraffa in sala d’attesa, e la stesura – a ondate, ricca di intrecci temporali, di spostamenti improvvisi – apparirà un po’ come la quadratura di un cerchio, il ritratto tenero e inappuntabile di una donna in cammino.

[…] Ma il tutto che sembra si sia appiccicato a me, benché modesto, mi persuade che questo mio saltellare e barcollare attraverso il tempo e lo spazio, è comunque qualcosa. E che è la verità, malgrado la mia convinzione di non avere talento per la scrittura.


Leggi un estratto:


Per concessione di casa editrice e autore vi proponiamo la lettura di un estratto

Sarajevo-Parigi, era il primo viaggio in aereo mio e di Braco. Lui allora pensava che sarebbe diventato un pilota, e io che la hostess fosse la professione più bella del mondo. Quando tornammo, nel parcheggio ci attendeva una sorpresa: dalla nostra Yugo i ladri avevano rubato la radio e i tergicristalli. «Ogni cosa ha anche i suoi lati buoni…» disse papà. «I lati buoni?» disse la mamma, aggrottando arrabbiata le sopracciglia. «Ma potevamo anche restare senza ruote!» disse lui. «Questo è solo l’inizio…» disse la mamma, e poi scosse enigmaticamente la testa. «L’inizio? Certo, l’inizio della parte serena del giorno!» gridò papà. «Ecco, non piove! E le ruote ci sono… E adesso, per migliorare l’umore, diretti a Baščaršija!». Quell’estate fui per la prima e ultima volta a Sarajevo. E l’estate seguente? Di questo – dopo! A Sarajevo le cose che mi piacquero di più furono i tram, gli stormi di colombi e i ćevapčići nella pagnotta, ma senza cipolla. Era-no molto più buoni di quelli di D***. A volte mi abbandono a un’immagine, irreale: siamo nel profondo nord, in un igloo. Pareti di ghiaccio, ma dentro caldo. Il fuoco scoppietta in una stufa di ferro, uguale a quella di quel rifugio alpino sul Vlašić. Fuori – neve, più bianca di quelle della Bosnia. Mio padre ci portava sul Vlašić, ad andare in slitta e a sciare. Quando ci andammo per l’ultima volta, promise a Braco che l’inverno seguente avrebbe comprato gli sci anche a lui. L’inverno seguente, senza neve, lo passammo in un orrendo edificio. E là dove vivono gli eschimesi, o nel deserto, non ci andammo. Mai, tranne che nel-le mie fantasticherie in quel brutto casermone, un anno dopo, e in un altro paese. Nelle mie fantasticherie su Parigi, il deserto e gli eschimesi, Ćiro è sempre con noi. Quante volte ho desiderato cancellare dentro di me quell’edificio in cui abbiamo trascorso nove mesi, come fosse un disegno su un foglio di carta! Op-pure disegnarlo davvero, e poi con quel foglio fare un aeroplanino, e arrampicarmi da qualche parte, in alto, e lanciarlo. Perché si perdesse, per sempre! Ma nel corso degli anni seguenti l’orribile edificio mi è sempre tornato in mente, a intervalli irregolari ma in modo chiaro, come una fotografia. Si era insediato solo dentro di me o anche in tutti gli altri suoi ex inquilini? Inquilino è la parola giusta? Se sì, a ogni famiglia, come a noi, in quell’orrore di edificio toccava una stanza. Stanza è la parola giusta? Su questo ritornerò, e in modo dettagliato. Per ora, solo questo: erano stanze con pareti divisorie stranissime. Nella nostra stanza, durante quella lontana estate, mia madre sferruzzò quel pullover colorato che, anche dopo la nostra uscita da quell’edificio, lei ha continuato a indossa-re senza far caso alle nostre rimostranze. Per anni non ha ceduto alla richiesta mia e di Braco di separarsi da quel pullover.

«Lei non potrebbe mai trasformarsi in serpente!» disse Braco, adirato per l’ostinazione di nostra madre.

«Perché?» chiesi, inorridita dalle sue parole. «Non capisci! I serpenti si spogliano della pelle, per cui la mamma assieme alla pelle dovrebbe togliersi anche quel pullover. Inoltre, se fosse un serpente, non potrebbe ripetere bambini, è tutto finito – non siamo più in quella catapecchia… I serpenti non parlano. Però hanno una cosa in comune: appena critichiamo quel pullover, diventa subito sorda come una serpe!». «Non dire così!» protestai. «E come devo dirlo?».

«In altro modo, ma non così… Perché la mamma dovrebbe trasformarsi in serpente?».

«È solo un esempio» disse tranquillamente, «non ne ho uno migliore, soprattutto per la sordità totale. Se non mi credi, almeno dai un’occhiata a questo libro». Allora non sapevo che i serpenti fossero sordi. In ogni caso controllai nel libro Il regno degli animali, dalla cui copertina ci osservava un leone sotto il quale nuotava una balena. Sopra il cetaceo volava un’aquila, e accanto alle zampe del leone un serpente a sonagli sollevava la testa dal suo groviglio. Il regno degli animali fu uno degli ultimi libri che mio fratello lesse durante la scuola. Per scrivere le sue relazioni sui libri di lettura, soprattutto alle superiori, quando, come sostiene ancor oggi, si era già fatto una chiara idea del mondo, si arrangiava in vari modi – ma i libri non li leggeva. Piuttosto i fumetti. «Lì tutti i dia-loghi sono chiari, non occorre rompersi la testa sui significati».

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La giraffa in sala d’attesa | Božidar Stanišić