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La ragazza che levita
Traduzione di Cristina Pascotto
Safarà Editore 2019

La ragazza che levita (“The Vet’s Daughter”) è il romanzo di Barbara Comyns che più di tutti continua ancora a stupire. Scritto nel 1959, quando l’autrice aveva 50 anni, combina un realismo vibrante a continui sconfinamenti visionari.

In un cupo sobborgo londinese degli inizi del Novecento, un veterinario vive con la moglie costretta a letto e la timida figlia Alice. L’uomo esercita il suo domino sulla famiglia con brutalità e disprezzo, prigioniero di una strana e malvagia furia, lavora incessantemente nella clinica domestica, non risparmiando sofferenze e crudeltà anche agli animali che popolano la sua casa.

Morta la madre, Alice comincerà sempre più a ritirarsi nel mondo dei sogni, scoprendo di possedere uno straordinario potere segreto. La narrazione procede rapida, mentre sullo sfondo si susseguono gli incantamenti e i tormenti della condizione umana. I luoghi descritti da incantati diventano in pochissimo tempo maledetti, Alice perde tutti i punti di riferimento; nonostante ciò resta aggrappata alla bontà umana e alla speranza, tra bagliori di bellezza e innocenza, rapita da una natura ancora luccicante e viva, semplicemente alla ricerca della normalità.

Ma Alice ha un potere nascosto e non potrà mai essere come gli altri. L’aspetto favolistico si intensifica infatti sempre più con l’avvicinarsi degli ultimi e cruciali capitoli. Non è un caso d’altronde che la protagonista si chiami Alice. Comyns ribalta il personaggio di Lewis Carroll e crea una contro-Alice – un’altra-Alice –, non più nel paese delle meraviglie, ma nel mondo delle brutture e degli errori umani. Una Alice profondamente umana intorno alla quale ruotano dei personaggi quasi archetipici, che rappresentano il bene – non il Bene assoluto, ma un bene, seppur imperfetto, intensamente umano – e il male, come nel caso del padre, l’autentico rappresentante di una vera e propria cattiveria primordiale.

Molto apprezzato da Graham Greene, La ragazza che levita è ancora tutt’oggi un classico della letteratura inglese, che è diventato con il tempo anche un’opera teatrale, una serie della BBC e un musical dal titolo The Clapham Wonder.

Barbara Comyns in questo romanzo ci mostra inoltre il crudele trattamento che veniva riservato alle mogli e alle figlie in età eduardiana – tema ricorrente della sua produzione nonché richiamo diretto alla sua esperienza personale.

Barbara Comyns descrive i rituali della società inglese e la compostezza nella disperazione, in un realismo magico tutto british. Straziante e spaventosa, come fosse un inaspettato incrocio tra Flannery O’Connor e Stephen King, questa ritrovata scrittrice gotica ci racconta l’amara perdita dell’innocenza, descrivendo con grande lucidità la condizione femminile e portandoci infine con sé per le strade dei sobborghi di Londra, dentro case abitate da personaggi che non dimenticheremo facilmente.


per concessione della casa editrice vi proponiamo la lettura di un breve ESTRATTO

8.

Era domenica mattina e i vecchi mi passavano accanto come tristi onde grigie diretti verso la chiesa. Le strade odoravano della carne arrostita cucinata dalle madri; e i marciapiedi erano bagnati e ricoperti di foglie marroni tutte accartocciate le une sulle altre. Un cane se ne stava nel mezzo della strada, ad abbaiare al nulla. Quando mi avvicinai abbaiò anche a me, finché un uomo non gli lanciò una pietra e corse via uggiolando. Era quel tipo di giornata; ma io non ero triste in realtà, perché stavo tornando dopo aver provato il mio nuovo abito su misura – era bellissimo, grigio, decorato con motivi a trecce, e la gonna sarebbe stata così gonfia sul retro da sembrare quasi un treno. Era stata Rosa a convincere mio padre del fatto che avessi bisogno di nuovi abiti. Li stava preparando la mamma di Lucy. Mi piaceva fare le prove per le misure di domenica mattina perché c’era anche Lucy. Si sedeva sullo sgabello del pianoforte e girava in tondo mentre parlava con i gesti. Non potevo rispondere bene perché dovevo tenere le mani ferme mentre la sarta mi girava attorno con le spille tra le labbra. Lucy ammirava la mia frangia e io ammiravo i suoi capelli, che assomigliavano a un batacchio – una treccia piegata in due con un enorme nastro nero in cima. Una volta quando mi accompagnò all’ingresso mi mostrò un libro che assomigliava a una sorta di album di firme. Mi spiegò che se ti strofini le foglie sulla faccia ne esce una polvere che la migliora. La faccia di Lucy di solito era di un verde delicato. Ora era piuttosto bianca; ma pensai che la preferivo verde.

Quando tornai a casa mio padre e Rosa stavano bevendo del porto in sala da pranzo; la carne di manzo che stava bollendo in cucina era quasi secca e le carote si erano attaccate al fondo della casseruola. Aggiunsi un altro po’ di acqua, e palline di impasto per fare dei ravioli. I ravioli si ingrossavano e ballavano nel sughetto che bolliva, e la cucina era avvolta dal vapore. L’acqua cadeva dalle finestre come pioggia al rovescio. Iniziai a credere di sentire dell’acqua che si riversava e scrosciava. Poi pensai di vederla, e fu come se si fosse scatenata un’inondazione, e ovunque c’era acqua grigia e argentata, e sembrava che io vi fluttuassi al di sopra. Giunsi presso una montagna fatta di acqua scurissima; ma, quando raggiunsi la cima, mi resi conto che era un giardino acquatico dove tutto luccicava. Sebbene l’acqua scorresse molto velocemente manteneva sempre le sue splendide forme, e c’erano fontane e alberi e fiori che scintillavano come se fossero fatti di ghiaccio semovente. Ogni cosa era tanto inesprimibilmente bella che mi sentii profondamente privilegiata di poterla vedere. Poi arrivarono gli uccelli, enormi uccelli che volavano lenti, e anche loro erano fatti di acqua. A volte le nuvole li coprivano ma poi apparivano di nuovo, fierissimi e pesanti, e ognuno manteneva la propria rotta. Questo meraviglioso mondo acquatico non durò a lungo perché sopraggiunse una nebbiolina e a poco a poco sparì, e qualcosa mi stava facendo male alla testa. In qualche modo riuscii ad atterrare sul pavimento della cucina e sbattei la testa in un secchio per il carbone. Il carbone mi aveva sporcato i capelli, ma a parte questo ogni cosa era come prima che vedessi il giardino acquatico – solo del manzo che bolliva e vapore; sentii di nuovo le voci di Rosa e di mio padre giungermi attraverso il muro.


Biografia dell’autrice:

Barbara Comyns è stata un’artista e scrittrice inglese. Nata nel 1907 a Warwickshire, inizia a illustrare e scrivere storie all’età di dieci anni. Dopo un infelice matrimonio in giovane età, sposa Richard Strettell Comyns Carr, con il quale si stabilisce a Londra, dove compie i prima passi come scrittrice. Pubblica i suoi primi romanzi già quarantenne; nel frattempo ha vissuto molte vite, come imprenditrice, artista outsider, modella e madre. Alla fine degli anni Cinquanta i critici e i lettori si accorsero del talento di Comyns, apprezzando le sue opere, frutto di una singolare combinazione di meraviglioso e grottesco.
Sempre negli anni Cinquanta si trasferisce con il marito in Spagna, dove soggiornerà per diciotto anni. È autrice di undici romanzi, considerati piccoli capolavori della letteratura gotica.

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La ragazza che levita – Barbara Comyns | ESTRATTO su ZEST