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La Rosa di Gaza. Un atto di resistenza: la poesia come spazio di verità

La rosa di Gaza
Les Flaneurs edizioni 2026

Curata da Alessandro Cannavale, Luca Crastolla e Lucia Cupertino, con illustrazioni di Fabiana Renzo, traduzioni di Nabil Bey Salameh, Angelo Cafagno, Sana Darghmouni, Aldo Nicosia, Caterina Pinto, Fatima Sai e Simone Sibilio e un’appendice di disegni di una bambina di Gaza, l’antologia si propone come spazio comune di ascolto, in cui la parola poetica torna a essere “utile” perché essenziale.

Le autrici: Nima Hasan, Ruba al-Sharif, Shuruq Dughmush, Dunya al-Amal Ismail, Samar al-Ghussein, Marah al-Khatib, Du’a Said, Raghad al-Naami, Nahar Hussein, Fedaa Zeyad. 

Edizione con testo a fronte in arabo a cura di Sana Darghmouni e Simone Sibilio. Illustrazioni di Fabiana Renzo.


commento e intervista di Antonia Santopietro

Beauty is truth, truth beauty — that is all ye know on earth, and all ye need to know.

Quando Keats chiudeva così la sua Ode su un’urna greca, ci lasciava un’idea potente, quasi provocatoria: bellezza e verità non sono due mondi separati, ma la stessa sostanza. Oggi, mentre siamo travolti da notizie, dati e immagini che durano un istante, viene spontaneo chiedersi se la poesia possa davvero sostenere il peso di una verità storica. Può un verso contenere l’immensità di un dolore collettivo?

Forse la risposta non sta nella quantità, ma nell’intensità. La poesia non pretende di spiegare il mondo né di competere con la storia. Il suo compito è un altro: salvare ciò che rischia di perdersi nel rumore di fondo, restituire nome e forma a ciò che viene schiacciato dai discorsi dominanti. Non è un linguaggio neutro: è una parola che si assume la responsabilità di dire le cose per quello che sono, intrecciando i fatti alle ferite intime che lasciano.

La Rosa di Gaza: voci che attraversano l’assedio

Da questa urgenza nasce La Rosa di Gaza: il bisogno di rompere un silenzio che pesa sulla Palestina e su Gaza. Un’antologia, e un gesto civile. Raccoglie le voci di dieci poetesse palestinesi, molte giovanissime, alla loro prima pubblicazione, che scrivono mentre tutto intorno crolla, mentre un’offensiva tenta di cancellare non solo i corpi, ma anche la cultura di un popolo. Leggendole, tra le macerie rivendicano il diritto alla bellezza, all’ironia, al desiderio, al sogno. La loro è una resistenza che passa attraverso il corpo e la parola, sfidando una doppia oppressione: quella coloniale e quella patriarcale. I curatori hanno scelto di mantenere il testo arabo a fronte e di accompagnare le poesie con immagini e suoni. L’intento era chiaro: non creare un libro da “leggere” e basta, ma un ponte da attraversare, un modo per sentirsi più vicini.

Perché la poesia “inutile” è indispensabile

Inserire quest’opera nella collana Icone di Les Flâneurs è una presa di posizione. In un mondo dominato dalla logica dell’utile, la poesia può sembrare un lusso. Eppure è proprio nella sua apparente “inutilità” che risiede la sua forza più radicale. La poesia è l’unico linguaggio capace di opporsi al tentativo di cancellare una cultura, facendo fiorire vita e identità anche dove qualcuno ha provato a ridurre tutto in cenere. Il lavoro di curatori e traduttori è stato questo: tendere un filo tra noi e Gaza, tra il nostro quotidiano e l’ disumanità della guerra. Ricordarci che, finché esiste una voce che nomina la bellezza, la verità non può essere messa a tacere.

Abbiamo rivolto alcune domande ai curatori, ai traduttori Alessandro Cannavale, Luca Crastolla e Lucia Cupertino e all’illustratrice del volume Fabiana Renzo, che ringraziamo.

Quando si prova a dare voce a chi vive sotto assedio, la responsabilità è enorme. Vi siete mai trovati a pensare che la realtà fosse troppo dura da farvi dubitare che la poesia potesse bastare?

A questa domanda posso rispondere soltanto a titolo personale. Più volte, nel corso dei mesi che hanno portato alla pubblicazione del libro La rosa di Gaza, ho temuto che la serietà del tema, la gravità delle sofferenze patite dalla gente di Palestina, soprattutto dei bambini, la consistenza del dramma umanitario, mi trovassero inidoneo ad affrontare la responsabilità associata alla curatela di questo libro. Nondimeno, il fatto di avere compagni di viaggio come Luca e Lucia, l’entusiasmo di Fabiana, che ha dato un volto alle nostre autrici, ma nella dimensione dell’incanto, mi hanno permesso di vincere la paura. E questa antologia credo che avrà molto da dire, non solo nell’immediato.

In un mondo che corre dietro ai video e all’immediatezza, cosa vi ha spinto a scegliere proprio la poesia? Che cosa riesce a trattenere un verso che nessuna telecamera saprebbe catturare?

La poesia per ognuno può rappresentare qualcosa di diverso: può essere stupore, cura, memoria, dolore, radicamento, rifugio, sopravvivenza, speranza. La poesia è come un quadro, è voce e scrittura profondamente intima ma anche plurale, perché porta il sentire del poeta alla luce, il suo sguardo che nel mondo vive attraverso la poesia finalmente si dichiara e accade qui la magia: lascia se stesso e diventa plurale, diventa sentire e voce anche di altri, di chi legge quei versi, di chi in quell’intimità ci inciampa e ci si ritrova, oppure di chi da quell’intimità è lontano ma in qualche modo risuona. La poesia è fatta di parole ma anche di immagini, di tante piccole cose. Un verso riesce a trattenere l’impercettibile, quello che una telecamera non potrebbe mai catturare. Nella poesia i silenzi hanno voce, il dolore, la perdita o le assenze sono fatti di presenze, quelle presenze che la telecamera non può raccontare. La poesia è un filo da rammendo che tiene insieme mondi estremamente diversi e li risolve. Ricordo, a questo proposito, i versi della Szymborska “La poesia –/ma cos’è mai la poesia? /Più d’una risposta incerta/è stata già data in proposito. /Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo/come alla salvezza di un corrimano.” Ecco, la poesia è quel sentire e non sapere, la poesia è quel corrimano.

Nella scelta delle voci vi siete posti il dubbio di non riuscire a lasciare spazio alla complessità, ai desideri, ai sogni, senza tradire la forza della testimonianza?

La scelta di un determinato taglio, in un’opera antologica, pone sempre tante domande di senso. Allo stesso tempo, quest’opera non pretende di configurarsi come sintesi di un canone poetico palestinese e neppure o come contenitore dell’estrema ricchezza letteraria e umana che resiste, nonostante tutto, a Gaza.

Di certo, nel gettare un ponte fra poeti, alle autrici abbiamo provato ad offrire uno spazio d’integrità: i palestinesi e le palestinesi non possono essere condannati a ripetere immagini della tragedia da dare in pasto ai nostri scroll compulsivi. La negazione del diritto dei palestinesi ad avere – da vivere, da raccontare e da ricordare – altre dimensioni esistenziali ci è parso un altro modo della disumanizzazione.

Chiaramente il genocidio, come esperienza comune e invasiva, rappresenta una filigrana che percorre tutta l’antologia.

Si dice spesso che la poesia sia “inutile”, eppure davanti alla violenza sembra diventare un gesto necessario. Per chi scrive in condizioni estreme, la parola è più un atto di disobbedienza civile o di testimonianza?

La ricerca poetica tende a rifuggire dalle definizioni granitiche proprio perché è nel movimento, nell’esplorazione del linguaggio come propaggine del vivere ed esperire che prende corpo e genera una nuova sintesi che torna alla parola, alla tenzone tra estetica ed etica, nelle sue sonorità nude e nei suoi pregnanti significati. Questo principio è valido anche per le dieci poetesse di Gaza che compongono la nostra antologia. Certamente un contesto genocidario, d’occupazione e neocolonialità colloca in uno spazio-tempo estremo e drammatico e di questo le autrici ci rendono conto, ognuna “tesse una poesia / contro la cancellazione” come afferma Dunya al-Amal Ismail, ognuna però lo fa da un’angolatura diversa che, di volta in volta, potremmo categorizzare come testimonianza, denuncia, disobbedienza e pur tuttavia è molto altro ancora, impastato com’è con la dimensione dell’intimità, della quotidianità, della ricerca spirituale, dell’immaginazione senza le quali le poesie sarebbero solo dei pamphlet. E invece, ci mettono con le spalle al muro e ci interrogano sul senso della nostra vita. L’immediatezza e l’urgenza di queste poesie non sottraggono profondità all’esercizio poetico. Se il mindset dominante impone l’utile come ciò che fa maturare profitto economico o tornaconto personale, la poesia è inutile e può gridarlo con forza, baluardo di un senti-pensare critico che è seme di rinnovamento umano.

Domande ad Alessandro Cannavale

Oggi assistiamo a un conflitto che ci arriva in diretta sui social, un flusso continuo di immagini che rischia di anestetizzarci. Quanto ha pesato questa sovraesposizione nella vostra riflessione sulla narrazione? E in che misura il libro vuole essere anche un antidoto a questa saturazione visiva?

La moltiplicazione delle fonti sulle stragi in Palestina, dall’ottobre 2023, ci ha permesso di conoscere le dinamiche della guerra di occupazione, nei suoi aspetti più cruenti e incontrovertibili. I bombardamenti degli ospedali, i bambini mutilati e affamati, gli orfani disperati, l’accanimento sui feriti e i prigionieri disarmati (tutto testimoniato in centinaia di video pubblicati da emittenti accreditate, come al-Jazeera) difficilmente lasceranno la nostra memoria. Per la prima volta, abbiamo condiviso lo sguardo delle vittime attraverso gli schermi di uno smartphone. La tecnologia ci ha resi testimoni oculari solidali: una presa di coscienza dalle modalità inedite. Il rischio della saturazione era ed è concreto, come quello dell’assuefazione alla violenza. Reso ancor più concreto dal fatto che i contenuti sull’assedio di Gaza giungono alternati ai reel di ricette e video di balletti, comici e politici, generando, per sovrapposizione degli effetti, un effetto stordente. Nel corso della scorsa estate, per rispondere al senso di impotenza, la lettura pubblica delle poesie palestinesi ha costituito il nostro modo di reagire. Con il gruppo di poesia denominato Prossimità Poetiche, e centinaia di persone, nelle piazze, leggevamo i poeti Palestinesi, da Nima Hasan a Mahmoud Darwish e Haidar Al-Ghazali. La poesia si palesava come la forma congeniale per avvicinarsi al sentire profondo di quel popolo. Anche da queste attività, dalla consapevolezza di quanto la poesia possa essere esente dai rischi citati, è scaturita la nostra iniziativa.

Qual è il valore che attribuite a questo tipo di progetto, più letterario o politico?

Se, almeno in prima battuta, confesso di aver creduto che il valore di questa antologia fosse eminentemente testimoniale e politico, a lavoro terminato, soprattutto grazie alla qualità delle poesie e delle traduzioni degli eccellenti arabisti che ci hanno supportati, credo fermamente che questo lavoro offra un ritratto molto sfaccettato e autentico della realtà di Gaza, attraverso la poesia. Credo che il valore letterario della nostra antologia emergerà nel corso del tempo.

Domande a Luca Crastolla

Se la storia ufficiale la scrivono i vincitori, pensi che la poesia possa diventare una forma di controstoria? Non per spiegare i fatti, ma per custodire ciò che il potere tende a cancellare?

Vogliono assolutamente far passare quello che accade fra Israele e Palestina come uno scontro di civiltà, e per questo vilipendono anche la religione. Ma quello che accade in quella parte di mondo, è il risultato di vecchie ragioni coloniali e di feroci spinte del necrocapitalismo inginocchiato al mito della tecnica. La tecnica assolutizzata chiede fiducia cieca del dominio manipolante, e questo sconfina in atti e politiche predatorie. Da questo dovrebbe discendere il benessere? Il benessere ha a che fare con bisogni fondamentali, questi attengono all’essenza dell’esperienza umana. Detto questo la poesia è certamente una risposta inutile, in quanto domanda essenziale. Domanda eludibile per chi vuole asservirsi alla tecnica.

Può offrire una controstoria? Il poeta Darwish diceva che la storia la scrivono i vincitori, ma è la letteratura a scrivere le storie delle vittime. Con la lente focale delle sue parole non ci sarà difficile ravvisare che mentre i vincitori registrano date e successi, la poesia esplora le domande di senso e i traumi individuali producendo archivi emotivi e memorie collettive.

Lo sguardo femminile può essere percepito come destabilizzante? In che modo queste voci possono scuotere le credenze occidentali o le rigidità interne alla loro stessa società?

La condizione femminile ad ogni latitudine e in ogni condizione storica può introdurre elementi di diversificazione dello sguardo; più è pregnante il valore di divergenza di questo sguardo, maggiore è la spinta che lo destinata alla marginalità. Se questo è vero in generale, lo è maggiormente in una terra vessata da un’occupazione militare che dura da poco meno di 80 anni. C’è un motivo fondamentale che spiega quest’ultima constatazione, e risiede nel divide et impera, strategia che l’occupante israeliano non trascura di operare ad ogni livello. Siamo facilmente portati a pensare che il pesante patriarcato sia un dato endemico dei paesi islamici e quindi anche della Palestina. In realtà manchiamo di considerare che, negli anni ‘40, era vivo in Palestina un movimento femminista transereligioso dotato di grande carisma sociale. Questo attivismo femminile è stato avversato prima dagli inglesi e poi dagli israeliani. Gli occupanti hanno sempre colto precisamente il rischio che si configura quando uomini e donne possono collaborare sullo stesso piano di dignità per l’autodeterminazione del proprio popolo. Se ne è occupata di recente Cecilia Dalla Negra nel suo saggio Questa terra è donna, ne consiglio la lettura.

Non so prevedere in che maniera la voce delle nostre dieci autrici possa smuovere un mondo che sembra impermeabile all’avvento di un pieno umanismo. Il nostro sforzo, in questo momento, è concentrato sul determinare la possibilità che la loro voce raggiunga più persone possibili. Certamente, le dieci autrici de La rosa di Gaza fanno un lavoro anche per noi, ricaricando – grazie alla poesia – le parole svuotate e usurate dal dibattito pubblico nonché dalla propaganda bellicista e coloniale.

Domande a Lucia Cupertino

Quando si lavora con autrici, anche molto giovani, che vivono sotto assedio, come si affronta il lavoro di comunicazione e di traduzione? Qual è stato il vostro modo di proteggere la delicatezza dei testi senza sovrapporre la vostra interpretazione?

Scinderei il piano della comunicazione personale da quello della traduzione letteraria dell’antologia che è stata affidata ad arabisti di spicco del panorama italiano. La comunicazione personale tra noi curatori e le autrici è avvenuta in inglese o tramite il supporto della traduzione automatica italiano-arabo. Questo tipo di conversazione, benché imperfetta, ci ha permesso di mantenere un contatto permanente con le nostre poetesse e così seguire in parallelo l’evoluzione delle notizie dalla striscia di Gaza e il dipanarsi delle loro storie di vita, nella loro dimensione quotidiana. È stato un esercizio di prossimità importante, abbiamo provato ad entrare in punta di piedi nel loro vissuto e metterci in ascolto e provare a comprendere il senso del vivere sotto occupazione permanente. Accanto alle letture e ai materiali con cui ci siamo documentati per affrontare questo lavoro antologico, lo scambio personale con le autrici ci ha arricchiti umanamente e ha collaborato ad aprire il nostro sguardo e a vedere in modo più sfaccettato una realtà complessa come quella palestinese.

Per quanto riguarda la traduzione dei testi, era fondamentale prenderci cura delle poesie e prose poetiche in modo professionale e dare questo compito a chi si occupa di traduzione letteraria in arabo e conosce il contesto letterario, storico e sociale. Abbiamo avuto la fortuna di ricevere l’adesione al progetto di importanti arabisti e docenti universitari di lingua e letteratura araba: Nabil Bey Salameh, Simone Sibilio, Sana Darghmouni, Aldo Nicosia, Fatima Sai, Caterina Pinto e Angelo Cafagno. La generosità e la meticolosità con cui si sono dedicati all’antologia è stata fondamentale per avere un’antologia accurata nel riportare la ricchezza di immagini, suoni e prospettive delle autrici. L’edizione con testo a fronte in arabo è stata curata in particolare da Simone Sibilio e Sana Darghmouni.

Quale immagine emerge da questa antologia e ci obbliga a rimettere in discussione ciò che pensavamo di sapere?

La forza di quest’antologia sta nella molteplicità di sguardi e di scritture che restituiscono ai lettori e alle lettrici un mosaico letterario e umano ampio che -seppure abbia come topos la lotta contro la cancellazione del popolo palestinese- si apre ad una varietà di temi, riflessioni, riferimenti intertestuali diventando così universale. Ci sembrava fondamentale non ingabbiare le autrici in un cliché e far sì che potessero far conoscere la loro ricerca di senso attraverso la scrittura poetica in modo libero e dirompente. Tra i temi che trasversalmente innervano l’opera mi sembra interessante citarne uno: la natura, annientata e ridotta a mero punto di fuga nel mare o cielo in mezzo a macerie e grigiore, privata della propria memoria bioculturale e sottoposta ad occupazione e depredazione sia nella sua globalità di ecosistema, sia specificamente come fonte di sussistenza per la vita dei palestinesi.

Ma io sono intrecciata alla speranza / come una rampicante ombrosa / nella notte oscura scrive l’appena sedicenne Ruba al-Sharif. Proprio attraverso un’immagine tratta dalla natura, la resistenza si manifesta in questi vibranti versi, anche se la notte oscura della distruzione incombe e fa cedere il passo, talvolta, anche alla disfatta e all’impotenza. Certamente colpisce la tenacia con la quale queste giovani e giovanissime autrici si aggrappino alla scrittura per continuare ad esistere, raccontarsi e trasformare il loro drammatico vissuto in un fiorire di versi. Ognuno di noi è chiamato ad entrare in risonanza con questi testi in base al proprio bagaglio di esperienze e letture.

Domande a Fabiana Renzo

In che modo l’arte visiva può contribuire a raccontare storie di conflitto e resilienza, rispetto alle sole parole?

L’arte è uno strumento importantissimo che ci viene in soccorso, è radicamento e fuga allo stesso tempo, è fiume e vento, ci offre un riparo ma anche una rotta quando tutto sembra crollare. Un quadro, un’illustrazione, un libro, un film, una canzone, l’arte con tutte le sue infinite modalità di declinarsi, in momenti come questi diventa essenziale. La rosa di Gaza con quelle poesie e quelle illustrazioni è una barca che naviga nel mare, traccerà le sue rotte, entrerà e uscirà da porti, dai cuori e dagli sguardi di chi incontrerà e ognuno tra le sue pagine troverà qualcosa di sé, pur non avendolo disegnato né scritto, perché questa è la grande magia della poesia e dell’arte, essere un confine sottile, una soglia magica in cui perdersi e ritrovarsi, le parole e le immagini diventano un testo a sé, in cui specchiarsi e risuonare.

Qual è il metodo in generale e quello scelto per questo lavoro, per bilanciare estetica e contenuto emotivo in un progetto così intenso?

Avevamo un testo già carico di senso, pieno di peso e sfumature e qualunque cosa avessimo affiancato avrebbe finito per cambiarne l’equilibrio, sarebbe stata ridondante, avrebbe solo appesantito. Ho sempre pensato ad un libro come ad un’opera plurale, vuoi per le diverse figure che nella progettazione si avvicendano e vuoi per il corredo testuale e d’immagine, un equilibrio esatto di cui va tenuto conto, perché ogni buon libro ha bisogno di respiro, di giuste proporzioni nelle cose. La letteratura per l’Infanzia con i suoi meravigliosi testi poetici illustrati, insegna tanto, aiuta ad allenare gli sguardi, aiuta ad affinare la percezione del peso testo/immagine. Nelle mie illustrazioni le immagini si rincorrono con le parole, il testo si fa immagine e l’immagine in qualche modo diventa testuale, è un continuo rimescolarsi e rincorrersi, tra testo e illustrazione. Qui no, le illustrazioni che ho pensato per La rosa di Gaza sono completamente prive di testo. Ho pensato a dei ritratti che affiancassero quelle poesie, l’idea era dare un volto alle voci di quelle pagine, disegnare il frammento della storia di chi quei versi li ha pensati e scritti. Ogni ritratto ha germogli e fiori che crescono attorno come la poesia che germoglia anche nelle notti senza luna. Sulla copertina ho disegnato una ragazza che ha gli occhi chiusi, è in raccoglimento e sulla sua chioma ha un cielo stellato. In quella copertina ho immaginato così le dieci poete, coincidere in una soltanto, essere voce plurale, presenza montagna che svetta nella notte, lei che ha tutto il cosmo dentro di sé, stelle e pianeti, luna e sole, lei che ha la poesia a darle luce ogni notte.

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La Rosa di Gaza: voci che attraversano l’assedio. Intervista e commento

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