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PROSPERO la scienza politica di Gramsci PIATTOLA SCIENZA POLITICA DI GRAMSCI | Michele Prospero
Bordeaux Edizioni

Recensione di Otello Marcacci

Quando la redazione di Zest mi ha chiesto di recensire “La scienza della politica di Gramsci” mi ha fatto molto piacere. In primo luogo perché è un libro della casa editrice Bordeaux, piccola realtà indipendente che da tempo seguo con grande interesse per la qualità delle sue scelte editoriali (date un’occhiata al catalogo e troverete delle chicche interessanti) e di cui ho sentito parlare solo che bene (addirittura in termini entusiastici dal mio agente letterario che li considera una realtà estremamente seria del settore). Oltre a questo c’era anche un’altra ragione: avevo studiato i “Quaderni del Carcere” di Gramsci (non tutti, per onestà intellettuale) in un corso monografico molti anni fa, per sostenere l’esame di Storia delle dottrine Politiche e questo libro mi ha suscitato il desiderio di riprendere in mano l’argomento, per riappropriarmi di una parte di me stesso andata persa nel processo di invecchiamento. Il prestigio dell’autore, non posso negare, ha avuto anche la sua importanza. Michele Prospero, infatti, è uno dei filosofi italiani contemporanei più noti. Autore di diversi saggi interessanti è acuto osservatore e abile polemista e non rifugge mai la singolar tenzone quando chiamato in ballo (faccio riferimento alle note discussioni con Travaglio e quelle degli ultimi giorni con Michele Serra). Di lui avevo letto “Politica e società globale” (edito da Laterza nel 2004), “Alle origini del laico” (edito Franco Angeli nel 2006) e avevo assistito a una sua conferenza in un’altra occasione ricavandone sempre un’ottima impressione: solida impostazione teorica, magari forse un po’ troppo nostalgica per i miei gusti, ma di forte impatto per chi vuol approfondire tematiche “scomode”. La forte connotazione marxista del suo pensiero lo rende, in quest’epoca di perdita di identità della sinistra così come l’hanno conosciuta quelli di noi nati nel secolo scorso, l’interlocutore ideale per raggiungere un obiettivo ambizioso: trovare una collocazione attuale al pensiero di Gramsci.
Lo scopo di “La scienza politica di Gramsci”, infatti, è quello di riuscire a dimostrare che essa non solo è di grande spessore intellettuale ma che allo stesso tempo è ancora terribilmente attuale. Leggendo il libro mi sono convinto che Prospero nello scrivere non intendesse soltanto rendere omaggio a uno dei più grandi pensatori italiani del novecento ma abbia cercato di garantirgli a distanza di tanti anni quello che Gramsci chiedeva al lavoro che si apprestava a fare. In una lettera del 1926, infatti, manifesta la volontà di “…far qualcosa FUR EWIG, ossia per l’eternità….”. In altre parole scrivere cose di alta valenza culturale libero dalle contingenze del presente.
E mi sento di poter dire che, in questo, Prospero è riuscito, analizzando con estrema puntigliosità il cuore della teoria del pensatore sardo partendo dall’analisi dei postulati che l’hanno mosso a scrivere. E mi riferisco al Machiavelli e al Bodin, punti di riferimento per Gramsci delle categorie classiche del politico. La prima parte del libro sviluppa concetti di teoria politica e analizza il pensiero gramsciano secondo cui i processi di modernizzazione nel nostro Paese sono stati rallentati a causa del ritardo nella definizione di uno Stato unitario ma soprattutto dalle azioni della Chiesa. La novità che porta l’autore è sicuramente la notevole e rigorosa bibliografia con cui correda tali teorie. Essa rappresenta un salto avanti in assoluto che questo testo regala agli studiosi del filosofo morto nelle carceri fasciste. La cosa che colpisce e che dovrebbe anche far pensare è come Gramsci sia stato studiato e apprezzato molto più all’estero che in Italia.
Il lavoro di Prospero non è stato facile. Del resto riuscire a dare un’organicità strutturale al pensiero di Gramsci non è affatto semplice perché i suoi scritti erano nati con un altro obiettivo che la pubblicazione, ma per riuscire a superare il dramma del carcere. Erano pieni di annotazioni che lui stesso definì “approssimative” e cioè messe là in attesa di approfondimenti che spesso non ci sono stati per problemi di salute.
La parte in cui mi è parso più a suo agio è quella nella quale recupera ai giorni nostri uno dei suoi cavalli di battaglia: l’assoluta necessità dei partiti politici e il grande pericolo causato dalla perdite delle ideologia. Gramsci sosteneva che nell’era moderna i processi politici non potessero più essere guidati dal Principe di Machiavelli ma da strutture (partiti) che definì Il Nuovo Principe. Compito degli intellettuali è quello di essere mediatori delle ideologie per la conquista dell’EGEMONIA che porti alla dominazione. La visione di Gramsci non era però il totalitarismo come a volte si è pensato ma la sua visione funziona in un contesto dove la competizione deve essere culturale. Il partito politico è quindi un’istituzione necessaria perché senza di essi non si governano società moderne di mercato. L’anello di congiunzione tra la società e lo Stato. La conquista del potere e il suo esercizio è determinato dalla connessione tra egemonia e coercizione.
L’idea del corpo intermedio è un concetto già noto dai tempi di Hegel e Montesquieu. Non è un caso che Marx avesse proprio preso di mira il filosofo tedesco per rovesciarne le prospettive. Gramsci va oltre indicando il partito come proiezione della libertà soggettiva assieme a quella di altri con i quali si aggrega per ottenere una volontà collettiva. In questo cercando di fare con Benedetto Croce, paladino del liberalismo, quello che Marx aveva fatto con Hegel.
L’attualità del pensiero di Gramsci passa proprio dal fallimento attuale del modello del partito di massa punto di riferimento per molte persone non informate. Senza più canali istituzionali dove muoversi, finiscono per sfogare la propria rabbia e frustrazione nell’anti politica o in movimenti che si muovono border line. In altre parole esiste la necessità di una nuova politica organizzata che è quella di cui Prospero auspica il ritrovamento. L’organizzazione dei partiti di massa aveva distrutto il trasformismo una volta, oggi potrebbe far risorgere il Paese. In questo difficile dargli torto specie quando tratta della formazione delle classi dirigenti e dei percorsi di selezione della leadership con il timore che aveva Gramsci del carisma che fa capolino quando la scissione tra società politica e società civile si fa più ampio.
Se proprio fossi costretto a muovere una critica, l’unica che mi sentirei di fare in senso costruttivo sarebbe, per assurdo, una critica “gramsciana”. Il concetto di “nazional-popolare” era molto caro al sardo che lo impiegò spesso per considerare la vicinanza delle opere letterarie rispetto alla realtà concreta dei problemi. Lui stesso ha provato a mediare tra critica estetica e critica politica considerando necessaria una letteratura vicina alla realtà popolare. Il bel libro di Prospero è impegnativo. Forse non solo per addetti ai lavori, ma quasi. La sensazione che si potesse avvicinare il pensiero di una grande mente a un numero sempre più importante di lettori è forte.
La chiusura del testo su una vexata quaestio di non poco conto, infine, è una domanda che credo, accompagni molti di noi da diverso tempo: Gramsci, una scienza politica senza più soggetto?

Recensione di Otello Marcacci

 

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La scienza politica di Gramsci | Michele Prospero