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Le pianure | Gerald Murnane
Traduzione: Roberto Serrai
Safarà editore 2019

di Emanuela Chiriacò

La biografia di Gerald Murnane è un mosaico monocromatico con poche sfumature; si sa che non ha mai lasciato l’Australia, che non si è mai allontanato più di mille miglia da Goroke, Western Victoria dove abita, e che non è mai stato su un aereo; è un produttore di birra casalinga e beve dal primo pomeriggio. Non ha mai indossato un paio di occhiali da sole, non ha mai posseduto un televisore o usato un computer. Non socializza, odia la musica popolare, il cinema e il teatro. Conosce il francese, il latino, il maltese, l’ungherese e l’arabo.

Tutti elementi che non chiariscono in ogni caso la sua singolare produzione letteraria. Nello specifico, Le Pianure, il suo terzo romanzo, è un lavoro fuori dagli schemi.

L’opera alla sua prima pubblicazione in Italia grazie a Safarà editore con l’eccellente traduzione di Roberto Serrai è del 1982 (titolo originale The Plains).

Agli inizi degli anni ’80, l’Australia aveva un governo conservatore, soffriva di una forma di mortificazione culturale derivante dagli strascichi del colonialismo inglese e agli occhi del mondo coincideva con lo sconfinato Outback, il Back of Beyond (il dietro l’oltre) o the Never-never (il mai mai), un cuore rosso ferroso dai confini incerti. Elementi che potrebbero chiarire o risultare ininfluenti per comprendere un racconto ricco di paradossi e contraddizioni.

Questa opera di Murname non ha una trama e i suoi personaggi non hanno un nome; sono piuttosto categorie umane australiane tipiche del tempo, e anche il protagonista, un regista, visita le pianure per girare un film di cui non racconta mai la storia, e non appena trova un mecenate che sostiene il suo progetto, cambia rotta e dedica il suo tempo alla scrittura.

Le Pianure è un lavoro indefinibile, sconfinato e immobile come il paesaggio che racconta. Se volessimo sintetizzarlo con un paradigma sarebbe interior, country and civilised (interno, paese e civiltà).

Il titolo del film che il regista intende girare è infatti The Interior (Nell’interno); l’interno del paese australiano, le pianure ma anche l’interiorità, il sé, il modo in cui definiamo noi stessi. Se è vero che i personaggi non hanno un nome, è altrettanto vero che si dividono tra coloro che hanno un pensiero concreto di continuità, di tramandamento del patrimonio paesaggistico, che cercano di definirlo e conservarlo, e quelli che invece lo considerano come un’entità inafferrabile che valica la visuale e la possibilità di comprensione.

Si fa fatica tuttavia a cogliere che ruolo reale svolga la civiltà per i latifondisti/mecenati che stanno da una parte, e la comunità civile composta da artisti, scrittori, filosofi in cerca di uno sponsor che si pone dall’altra. Non si può non chiedersi se realmente rappresenti una forza positiva, se sia in grado di rendere le loro vite migliori.

Attorno a questa umanità si incardinano diversi spunti di riflessione: i paesaggi sconfinati, la mortificazione culturale aborigena, il ruolo dell’artista, il tempo, la storia e la sua arbitrarietà, l’illusione come contrappunto alla realtà, lo spirito esplorativo del narratore che viaggia all’interno dell’Australia per viaggiare dentro se stesso. Ma a differenza del mondo fisico delle pianure, l’interiorità del sé è difficile da attraversare. Le vere pianure sono l’emblema di un limite, del divario tra il mondo fisico e la sua rappresentazione, e si risolvono nell’idea che la pelle che abitiamo è il nostro territorio, segnato dal passare del tempo e dai ricordi.

Saremmo in grado di riconoscere la nostra pelle come una tela se la staccassimo dal corpo e l’arrotolassimo come una mappa? Forse è possibile rispondere con un cambio di prospettiva, acquisendo distanza da ciò che è troppo vicino e non leggibile con chiarezza. Le pianure, quelle vere, sono dunque paesaggi invisibili della mente nel senso rambaudiano del termine.

Le pianure è un romanzo interstiziale, eretico, strano; è un’istigazione a caleidoscopizzare la realtà buia aumentata in cui si compongono immagini suggerite dal confronto e dall’interazione con il mondo circostante, senza mai dimenticare che si tratta di suggestioni indotte da un testo scritto, senza mai farci allontanare dalla geometria piana della pagina scritta.

È complicato spiegare a parole cosa si provi nel leggerlo perché non c’è azione, movimento. Lo si ama leggendolo ed è quasi impossibile raccontarlo. Non assomiglia a nessun libro che ho letto, e trovo Murnane uno scrittore impegnativo, perché non richiede asilo letterario al lettore, non lo adagia nella comodità narrativa didascalica né lo istiga a scalate complesse; lo relega alla difficoltà di una nuova lettura apparentemente semplice, come tutto ciò che poggia sul metodo e sulla disciplina.

E le pianure di cui parla è un’entità presente, sovraesposta come un’immagine da fotografare con il sole che abbaglia, dopo resta un rossore cupo e buio nello sguardo. Forse è lo stato della vita adulta in cui inizia a prevalere la volontà di spianare il terreno ed evitare gli ostacoli. Le pianure è la narrazione di un immobilismo geografico, quello dell’autore.

Murnane è in perenne bilico tra fiction e non fiction, e il suo lavoro solleva domande ma concede a ognuno la possibilità di trovare le sue risposte.

Di certo la scelta di un regista come protagonista riporta alla fascinazione della telecamera, alla cattura delle immagini in movimento che annullano il tempo e la distanza; il suo è il tentativo mai compiuto di catturare la storia delle pianure, e la telecamera lo strumento attraverso cui poter raccontare in sequenza gli strascichi del colonialismo, della civilizzazione forzata degli aborigeni che aleggiano come fantasmi negli spazi bianchi di ogni pagina.

La prosa di Murname è intrisa di poesia asciutta, le frasi sono incontaminate, e le parole emergono nella loro scintillante inerzia in equilibrio tra creazione e dissipazione.

Il suo è un sistema linguistico minuzioso, auto-esplorativo e opaco, discorsivo e ricorsivo in cui il tempo e il ricordo sono scollati dall’esperienza fisica, lo spazio e la luce diventano elementi di disturbo della quiete esistenziale di una società totalmente inventata, sibaritica e ignorante.

Roberto Serrai, il traduttore dell’opera, sorseggia l’essenza murnaniana, ne coglie le sfumature intime e ogni singola parola assume il valore di un marchio topografico che conduce alla composizione della mappa di un indimenticabile viaggio sulla carta.

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Le pianure | Gerald Murnane – ZEST