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Mangiare è un atto agricolo | Wendell Berry
Traduzione di Vincenzo Perna
Edizione Lindau 2015

di Emanuela Chiriacò

Nella raccolta di saggi Mangiare è un atto agricolo (titolo originale è Bringing It to the Table. On Farming and Food), Wendell Berry opera una profonda riflessione sui problemi dell’agricoltura contemporanea da uomo e da contadino, e per esporla sembra affidarsi al paradigma delle tre effe: Farming – Farmers – Food; in italiano le voci sono tradotte con Da dove viene ciò che mangiamo – Ritratti esemplari – Storie di cibo quotidiano e ognuna corrisponde a una delle tre sezioni che la compongono.

Per Berry, la frattura totale tra uomo e cibo è attribuibile all’industria alimentare che ha reso il cibo un’idea astratta, qualcosa di ignoto e difficile da immaginare fino a che non fa la sua comparsa sullo scaffale del negozio o sopra la tavola, e gli uomini, a suon di messaggi pubblicitari, meri consumatori passivi.

Mangiatore e mangiato vivono così in esilio dalla realtà biologica e il triste risultato è una solitudine del tutto nuova nell’esperienza umana, dove mangiare diventa prima di tutto una transazione puramente commerciale tra sé e il fornitore, e poi una transazione puramente gastronomica tra sé e il cibo.

Anche il linguaggio ha avuto un peso in questa triste evoluzione umana e alimentare: il corpo è pensato come una macchina, il cibo come combustibile, l’agricoltura e l’allevamento come agribusiness, la fattoria come una fabbrica, e gli agricoltori, le piante, gli animali e la stessa terra come «unità produttive» intercambiabili.

Ecco perché Berry difende la family farm (piccola fattoria) perché la terra utilizzata dall’uomo dev’essere coltivata con amore e richiede conoscenza intima, attenzione e cura. Una visione etica del lavoro, delle persone che lo svolgono, che rispetta la relazione culturale che si instaura tra uomo e terra. Perché se mangiare è un atto agricolo, l’agricoltura è un’arte pratica e una disciplina spirituale.

Berry fornisce dunque una seria disamina dell’evoluzione/involuzione della pratica agricola e affronta l’argomento toccando ogni elemento che ha contribuito a disumanizzarla, relegando l’uomo a una vita economica ed ecologica dislocata, lontana dalla visione conservazionista che dovrebbe avere.

Nella seconda sezione intitolata Ritratti esemplari, una serie di saggi elegiaci, Berry tratteggia profili di agricoltori virtuosi che non usano combustibili fossili e che hanno un rapporto diretto con la terra, con il clima, con gli animali; gente che gestisce la terra responsabilmente (utilizza infatti il termine husbandry con cui intende l’insieme di pratiche che sostengono la vita attraverso un rapporto rispettoso con l’ambiente, il vincolo stretto con la casa e la terra).

Cita inoltre Howard, Thoreau, Spenser, e di quest’ultimo riporta alcuni versi tratti di Two cantos of Mutabilitie1:

allora, con portamento solenne e maestà piena di grazia,
s’avanzò la grande dea, la grande natura,
più grande e alta di statura
di qualsiasi dio o potenza dei cieli…
[…]

L’antichissima ava di tutte le creature generate,
la grande natura, giovane in eterno eppure carica d’anni,
sempre in movimento eppure immota nel luogo che è suo,
invisibile a tutti eppure da tutti vista.

[…]

Perché tu con tutti sei equa,
e condanni il torto e l’offesa colpevole
che una qualunque delle tue creature arreca a un’altra,
opprimendola con iniqua potenza;
tu sei di tutti l’equa madre,
e unisci l’uno all’altro, come fratello a fratello.

Se Spenser affronta i problemi metafisici di identità, perseveranza e cambiamento da un punto di vista naturalistico perché la Natura è l’unico giudice possibile, Berry la considera una madre equa che unisce gli uomini come se fossero fratelli. Questo snodo crea continuità con la sezione successiva: Storie di Cibo quotidiano.

In questa sezione, Berry cita brani della sua stessa produzione letteraria in cui le persone mangiano il cibo che hanno piantato, cresciuto, raccolto, cucinato e servito. Gli uomini e le donne lavorano insieme per tenere unita la famiglia e la fattoria, e il tradizionale contributo femminile, a cui Berry concede un importante riconoscimento, giova all’economia della casa.

Anche ne Il Manifesto del contadino impazzito (pubblicato per la prima volta nel 1969 sulla rivista alternativa Whole Earth Catalog) che chiude la raccolta, Berry definisce infatti la casa, luogo della vita familiare e domestica nella sua accezione più egualitaria, come il nucleo fondamentale di una comunità, e auspica al ritorno dell’unione solidale tra i contadini e le loro mogli per promuovere una gestione congiunta della casa, perché se manca quel tipo di collaborazione, la comunità ne risulta disgregata e si crea smarrimento culturale. Un incontro tra la già citata husbandry con la housewifery (l’amministrazione femminile della casa).

Inoltre, Berry mette in guardia dal profitto, dal marketing di massa, dal bisogno borghese di consumo compulsivo che rende gli uomini fragili e manipolabili:

Amate pure il guadagno facile,
l’aumento annuale di stipendio, le ferie pagate.
Chiedete più cose prefabbricate,
abbiate paura di conoscere il vostro prossimo e di morire.
Quando vi vorranno far morire per il profitto,
ve lo faranno sapere.

Ma tu, amico,
ogni giorno fa’ qualcosa che non possa essere misurata.
Ama la vita. Ama la Terra.
Conta su quello che hai e resta povero.
Ama chi non se lo merita.
Non ti fidare del governo, di nessun governo.
E abbraccia gli esseri umani:
nel tuo rapporto con ciascuno di loro riponi la tua speranza politica.

Approva nella natura quello che non capisci,
perché ciò che l’uomo non ha compreso non ha distrutto.
Fai quelle domande che non hanno risposta.
Investi nel millennio… pianta sequoie.
Sostieni che il tuo raccolto principale è la foresta che non hai seminato
e che non vivrai per raccogliere.
Poni la tua fiducia nei cinque centimetri di humus
che crescono sotto gli alberi ogni mille anni.

Finché la donna non ha molto potere,
dai retta alla donna più che all’uomo.
Domandati se quello che fai
potrà soddisfare la donna che è contenta di avere un bambino.
Domandati se quello che fai
disturberà il sonno della donna vicina a partorire.
Vai con il tuo amore nei campi.
Riposati all’ombra.

Quando vedi che i generali e i politicanti
riescono a prevedere i movimenti del pensiero,
abbandonalo.
Lascialo come un segnale della falsa pista,
quella che non hai preso.
Fai come la volpe, che lascia molte più tracce del necessario,
diverse nella direzione sbagliata.
Pratica la resurrezione.

Con l’immagine evocativa della volpe e della sua astuzia, Berry offre un suggerimento con cui rispondere alla politica, alle multinazionali e ai mali della moderna agricoltura industriale; una necessità per tutelare il verde e far rinascere i luoghi devastati dalle macchine e dai pesticidi.

Berry indica dunque un cammino non solo augurabile ma soprattutto possibile già perseguito che punta alla centralità della gestione responsabile e amorevole della terra e delle creature che la abitano e che rende i principi sostenibili, ecologici e biologici della coltivazione un modello per sostituire quelli meccanicisti orientati al profitto immediato e dannoso, che paradossalmente creano sprechi enormi. 

In Berry e nel suo regionalismo ecologico si può trovare vicinanza concettuale con William Carlos Williams; entrambi superano la mitizzazione del luogo, l’evocazione del passato glorioso o il racconto della caduta e del declino dell’aristocrazia dei proprietari di piantagioni per concentrarsi sull’etica e lo stile di vita legati alla terra, al luogo. (Williams usa addirittura in pronome him nel suo poema epico Paterson per riferirsi alla medesima cittadina che dista una decina di chilometri dal suo luogo di nascita).

Una sorta di testarda lealtà verso il locale già ravvisabile nell’ideale del piccolo proprietario terriero e agricoltore intelligente di Thomas Jefferson e in quello espresso nel saggio di Allan Tate contenuto in I’ll Take My Stand. The South and the Agrarian Tradition (Library of Southern Civilization,1926).

Assimilati questi ideali, per superare il nomadismo, lo sradicamento della vita moderna americana e per coniugare coscienza ecologica e profondo rispetto per la cultura agricola, Berry sceglie di tornare nella sua terra d’origine, il Kentucky negli anni settanta, convinto ormai che la qualità della vita in quel preciso luogo dipenda dalla conoscenza del luogo stesso (local life aware of itself).

Mangiare è un atto agricolo è il risultato di questa esperienza, è l’applicativo di un pensiero contadino e non filosofico la cui modernità si mescola a un’ignorata veggenza i cui riscontri contemporanei sono palesemente disastrosi per l’ambiente e l’economia.

Come dice Michael Pollan che ha curato la prefazione dell’opera, Wendell Berry ha tracciato un sentiero che ci ha ricondotti alla natura non più come spettatori ma come partecipanti a pieno titolo, e oggi non possiamo più fare finta di ignorare questo percorso.

1 (Edmund Spenser, La regina delle Fate, trad. it. e cura di Luca Manini, Bompiani, Milano 2012, pp. 2045, 2049)

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