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milkman anna burnsMilkman | Anna Burns
traduzione di Elvira Grassi *
Keller editore 2019

di Emanuela Chiriacò

 

 

 

*puoi leggere intervista alla traduttrice Elvira Grassi QUI


La protagonista di Milkman di Anna Burns non ha un nome, è definita sorella di mezzo, ha diciotto anni e vive in una città che s’intuisce essere Belfast. Siamo alla fine degli anni settanta e il conflitto etnico-nazionalista nordirlandese tra lo Stato, rappresentato da Regno Unito e Repubblica d’Irlanda, e il non Stato, le milizie paramilitari repubblicane tra cui prevalgono IRA, UVF e UFF1, è in corso da quasi un decennio, e il suo epilogo ancora lontano (la ratifica del Good Friday Agreement avviene infatti nel 1998).

Da una parte, ci sono i rinnegatori dello stato cioè gli indipendentisti e dall’altra i difensori dello Stato, gli inglesi o abitanti del paese oltre l’acqua, e nella zona grigia tra le due fazioni gli informatori di tutte e due, a cui si aggiungono gli innominabili, agenti statali sotto copertura che si appostano ovunque per spiare, fotografare, interrogare con una certa inconcludenza perché la situazione è di fatto ingestibile e insolvibile. La polizia è garante del non intervento, tutti si guardano bene dal chiamarla e se accade, è lei a non intervenire.

Sorella di mezzo vive il difficile periodo de I Disordini (The Troubles), una guerra definita a bassa intensità che si propaga nella vita del paese e delle persone, e favorisce o meglio impone il contenimento di movimenti e pensieri. Ognuno è costretto a misurare le parole e a guardarsi le spalle; ognuno è confinato nel recinto della posizione politica che gli spetta e che deve rispettare, e vive in un clima di angoscia invisibile, paranoia diffusa, odio e paura di punizioni o ritorsioni.

Siamo nelle strade, nelle case di Belfast insieme a sorella di mezzo, lontana parente letteraria della Sissy Jupe del dickensiano Hard Times ma a differenza della bambina vittoriana, sorella di mezzo è una irregolare politica, e cerca di contenere la sua immaginazione.

Cammina con il capo chino nei libri che legge, e la cosa le attira critiche di tutta la comunità in cui vive, e al contempo le attenzioni di un uomo maturo chiamato il Lattaio anche se non fa il lattaio.

L’uomo conosce tutti i suoi movimenti, le sue abitudini, la segue e la ferma per la prima volta nel parco definito parchi & laghi mentre lei fa jogging; è un uomo sposato e benché lei non gli rivolga nemmeno la parola, agli occhi di tutti diventa la sua amante. Probabilmente a innescare il pettegolezzo è il cognato numero uno di sorella di mezzo.

Cognato numero uno è il marito di sorella numero, uno arrivato nella loro vita dopo che sorella numero uno è stata lasciata dal precedente fidanzato per un’altra donna. Sorella numero uno rimane subito incinta ed è costretta a sposarlo pur non amandolo.

Burns ci pone davanti un’umanità che ha perso l’identità, che si definisce per il ruolo familiare ricoperto e il numero progressivo che lo accompagna: a sorella numero uno corrisponde cognato numero uno, a sorella numero due cognato numero due, a sorella numero tre cognato numero tre e così via; sorella di mezzo invece non è sposata e ha un quasi fidanzato. Nessuno ha un nome di battesimo, una scelta precisa di Burns per criticare e ironizzare sulla lista immaginaria di nomi vietati e consentiti, una delle tante regole e disposizioni non dette che ognuno deve osservare.

Questa è l’atmosfera psicopolitica in cui vive sorella di mezzo, chiamata a rispettare come tutti le regole della lealtà, dell’identificazione tribale, di cosa è consentito e cosa proibito, e ovviamente i piccoli problemi non si esauriscono con la dicotomia tra i nomi di uno schieramento o di quello opposto, tra un noi e un loro, tra due comunità, tra i lati opposti o le collocazioni geografiche situate oltre o dall’altra parte di qualcosa; ci sono anche i programmi televisivi neutrali, i cibi giusti e sbagliati, i toponimi, le scuole, i negozi, le fermate degli autobus, l’aspetto fisico, i comportamenti tollerabili e incompatibili. Un controllo totale del convenzionale, della coscienza collettiva che prima ancora del macro sistema dell’Ulster intero si manifesta ed esprime attraverso la dimensione micro della comunità; una comunità che fa la sua diagnosi sul comportamento di chiunque senza aver nemmeno praticato controlli o verifiche che possano fungere da anamnesi.

L’asfissia da controllo, la maniacalità che si ripercuote sulle vite di questi personaggi opachi, satinati ricorda l’atmosfera coercitiva del terrorismo psicologico che vige nel paese fantomatico descritto da Ar-Rahman Munif ‘Abd in All’est del Mediterraneo (Jouvence, collana Narratori Arabi Contemporanei), dove i libri sono incriminati e un fratello e una sorella vivono la prigionia, il silenzio, la rabbia su due sponde diverse.

La stranezza di sorella di mezzo va infatti al di là della relazione inesistente con Lattaio, un paramilitare senior, che le marca ulteriormente il già ristretto territorio mentale; tutti le fanno notare che la scaturigine del sospetto nei suoi confronti poggia sulla pessima abitudine alla lettura immersiva che la scolla dalla realtà, dalla convenzione al non pensiero o meglio al pensiero unico e riconosciuto, dal mancato adattamento alla neutralità, alla mediocrità del non colore. Indimenticabile la scena in cui, sorella di mezzo è a lezione di francese e l’insegnante mette la classe in crisi per un tramonto.

«Ditemi, ragazzi» ha detto, «quali colori – avete sentito, colori, plurale –, quali colori vedete adesso?» Noi abbiamo guardato oltre il vetro, perché lei ci ha obbligati a farlo, anche se i tramonti non rientravano nel programma del corso, e quando abbiamo guardato ci è parso che il cielo, come al solito, stesse volgendo da azzurro chiaro ad azzurro scuro, il che significava che era comunque sempre e soltanto azzurro. […] Dopo generazioni e generazioni, padri e nonni e bisnonni, madri e nonne e bisnonne, secoli e millenni di un solo colore ufficiale e tre colori non ufficiali, un cielo pieno di colori, proprio come quello, non poteva essere ammesso.

La semplice osservazione dei colori del cielo al tramonto è l’offerta di una prospettiva nuova di zecca, ma agli occhi di tutti risulta una visione intollerabile, lo scardinamento di una certezza perché il cielo è sempre stato soltanto azzurro.

L’immaginazione e la cultura appaiono irregolari in un paese che si fonda sull’omologazione del pensiero, facile fonte di controllo e consenso, che non ammette ed evita qualsiasi possibilità di smarginatura. Non stupisce dunque che l’apparato popolare intero viva anche una gerarchia ben delineata del dolore e della sofferenza e che la depressione sia parte della fatica del vivere senza libertà. Perché in un sistema malato bisogna prendere le cose come vengono, continuare a vivere la vita, recuperare il controllo, conquistarsi il rispetto.

Sorella di mezzo trova la sua forma di difesa in tre sillabe: «non lo so». Il suo non sapere peggiora la sua posizione perché innesca e alimenta un dubbio che non può essere tollerato. Sorella di mezzo è, suo malgrado, una outcast, una voix off per chiunque, perché è impossibile definirla, e non rispecchia nessuna delle categorie umane contemplate. Non è ascoltata né creduta, è una provocatrice a sua insaputa perché se crede che tacendo possa mantenere la distanza sociale di sicurezza dall’orrore che vive, genera per contro un clima, un alone, un’aura di sospetto attorno a sé.

Claire Kilroy nel suo articolo Milkman by Anna Burns review – creepy invention at heart of an original, funny novel comparso sul The Guardian (31/05/2018), consiglia la lettura della poesia A Disused Shed in Co Wexford (New Collected Poems, The Gallery Press) di Derek Mahon, scritta non molto tempo dopo il 30 gennaio 1972, giorno del tristemente famoso Bloody Sunday in cui dei manifestanti irlandesi furono uccisi dall’esercito inglese. Nel primo verso, il poeta afferma che i luoghi oscuri e fuori mano permettono al poeta la libertà di un nuovo modo di pensare: Even now there are places where a thought might grow (Ci sono posti dove un’idea può ancora nascere, pur parlando di una comunità che si è adatta per sopravvivere in un enclave totalitaria), e proprio da questi luoghi ignorati e dimenticati, per i quali il poeta usa la metafora del vecchio capanno, si possono cogliere nuove prospettive; dove a door bangs with diminished confidence, dove una porta sbatte incerta. Nel capanno, con l’immagine dei funghi abbandonati da tempo, il poeta non parla d’altro che di persone accrocchiate che sbirciano dal buco della serratura, unica fonte di luce nel loro mondo rabbuiato. I funghi sono descritti come prigionieri che soffrono e ne enfatizza lo stoicismo; possono aver imparato la pazienza e il silenzio (learnt patience and silence) ma soffrono per le morti, la siccità e l’insonnia e aspettano da lungo tempo la liberazione. Solo nell’ultima strofa,

[…]
Save us, save us,’ they seem to say,
Let the god not abandon us

[…]
We too had our lives to live.

[…]
Let not our naive labours have been in vain!’

i funghi/prigionieri sembrano chiedere a dio di essere salvati, di non essere abbandonati perché hanno ancora una vita da vivere; sembrano implorare che i loro ingenui affanni non restino vani. È la voce dei dimenticati e dei ripudiati raggiunta e amplificata dalla poesia.

Anna Burns è la prova che un’idea può ancora nascere, il romanzo Milkman lo è; è un’idea compiuta raccontata per 451 pagine, con la cruda sincerità, l’energia pura e dissacrante della sua voce lucida intrisa di un umorismo sottile, nero velato, trasparente.

Milkman, di cui solo alla fine del racconto si comprende la scelta del titolo; è sicuramente un romanzo doloroso, un libro che parla di paura, odio, persecuzione, terrorismo psicologico, patriarcato, molestie, femminismo. Un’opera linguisticamente complessa che poggia su una storia complessa.

La scrittura di Burns è precisa e mai sbavata, cauterizza il verbo distruggendo il superfluo, e ipnotizza con il suo flusso di coscienza in piena, sempre pronto a esondare eppure contenuto con brillante intelligenza.

La sintonia traduttiva di Elvira Grassi con l’opera originale è assoluta. Dimostra una bravura e una naturalezza tali che il tessuto sonoro, la musicalità accurata che propone lasciano intuire la complessità dell’ordito. Si fa fatica a sospendere la lettura, e dopo averla conclusa, resta una grande ammirazione per il lavoro difficile e insidioso che ha affrontato e la cui resa è perfetta.

Disused Shed in Co. Wexford, Derek Mahon

Let them not forget us, the weak souls among the asphodels.
— Seferis, Mythistorema

(for J. G. Farrell)

Even now there are places where a thought might grow —
Peruvian mines, worked out and abandoned
To a slow clock of condensation,
An echo trapped for ever, and a flutter
Of wildflowers in the lift-shaft,
Indian compounds where the wind dances
And a door bangs with diminished confidence,
Lime crevices behind rippling rain barrels,
Dog corners for bone burials;
And in a disused shed in Co. Wexford,

Deep in the grounds of a burnt-out hotel,
Among the bathtubs and the washbasins
A thousand mushrooms crowd to a keyhole.
This is the one star in their firmament
Or frames a star within a star.
What should they do there but desire?
So many days beyond the rhododendrons
With the world waltzing in its bowl of cloud,
They have learnt patience and silence
Listening to the rooks querulous in the high wood.

They have been waiting for us in a foetor
Of vegetable sweat since civil war days,
Since the gravel-crunching, interminable departure
Of the expropriated mycologist.
He never came back, and light since then
Is a keyhole rusting gently after rain.
Spiders have spun, flies dusted to mildew
And once a day, perhaps, they have heard something —
A trickle of masonry, a shout from the blue
Or a lorry changing gear at the end of the lane.

There have been deaths, the pale flesh flaking
Into the earth that nourished it;
And nightmares, born of these and the grim
Dominion of stale air and rank moisture.
Those nearest the door grow strong —
‘Elbow room! Elbow room!’
The rest, dim in a twilight of crumbling
Utensils and broken pitchers, groaning
For their deliverance, have been so long
Expectant that there is left only the posture.

A half century, without visitors, in the dark —
Poor preparation for the cracking lock
And creak of hinges; magi, moonmen,
Powdery prisoners of the old regime,
Web-throated, stalked like triffids, racked by drought
And insomnia, only the ghost of a scream
At the flash-bulb firing-squad we wake them with
Shows there is life yet in their feverish forms.
Grown beyond nature now, soft food for worms,
They lift frail heads in gravity and good faith.

They are begging us, you see, in their wordless way,
To do something, to speak on their behalf
Or at least not to close the door again.
Lost people of Treblinka and Pompeii!
‘Save us, save us,’ they seem to say,
‘Let the god not abandon us
Who have come so far in darkness and in pain.
We too had our lives to live.
You with your light meter and relaxed itinerary,
Let not our naive labours have been in vain!’

1 Irish Republican Army, Ulster Volunteer Force e Ulster Freedom Fighter

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Milkman | Anna Burns – Keller edizioni