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MILL TOWN
KERRI ARSENAULT
Black Coffe edizioni 2021
Traduzione di Umberto Manuini

Ci troviamo a Mexico, in Maine, una piccola città che da oltre un secolo si sostiene grazie all’industria cartiera locale, la quale dà lavoro a quasi tutta la comunità, comprese tre generazioni di Arsenault. A distanza di anni, ormai trasferitasi altrove, l’autrice realizza che un’infanzia all’insegna della stabilità economica ha portato con sé un caro prezzo: la distruzione dell’ambiente circostante e la salute in declino degli operai – in un territorio che tutti, ormai, hanno soprannominato «valle del cancro». Una catastrofe che lentamente pregiudica il benessere economico e psicologico degli abitanti della zona, dinamica tipica di un Paese in cui il Sogno americano è un fiume che avanza imperterrito travolgendo tutto ciò che trova sul suo cammino.
Mill town ricostruisce la storia di una famiglia e di una comunità, attraverso un’analisi puntuale e al tempo stesso intima. Il risultato è un campanello d’allarme. Arsenault ci chiede: cosa siamo disposti a sacrificare pur di sopravvivere?

 

su concessione della casa editrice pubblichiamo in anteprima il  PROLOGO

Mexico è una cittadina del Maine sorta intorno a una cartiera in quella che è ormai nota come River Valley, «valle del fiume», sarà perché non c’è l’una senza l’altro. Le colline sono basse, erose e incise dall’acqua che le circonda, gli alberi stanno in fila sulle rive dei fiumi che delimitano la città. Nella parte centrale della valle scorre l’Androscoggin.

Oltre l’ansa del fiume, nella cittadina confinante di Rumford, le ciminiere della cartiera infilzano pennacchi di fumo bianco. Sono soldi quelli che escono da lì, dicevano i nostri padri quando cambiava il tempo e dal fiume si levavano zaffate d’aria nauseabonda. Il tanfo aleggiava su di noi durante le partite di softball che giocavamo all’ombra di quelle ciminiere e sulle camicie dei nostri padri al rientro dal lavoro, un piccolo prezzo da pagare per avere del cibo in tavola.

Là dove le ciminiere incontrano il cielo, l’Androscoggin si riversa indolente a sud e a est, supera ponti e rapide e dighe, s’insinua fra isole e insenature, costeggia le città di Jay, Lewiston, Topsham e Brunswick, anche queste sorte intorno alle cartiere, e lungo il percorso raccoglie detriti e canoisti. Nei punti più tranquilli le sue acque di velluto acquistano il lento incedere della lava e della disperazione. Insulsi laghetti si formano dove l’acqua non ha via d’uscita e i segreti del fiume vi si riuniscono in oscure lagune moltiplicandosi tra la fanghiglia. A volte l’acqua esita o mulina quando incontra un ostacolo e cerca altri percorsi, compiendo imprevedibili deviazioni. Comunque sia, il fiume prosegue il suo corso.

Per quanto possiamo considerarli separati dal paesaggio che li ha prodotti, i fiumi sono corpi vivi che necessitano ossigeno, si ammalano, generano vita, possono essere distrutti dall’incuria proprio come i nostri. I loro corpi raccontano storie, sono la storia.

Nei meandri del passato, la grande calotta polare si disciolse lasciandosi dietro i ghiacciai che, scivolando verso nord, scavarono solchi lunghi e profondi che diventarono in seguito i laghi e i fiumi del Maine. Il passato della nostra Terra sapeva già tutto del nostro futuro. Ma in questo futuro le vite non vengono vissute, i segreti rimangono tali, le storie su ciò che abbiamo perso e continuiamo a perdere non vengono scritte. In questo futuro scopro laghi d’asfalto, gente martoriata dalle malattie, roghi di pneumatici che oscurano il cielo, morti sepolti in tombe senza nome. In questo futuro perdoniamo i legislatori che ci assicurano che la natura si guarirà da sola. In questo futuro abbiamo dimenticato tutto quello che è venuto prima e l’unico lascito per i nostri eredi è una promessa di rovina. È iniziata presto, questa rovina, questo sbadigliare di politici indifferenti a un paesaggio trattato con tale violenza da aver iniziato a ricambiare il favore.

Mentre cammino lungo l’Androscoggin e i suoi ponti, cerco di immaginare il fiume per com’era o avrebbe potuto essere. Pur nel suo stato attuale, il fiume con le sue acque che consumano terra e granito con la forza ostinata del loro passaggio resta in grado di operare grandi cambiamenti sul territorio. Quando mio padre era un ragazzo, sulle sue rive, tra gli affioramenti rocciosi, un parco con una gran distesa di erba verde e un palco per la banda avvolgeva l’abitato di musica e pace. Ci si può ancora immaginare il frastuono delle acque che sovrastava le delicate note di flauti e clarinetti. Prima di mio padre era mio nonno a camminare in quel parco, dove arbusti, fiori e piccole pietre tracciavano sentieri tra i castagni che di lì a poco sarebbero morti. Prima ancora, gli Abenaki si chinavano sulle sponde dell’Androscoggin per pescare i salmoni che guizzavano fuori dall’acqua. I salmoni avevano cominciato il loro viaggio controcorrente dall’Atlantico, per arrivare a depositare le loro uova dopo aver attraversato pianure e giostrato con le alose che si ammucchiavano nelle acque del fiume. Mulini, inquinamento, dighe e leggi hanno tentato di ostacolarli, ma i salmoni hanno continuato la loro corsa su per il fiume, finché non sono quasi completamente scomparsi, con l’eccezione dei pochi che anno dopo anno si lanciano ancora speranzosi oltre la prima diga, chiedendosi se la loro tenacia sarà sufficiente a salvarli. Il loro destino rimane ignoto.


 Mill Town della giornalista e scrittrice Kerri Arsenault, ha vinto il Rachel Carson Environmental Book Award ed è risultato finalista, tra gli altri, al National Book Critics Circle Leonard Prize

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Mill Town di Kerri Arsenault | in anteprima su ZEST un estratto