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Mont Blanc  | Fabio Viscogliosi
Valigie Rosse, 2017


Ne ammettiamo la costante presenza, ne conosciamo lʼineluttabilità e lʼassoluto arbitrio, siamo educati ad attribuirla a un disegno divino, al caso o a un processo naturale, eppure ogni volta che taglia il nostro cammino la morte ci coglie comunque impreparati, smascherando tutta la nostra inadeguatezza.

È questa la dimensione inafferrabile in cui Fabio Viscogliosi, scrittore, illustratore e cantautore francese, si ritrova dal nulla il 24 marzo 1999, rispondendo a una telefonata; poche parole e il cuore che perde un battito: suo padre e sua madre sono deceduti nellʼincendio del tunnel del Monte Bianco.

Una frase pronunciata velocemente, per sentire meno il dolore, semplice e inappellabile come la morte, che non ci concede margini di fraintendimento. Ma ci lascia tutto il resto. Da quel momento, lʼincendio che si è portato via i suoi genitori comincia a intaccare anche la vita dellʼautore, quel fumo soffocante ne intorbida la vista, i gesti, i pensieri, la fuliggine ricopre i giorni; il lutto non si elabora, perché una mente può elaborare, non un cuore.

E allora per non esserne travolti, non cʼè altra possibilità che affrontare il proprio Mont Blanc, ricorrendo a tutto ciò che si ha e si è. Con il suo stile netto, incisivo, a tratti per- sino ironico, Viscogliosi ci concede di seguirlo in questa drammatica impresa, uno scatto in salita, poderoso e di «torrida tristezza» come quelli di Pantani, struggente come il pianto di un figlio, un tentativo (per se stesso e per i suoi) di fuga dal soffocamento della morte, alla ricerca di un refolo che ristori i polmoni, quel soffio di vento di cui sono fatte le anime.


Per gentile concessione della casa editrice,
ne riportiamo un passaggio:


*

Ci furono altri giorni, altri racconti e altre domande, e i testimoni che balbettavano, e il parquet che cigolava. Poi, da ultimo, le arringhe, scialbe o sfavillanti a seconda dei casi.

Il nostro imponente Jean-Marie scese nell’arena e annaspò mescolando i nomi e le date, agitando sul fotofinish il necessario «principio precauzionale», ultimo baluardo contro i mali dell’umanità. Immaginavo le bretelle tese sotto la sua toga nera. («Avete visto, non ho mancato il bersaglio», ci dirà più tardi).

E le condanne sono piovute, per la maggior parte con la condizionale, tranne Gérard R., direttore tecnico del tunnel, che si è beccato sei mesi di carcere. Lo stupore sul suo volto, la bocca aperta, i suoi occhi stralunati, smarriti, e il sentimento di ingiustizia che lo sommergeva, pervaso dalla certezza di non aver fatto altro che il suo dovere e di essersi preso la colpa per tutti gli altri, per lo Stato e il sistema infernale che generava quei disastri.

Ma, mentre il giudice pronunciava il verdetto, io non ascoltavo più veramente, con la testa altrove. I conti si regolano in banca o nei tribunali, mi dicevo, ma che importa? La mia mente fuggiva dappertutto. Pensavo a mille altre cose, a qualsiasi cosa, alla primavera, ai lillà, al cane Snoopy, a Italo Calvino e al gatto Felix, alla sua coda a forma di punto interrogativo. Pensavo a Tim Buckley e alla sua chitarra a dodici corde, una sera a Londra, e perché no? Una melodia confusa mi pervadeva. Pensavo a mio figlio, alle stampe di Pieter Bruegel il Giovane, ai disegni di Paul Klee, alla prospettiva, alle pitture idiote, alle filastrocche, «ritornelli sempliciotti, ritmi ingenui», al rumore bianco e al rumore rosa, ai rumori segreti che attraversano la storia, alle lacrime e a tutti i liquidi che vengono espulsi dal nostro corpo, saliva, urina, sudore, sperma, piccole entità. Pensavo all’amore, al sesso, alla tenerezza che unisce le cose e gli esseri. Sì, pensavo davvero all’amore, al bisogno di farlo spesso, e alla difficoltà di inserirsi nel Presente. Pensavo ai miei genitori che avevo sorpreso, una notte, tardi, mentre lo facevano. Li rivedevo, mia madre nuda, distesa su mio padre, ansimante più che gemente, le loro mani che si agitavano in carezze, e io che mi allontanavo in punta di piedi, per rifugiarmi nella mia camera al piano di sopra. Più tardi, davanti alla finestra, avevo fumato svariate sigarette, ridendo al solo pensiero dei miei genitori uniti fisicamente, amoreggianti, quando fino ad allora credevo probabilmente che tra i due non esistesse più nulla del genere. E assaporavo la capacità del mondo di rigenerarsi, senza sosta, mentre il mio fumo si alzava, fuoco pallido ma persistente, nell’oscurità, accompagnato dall’ululato di una civetta, o dallo squittio di un pipistrello, o da entrambe le cose, non lo so più, per me faceva lo stesso, credetemi.

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Mont Blanc | Fabio Viscogliosi