la nostra scelta di sostenibilitàscopri di più

orfani bianchiORFANI BIANCHI | Antonio Manzini
Chiarelettere 2016

di Paolo Risi

Gli orfani bianchi non sono veri e propri orfani, vivono negli istituti perché i loro famigliari non sono più in grado di accudirli. Ilie è un orfano bianco moldavo, la sua vita è marchiata dall’assenza del padre, dalla povertà, che obbliga sua madre Mirta a emigrare per poter lavorare e mantenere se stessa e suo figlio. La donna abita a Roma, fa la badante, lava le scale dei condomini, poi di nuovo la badante, si spezza la schiena come moltissimi altri lavoratori stranieri, che nell’indifferenza della capitale si accalcano sui mezzi pubblici e dentro appartamenti sovraffollati.

Madre e figlio comunicano via mail, Italia-Moldavia, ma è una comunicazione difficile, tormentata, si lacera nella mancanza di sguardi, di abbracci materni. Prova a fare da intermediario un sacerdote che vive nel paese dell’est europeo, solerzia che non può colmare una distanza dolorosa, che segna le esistenze e le rende angosciose. Nonostante ciò Mirta mantiene la sua dignità, custodisce l’amore per la sua creatura, si batte con coraggio senza risparmiarsi, superando difficoltà e pregiudizi. Giorno per giorno è una messa alla prova, gli unici suoi pensieri sono per il figlio, il cui internato nell’orfanotrofio, non certo una struttura modello, le dà molto da pensare. Mirta si fa forza pensando al futuro, ad un’ipotetica serenità, alla possibilità di far venire in Italia il piccolo Ilie.

È quasi una biografia ideale il romanzo di Antonio Manzini, flusso narrativo che fa da cornice ad una cronaca incompleta, sottaciuta, ai “sentito dire” di una società giudicante, abituata a sentenziare e a voltare lo sguardo. Italiani e stranieri, senza distinzioni, si raccolgono nel loro quotidiano: sovrastati dal bisogno, dalla mancanza di mezzi, provano a illudersi, a raccogliere i miseri brandelli di felicità che ancora il mondo gli può offrire.

Il sole fa capolino per brevi istanti nella vita di Mirta: le note di un pianoforte, la complicità di un’amica, le timide avance di Pavel, un suo connazionale che le sta vicino, le fa un po’ da angelo custode. Ma non è facile aprirsi, concedersi alla buona sorte, al presagio di una svolta.

Gli oppressi rimarranno tali, la povertà continuerà ad avvitarsi su se stessa, implacabilmente, perché il romanzo pubblicato da Chiarelettere non fa sconti, mantiene il suo incedere rigoroso, a metà strada fra approccio documentale e finzione.

Persiste il sentimento nelle pagine di Orfani bianchi, l’amor proprio che permette di mantenere uno sguardo limpido sulle cose, ma soprattutto non vengono sottaciuti i cedimenti, le debolezze, il nervosismo che nella azioni di Mirta appaiono umanissimi, comprensibili. È un arma affilata quella sfoderata dallo scrittore Antonio Manzini, che richiede grande equilibrio e onestà intellettuale: tralasciare una visione confortante, addolcita, e raccontare di una straniera, un’extracomunitaria, che giorno per giorno affronta il campo di battaglia, resiste e contrattacca, mors tua vita mea se è il caso, perché nessuno ha il diritto di giudicare senza aver prima conosciuto e sperimentato.

Con una scrittura limpida, rigorosa, perfettamente funzionale agli ambienti, alle dinamiche interne al racconto, Antonio Manzini compone un meraviglioso ritratto di donna. Attraverso gli occhi, la sensibilità di Mirta, si accede ad una dimensione poco esplorata, per molti di noi distante: è l’esistenza parallela di chi realmente si dona senza compromessi per concedersi un’altra possibilità, per il bene dei propri figli, per emanciparli da un’indigenza profonda.

Si intrecciano i problemi, le difficoltà da affrontare, i temi che aprono a spunti di riflessione, ma il romanzo si svela anche grazie alle immagini sfumate, nei fugaci istanti di introspezione, nei gesti rapidissimi di Mirta che prova a truccarsi dentro un bagno male illuminato, che scende le scale a rotta di collo perché non vuole arrivare tardi alla fermata dell’autobus…

Al piano terra si diede una guardata nello specchio lurido dell’androne del palazzo. Poteva andare peggio. Si chiuse gli ultimi bottoni del giaccone nero, si aggiustò i capelli biondi con un paio di manate, e quelli obbedendo presero la piega giusta. La luce impietosa del neon evidenziò che il trucco era un po’ esagerato, ma con venticinque watt e diciassette secondi a disposizione sarebbe stato difficile fare di meglio

Le 6.43. Non aveva tempo da perdere…

Share

Orfani bianchi | Antonio Manzini