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Prose selvatiche

Haydn | Racconto di  Vincenzo Corraro

Mio padre diceva sempre che quando si tratta con Dio, le banche e le donne, oltre a una convincente strategia d’uscita, occorrono distacco e freddezza – avendo cura di tener lontani, dalla faccenda, i sentimenti e l’ingombrante inutile vita dei sogni.

Sembra di vederlo ancora al mio fianco, mentre argomenta e tiene fermo il volante, io e lui seduti a bordo di una vecchia campagnola Uaz, in viaggio verso le montagne e il bivacco del nostro taglio. Di lato, i fili del telefono corrono in parallelo alla boscaglia e ai neri precipizi. Sotto ai nostri piedi si aprono le serre, grandi distese di agrifogli nani e pietre aguzze, macchiate di genziana e viola orchidea. Oblunghe e rase, si colorano del verde più sciapo, bruciato dal gelo, inerpicandosi fino al punto più alto dell’orizzonte tra sterpeti, canaloni e vasti rimboschimenti di abeti.

Il mattino è magnifico, d’azzurro graffiato il cielo. Il sole è già alto e insistente: mio padre sembra gustarselo sereno, ogni tanto si distende con un sospiro, nascosto dietro due enormi lenti oscurate; io guardo fuori dal finestrino, un po’ assonnato, perso nel paesaggio che segue la corsa. Se chiudo gli occhi, l’azzurro, la luce e quell’infinito zigzag della palizzata telefonica che puntella il costone rimangono incollati sotto le palpebre. Su tutto: m’incantano gli uccelli, la loro capacità di azzerare le distanze, di porre in ombra le nostre inezie.

Abbiamo lasciato, per far prima, l’asfalto. Risaliamo la parte di bosco più rinsecchita, al centro di una conca che separa il margine delle serre dai pianori in quota. L’andatura della Uaz sugli spuntoni scivolosi della rupe si fa sempre più traballante e incerta. Ogni tanto la sterrata si perde tra roveti e prugnoli selvatici, in mezzo a cespi di alberi marci. I rami sbattono sulle fiancate, sotto i piedi sentiamo il legno vivo, i torsoli, lo strappo di una corteccia. Dai bocchettoni del riscaldamento sale il polverio della terra, misto a un odore intenso di resina. Qualche frasca di peccio impatta il semiasse, il nodo della radice l’attorciglia come un verme e la jeep va sotto giri, rallenta la corsa, sculettando sul pietrisco. Nei punti di massima pendenza – il parabrezza puntato verso il cielo terso, le ruote che mancano il terreno, l’approdo rovinoso su qualche crepaccio – la sensazione, col motore in tiro, è di vuoto allo stomaco o di vertigine.

Papà sa il fatto suo e domina quel divincolio di assestamenti, quelle bizze prevedibili del mezzo, con gesti di sicura e fluida eleganza, spingendo all’occorrenza il palmo sul cambio 4wd oppure controbilanciando lo sterzo ogni volta che perde per un attimo il controllo. “Non ti scordare che questa jeep ha la matricola soviet!” dice sornione, esaltato, le labbra appena sopra il bavero di pelliccia “Siberia, steppa, lastre di ghiaccio! Sai quanto le pensa ‘ste quattro pietre!” E se la ride. È di buon umore perché ha appena acquistato, stracciando la concorrenza, un taglio comunale a quattro soldi, e ora sta rivendendo gli ottimi cerri, anche una pregiata partita di lecci, il triplo del prezzo stagionale. Il lotto è in fondo a un dirupo, l’incanto sono anni che va deserto; ci sono come minimo due stagionate di lavoro e per sfruttarlo a dovere si è fatto spedire una teleferica ultramoderna dalla Germania; il giorno che l’ha montata, io c’ero: un elicottero con pompa idraulica ha spruzzato il cemento negli sprofondi, un altro ha ancorato l’argano e i tralicci al bivacco, quattro squadre si sono imbracate per tirare le campate nel vuoto – è stato il suo più grande investimento, che gli ha dato definitivo prestigio nel settore.

Agguanta dal taschino della giacca una delle sue Winston sottili. Si abbassa sullo stereo e spinge una cassetta nel mangianastri. Mi reggo, con tutto il peso, dal maniglione della portiera, e per gli strattoni non riesco a orientarmi sul posizionamento del bivacco. Ai lati, oltre la chiazza dei pini, ci sono solo timpe alte come piramidi, inestricabili e bianche, tutte uguali, sul cui cippo balugina il tetto di qualche cascina dispersa.

Tranquillo. Ci siamo quasi”, sospira, ultimo piede di gas, e riporta il fuoristrada sulla sterrata in piano; ora la radura si apre di nuovo tra carpini e detriti di falda che diventano comodi tratturi per i pascoli. Nelle forme biforcute e larghe dei buoi, secche nel fango, occhieggia la luce già colma del giorno. Mi chiede di alzare un po’ il volume dello stereo, mentre il suo sguardo rimane accorto e fisso sul parabrezza. Ticchetta a tempo con un dito sul volante, ogni tanto ha come un fremito, aspira avidamente il fumo e stringe gli occhi. Sembra perdersi nei virtuosismi della cantante, contrarsi sul movimento agitato dei violini. Quindici anni di Germania lo hanno fatto tornare melomane, talmente infatuato e pignolo, che la sua tardiva, inspiegabile ostinazione per la musica da camera e delle cantate barocche diventa spesso oggetto di litigio con mia madre. Mi chiede di abbassare il finestrino, di saziarmi dello spettacolo della natura, “lascia fare a Haydn” – dice quietato, come liberatosi di un peso. Annuisco con imbarazzo, eseguo per rispetto.

A un certo punto comincia a controllare ripetutamente l’orologio al polso; ha un’espressione contrariata, non si capisce se di noia o di tensione. Col motore al minimo gira in tondo a uno sperone di falesia, sul contrappunto di Haydn accumula silenzio infastidito; come al solito, il nostro ragioniere è in ritardo. Le riunioni importanti, ho imparato, si tengono in quota, mica in ufficio; le decisioni che ne conseguono sono grandi come la vastità di queste montagne. È la prima estate che lavoro con papà, mi tocca dopo un anno disastroso a scuola: il debito di quattro materie, la velenosa reprimenda del preside al culmine di una serie di scioperi che avevo eroicamente capeggiato per far colpo su una del quinto.

Ancora oggi che torno su queste cime, per lo svogliato giretto tra le proprietà di famiglia e le fustaie oramai non lavorabili, divorate dalla macchia, ritrovo il bofonchio graffiante del mio vecchio nell’aria, rivedo l’immagine del suo corpo agile, mai fermo, che salta giù dalla Uaz e corre sul dorso di uno sperone per passare in rassegna, nell’attesa, i suoi crinali dai nomi fiabeschi: Cozzo della Principessa, Passo del Vascello, Colle del Dragone. Sento ancora il suo commento sagace, di evidente presa politica: “Posti che rivelano i segni di un passato dignitoso e non da fessi!”

Quella mattina il ragioniere non è solo. Lo accompagna un tizio vestito di tutto punto, con la cravatta e lo scarpino della festa, assolutamente inadatti. Vengono dall’altro lato della montagna. Il tizio scende dal fuoristrada del ragioniere in punta di piedi e ha l’umore guasto, come chi ha voglia di trovarsi altrove: “Vederci in banca, Di Martino, le faceva proprio schifo?”

Mio padre non si scompone: “All’aria aperta, direttore, si ragiona meglio.”

Il tizio avanza incerto, lo sguardo perso nella vastità dell’altopiano. “Sarà…”, dice e aspira schifato dal naso. È tutto giugno che non piove e l’aria è pesante, impregnata del tanfo acidulo dei cavalli. “Veniamo al punto. Le garanzie della banca mica possono durare all’infinito”.

Mio padre continua a guardare impassibile verso gli alti pascoli, che sono già in fiore, mentre una foschia ametista comincia a dividere in lontananza le chiome degli alberi dai costoni. Non vede l’ora di riprendere la marcia, manovrare i comandi della sua poderosa teleferica. Ormai il suo lavoro non conosce alti e bassi, è un momento divinato, dopo anni di sacrifici, compromessi e incertezze, è venuto il tempo di raccogliere.

Di solito il ragioniere, nelle discussioni, faceva sempre da bordone: “Martedì mattina verranno protocollate le dimissioni dei consiglieri comunali. Per sicurezza le lettere sono state già depositate dal notaio una settimana fa. Scioglimento immediato del consiglio e elezioni in autunno. Ormai ci siamo”.

Mio padre chiede al direttore se la cosa può bastare. “Come garanzia?” risponde lui meravigliato, il sorriso scontroso di chi è abituato a dominare uomini e cose. “Staremo a vedere. Ma la faccenda è un po’ più complessa per il nostro Istituto, signor Di Martino”.

Non ne sarei così convinto”, dice papà, con una luce di diffidenza e di ironia. Si accende un’altra sigaretta, dalla Uaz arrivano le note di Haydn.

Una macchia nera di cavalli ci viene incontro; zebellanti, infastiditi dai tafani, il loro scalpiccio riempie di colpo l’ampiezza afona della radura. Sento ancora oggi il crescendo dei loro zoccoli, l’altipiano che trema. Quel rombo è preceduto da un polverone impastato di umidità che si allarga come una nuvola. È una corrente di muscoli tesi a fior di pelle e nervi tirati fino alle narici dilatate, mio padre li ha convocati con un fischio: comincia il capobranco a dare lo sgroppo, la sua criniera al vento è l’albero di maestra, femmine e giumente gravide lo seguono d’istinto, gli altri maschi di razza bardigiana, più tardivi nei riflessi e pacati, seguono la scia a grappolo, sbandando laterali; serrano le fila i puledrini, che aspettano fermi e guardinghi il posizionamento del gruppo o il tacito richiamo della madre e poi si dirigono, a piccolo trotto, nella stessa direzione dei grandi. Sembrano travolgerci: ettari su ettari macinati in pochi istanti, che i cavalli semibradi ripetono ossessivi da quando l’ombra della notte comincia a calare e sino al primo caldo del mattino.

Sa perché fanno così, direttore?”, chiede papà.

No, non lo so, Di Martino. Io tengo la barca a Procida e di casa sto a Salerno. Le montagne, se lo vuole proprio sapere, mi fanno venire l’ansia, i cali di pressione! Me lo dica lei”.

Provi!”
Il direttore storce il muso, fissa i cavalli con attenzione: “Per le mosche?”
Naaaa… Si chiama stress del cavallo; lo vede che le bestie sono disorientate, sperse? Per il poco spazio si cibano del proprio sterco e booom!”
Booom?”, fa il direttore.

Papà si porta due dita sulle tempie e fa un gesto eloquente: “Impazziscono, gli va in tilt il cervello. Solo i mandriani possono decidere di allentare o interrompere questa sofferenza”.
Ma se qui è tutto aperto?”
Sembra”, risponde lui ermetico, col mento all’insù.
E quindi?”

I cavalli cambiano posa, avvertono la tensione: si ammucchiano contro la roccia, tanto è il fastidio e la virulenza che pare vogliano spostarla. Una plumbea gravità scende sulla radura. Solitamente quando mio padre perde le staffe, mette sempre un po’ di malignità della voce, il malumore intorbida il suo sguardo, e il cambio di registro necessario è solo la chiave giusta per smontare la data staffa.

Guardi quanta montagna c’è davanti a noi? Io e lei dobbiamo solo decidere se rimanere come questi cavalli…” riprende papà con schiettezza, anche con una accentuata teatralità, come se gli piacesse farsi guardare mentre gioca l’ultima mossa “o prenderci, con la massima libertà, quello che di più è sprecato”.

Segue un calcolato silenzio. Il direttore si sente sperduto, guarda papà di sguincio, i cavalli impaurito.

Il ragioniere sgrana gli occhi, gli esce una specie di entusiasmo soffocato, avendo già macerato il concetto: “La cordata di prima non sapeva nemmeno dove mettere le mani”.

Papà è sempre più spazientito, lo capisco da come alza il bavero, una ruga d’inquietudine risalta sino alle tempie. Il direttore respira teso, tossicchia, poi con pallida fermezza: “A disposizione, Di Martino. Con un sindaco vostro, certamente le cose si sistemano. Nel frattempo imponete al comune di tenere i bandi aperti sull’assegnazione e la divisione dei pascoli, senza limiti e senza condizioni, così la Banca può lavorare alla prima tranche dei finanziamenti europei”.

Ragioniere?”

I contratti di locazione sono già pronti”.

Sta bene. Ora, voglia scusarmi ma abbiamo le maestranze al bivacco e le giornate in vetta, si sa, sono corte”, e andiamo via io e lui, battendo i piedi, in segno di convinzione e di allegria. Saltiamo sulla Uaz e riprendiamo il nostro traballante viaggio. L’orda dei cavalli sbuffanti ci insegue per un pezzo, poi torna indietro e prende a ripopolare l’immensa radura, come se un comando istintivo li avesse frenati.

Nel giro di due anni, mio padre divenne il padrone delle alture che tanto adorava; l’azienda si era ingrandita, il fatturato ci permetteva di trattare alla pari con le banche, senza sotterfugi e avventatezze politiche; potevamo blindare, in ogni comune, gli appalti dei piani forestali. Oggi è rimasto ben poco di quell’accumulo: il ragioniere, gli appezzamenti invendibili, le tagliate saccheggiate dal frodo. La montagna è tornata selvatica e inospitale, io sono sempre più solo qui in vetta.

Una sera che eravamo al bivacco, ancora impegnati a lavorare quel taglio fiorente, mio padre era uscito per il solito giretto di ricognizione. Era ormai l’ora di cena e lui non rientrava. Con gli operai lo cercammo fino alla teleferica. Lo trovammo disteso immobile in fondo alla sterrata del taglio, con la faccia immersa nel fango. Pioveva a dirotto e lui aveva toccato un filo di corrente scoperto. Lo stereo acceso nella Uaz, Haydn che andava in sottofondo. Pareva che ridesse, la Winston gli era rimasta incollata alle labbra: chissà quale convincente strategia d’uscita e quale felicità d’improvvisazione – pensai – aveva tirato fuori trovandosi al cospetto del buon Dio.


Vincenzo Corraro, insegnante, vive e lavora in Basilicata, sui monti del Pollino. Ha pubblicato il romanzo Sahara Consilina (Palomar – cromosoma y, 2004) e la raccolta di racconti Dimmi che c’entra la felicità (con Margi De Filpo, Ensemble 2016) Alcune sue storie sono apparse su CrapulaClub, Nazione Indiana, Zest – Letteratura Sostenibile. Ha partecipato all’antologia Anatomè – dissezioni narrative, a cura di Antonio Russo de Vivo e Andrea Zandomeneghi, Ensemble 2018.

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Prose selvatiche: Haydn | un racconto di Vincenzo Corraro