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C’è la scuola, la scuola come obbligo, come prigione mentale. Basterebbe questo. Come tollerare di mandarci degli esseri indifesi, di saperli chiusi là entro, la loro mente confusa messa a friggere in quelle sudicie padelle… Perché sappiamo quanto vigliaccamente li corromperebbero quei libri, quelle bocche, quella scienza. E come sottrarli? Dappertutto è scuola, il carcere scolastico ti segue come un agguato in qualunque posto.

(Pensieri del Tè, Guido Ceronetti, 1987 Adelphi

 

La scuola è al centro di molte riflessioni in questo periodo, anche di polemiche, sicuramente il ricorso alla DAD (didattica a distanza) con il recente lockdown, ha messo il luce molte criticità e ha imposto la necessità di un ripensamento organizzativo e di visione. L’innovazione didattica, la pedagogia inclusiva, le caratteristiche dei nostri tempi in accelerazione, le esigenze delle nuove generazioni (che paiono da un lato essere molto calate nel proprio tempo e dall’altro bisognose di un accompagnamento costante, presente e autorevole), sono terreni su cui scivolare è possibile se non si approccia l’intera questione tenendo conto della complessità del sistema e con una visione di lungo periodo. Il tema ne incrocia molti altri, la famiglia e la tenuta dell’economia, la fragilità del tessuto sociale, la scarsità di attenzione delle politiche degli ultimi decenni che ha eroso alla scuola e alle università la possibilità di una sopravvivenza delle loro funzioni. Possiamo dire che ne sia stata pervicacemente prosciugata la linfa vitale, quella sussistenza dignitosa che rende civile un Paese, al punto che sempre più spesso sono le famiglie a farsi carico di integrare le mancanze imbarazzanti che vanno dalle dotazioni per i bagni al materiale di lavoro, dalla sicurezza degli edifici alle attività integrative. E alle famiglie è toccato anche gestire i figli durante il confinamento, procurarsi computer e connessioni, supportare i figli. Ma stessa sorte anche per i docenti, migliaia dei quali precari la cui stabilizzazione, anche questa, ha visto litigare le parti politiche in modo a volte del tutto inconcludente.

[…] nel Paese dove in nome della Famiglia Tradizionale si fanno marce e convegni, è tradizione che per la famiglia non si faccia mai niente.

                      (M. Gramellini, 18 aprile su Il corriere)

Perché parlare di scuola su un portale che si occupa di ecologia, questioni climatiche e letteratura? Perché la coscienza ecologica, l’idea di rispetto è insita nei modelli educativi, perché le interconnessioni nei microcosmi scolastici replicano quelle relazioni di eco-coesistenza che abbiamo con il mondo esterno e che ci garantiranno la sopravvivenza. Eppure sono proprio gli adolescenti a darci un esempio con le loro coscienze vivaci e volenterose. Non sono bamboccioni come si ebbe incautamente a definirli anni fa, e neppure bambocci da plasmare muovendo due fili attaccati alle loro spalle. Queste spalle, sebbene ancora fragili, hanno dimostrato di poter sfondare il muro di una indifferenza a cui ci siamo abituati da adulti. Pensiamo a Greta Thunberg, la ragazzina con le trecce che fa impallidire i potenti della terra e che grida “Come avete osato? Ci avete rubato i sogni” durante il suo commovente discorso alle Nazioni Unite. All’inizio di quel discorso Greta rivendica “io oggi dovrei essere a scuola” e non dimentichiamo che il movimento Fridays for future da lei fondato prende avvio dal fatto che un giorno alla settimana, il venerdì appunto,  Greta scioperava dalla scuola per il pianeta. Ora perché il modo di protestare per il clima è lo sciopero dalla scuola?  A parte le facili battute, la lettura più profonda di uno dei pochi movimenti giovanili che fanno sperare in una rivitalizzazione intellettuale foriera di cambiamento, di cui avevamo perso le tracce, è che la scuola è sempre il punto di partenza, è uno dei perni su cui si muove nel bene o nel male l’inizio della vita futura. Se essa sarà una buona scuola, sebbene rinnegata o discussa essa farà crescere buone persone. Determinerà comportamenti ecologici intesi come vissuti in armonia con la bellezza delle cose e del mondo.

Una scuola senza fondi non conta niente. E mi pare che la politica non abbia intenzioni in questo senso. Sono d’accordo con il 5 in condotta, è giusto che siano sanzionati atteggiamenti violenti, irrispettosi. Ma mi sembra un’operazione demagogica: non si può chiedere alla scuola di andare in una direzione opposta rispetto alla società. In più, oggi i genitori percepiscono la scuola come un negozio, dove il figlio è il cliente da soddisfare. Sempre.


La frase sopra è di Antonio Scurati, apparsa in un articolo del 2009 sul Il corriere della sera .

Cosa è successo da allora? Abbiamo fatto una chiacchierata con il Prof. Agostino Roncallo, docente di lettere a Verbania, e che ringraziamo, autore di un libro dal titolo La scuola perduta in cui passa al vaglio alcune delle criticità della scuola dandone una sintesi a volte anche dura e rivelando una passione per una professione in cui pone al centro l’individuo, i suoi talenti, il senso di giustizia e la società futura.

Nel suo libro esemplifica, in una frase, il concetto di democrazia, delinea un’attitudine per cui si “debbano amare gli studenti che pensano ed esprimono le proprie idee, anche se esse dovessero risultare critiche nei confronti del docente o dell’istituzione scolastica.” Ma è ancora possibile nella scuola dare forma alla democrazia, permettere agli studenti di coltivare un pensiero proprio, libero da condizionamenti, che sia comparabile, e in armonia, con altri pensieri e opinioni?

Non credo di esagerare dicendo che oggi, nel 2020, le parole “democrazia” e “scuola” hanno perso ogni legame di parentela. Un’immagine di facciata presenta la scuola italiana come un modello di benessere e pari opportunità. Ma è un’immagine falsa. All’interno, il sistema di trasmissione delle conoscenze è ferocemente verticale e probabilmente più idoneo a un regime dispotico piuttosto che a una democrazia. Dare forma alla democrazia all’interno della scuola sarebbe possibile oggi a una condizione: la consapevolezza a livello istituzionale dell’importanza del libero pensiero nei processi di insegnamento/apprendimento. Non molti anni fa, con la firma dei “Protocolli di Lisbona” nel 2001 da parte del ministro dell’istruzione Fioroni, si era aperta una porta in questa direzione: il filosofo Edgar Morin era diventato consulente del ministero e l’innovazione delle “competenze” e degli “assi culturali” aveva fatto sperare in una svolta democratica. Mentre gli “assi” mettevano in crisi le barriere disciplinari, le “competenze” restituivano agli studenti il diritto di pensiero e di parola, perché “competente” non è solo l’alunno che studia e ripete ma colui che interpreta, che scardina idee preconfezionate sulla base di esperienze scolastiche ma anche extrascolastiche. Ma il progetto è fallito: gli “assi” non hanno avuto seguito e il concetto di “competenza” è stato depotenziato fino ad assumere altri significati. Una delle cause del fallimento è rappresentato dalla reazione corporativa degli insegnanti che hanno sentito minata la loro autorità e una condizione di privilegio, quella di essere detentori di un sapere granitico e indiscutibile da riversare comodamente nella mente dei ragazzi: mettersi in discussione o, peggio, ammettere di “non sapere”, richiederebbe al docente molte energie e una disponibilità che nel presente non esiste più. Così, nel quotidiano rapporto insegnante-alunno, la dialettica si risolve esclusivamente in domande “illegittime”, domande cioè di cui il docente sa già la risposta. Ma perché fare domande se le risposte sono già note? Sembra un paradosso. Una vera domanda, una domanda quindi “legittima”, è quella di un docente che vuole imparare dai suoi alunni, un docente che non pretende di avere tutte le risposte possibili nella mente, che sa accogliere le idee dei ragazzi e le valorizza, facendole diventare, a dispetto di una cultura libresca, esse stesse oggetto di studio.

Ciò che lei racconta sul mercato dei libri di testo, sulle gite scolastiche, sull’alternanza scuola lavoro, fa pensare a uno studente “cliente”, suo malgrado inserito in un meccanismo fuorviante e in antitesi rispetto a dei valori, anche costituzionali, che dovrebbero essere fondativi in un contesto educativo. Sempre riferendosi alla carta costituzionale, lei ritiene che, attualmente, corrisponda alla realtà dei fatti una scuola “democratica e aperta a tutti”?

Chi parla oggi di una scuola “democratica e aperta a tutti” altro non è che un ipocrita. Alle istituzioni gli studenti oggi interessano solo in quanto “clienti” per tenere in vita, in un periodo di recessione, i mercati dell’editoria, dei viaggi, delle aziende. Le famiglie spendono molti soldi per cose assolutamente inutili, che nulla hanno a che fare con l’istruzione e di cui si potrebbe fare tranquillamente a meno. Tali famiglie hanno enormi difficoltà a sostenere spese per le gite, per i libri, per gli strumenti informatici: esiste certamente la possibilità di avere dei sussidi ma questi ultimi, forse perché la disponibilità non sarebbe sufficiente, non sono incoraggiati né incoraggianti al punto che molte famiglie ritengono umiliante avvalersene.

Ma consideriamo nello specifico gli esempi che lei porta: per ogni figlio la spesa dei libri di testo può arrivare a 500 euro ogni anno per volumi che sono utilizzati solo in minima parte e rendono gli zaini pesanti come il piombo. A ciò si aggiunga che gran parte dei contenuti sono gratuitamente disponibili in rete. Certamente ci sarebbe la possibilità di scambiare libri usati se non fosse che, a partire dall’epoca del governo Ciampi, gli editori hanno la possibilità di fare edizioni sempre nuove, spostando qualche pagina o aggiungendo contenuti superflui: in questo modo il prezzo aumenta e, per esempio, un fratello non può passare i suoi libri alla sorella più piccola. Il discorso non è molto diverso per le gite che vengono orientate verso mete sempre più lontane e costose, al punto che alcune famiglie decidono di tenere i figli a casa in barba alle pari opportunità. Calerei infine un velo di pietà sulle esperienze di alternanza scuola-lavoro durante le quali spesso gli studenti vengono utilizzati in sostituzione del personale dell’azienda per svolgere le mansioni più umili e non conformi all’indirizzo di studio.

Lei afferma: se i bambini facessero una “grammatica”, essa sarebbe incomparabilmente più vera, più viva, più utile di ogni altra. Come se la immagina questa grammatica? In che modo “rivoluzionerebbe” la lingua italiana?

Più che “rivoluzionarla” i bambini e i ragazzi riporterebbero la lingua alla sua autenticità originaria. Le grammatiche scolastiche infatti, sono un “falso”. Riconducono a un certo numero di regole un sistema complesso come quello linguistico confinando ai margini delle pagine, in appositi riquadri, le presunte “eccezioni” che confermerebbero l’esistenza della regola. Questi libri non possono e non vogliono dire la verità e cioè che le eccezioni sono così tante da mettere in crisi l’esistenza di qualsiasi regola. Ammettere questo significherebbe non poter più scrivere un libro di grammatica, e soprattutto non venderlo. Da qui la volontà di spacciare una lingua per quello che non è. Qualche tempo fa mi è capitato fra le mani un libretto di Alfredo Panzini del 1933, dal titolo Grammatica italiana (recentemente ristampato da Sellerio). Ebbene in quel volumetto, dopo alcune pagine iniziali con le norme, vi era il Prontuario delle incertezze che occupava la quasi totalità del libro. All’epoca Panzini non aveva motivo di nascondere la verità e il suo non era un libro per la scuola, ma un saggio.

Cosa fanno dunque bambini e ragazzi nelle loro esperienze sulla grammatica: partendo da una frase traducono in oggetti concreti ciò che leggono. Si scopre allora che i soggetti sono lampade, i verbi dei ponti, i pronomi giocatori di rugby, i punti dei semafori, gli aggettivi dei colori, le congiunzioni dei pezzi di corda. Le lingue sono nate così: i più antichi testi scritti contengono pittogrammi che rappresentano immagini di oggetti riconoscibili. Una lingua è lo specchio del nostro vivere quotidiano.

Una grammatica scritta dai giovani la immagino divisa in capitoli, ognuno dei quali ha per titolo una parola, una frase, un periodo. Da qui si svilupperebbe un discorso che porterebbe a riflettere non solo sul nostro linguaggio ma sulla nostra stessa vita. Anni fa, con l’editore Zanichelli, ero vicino a un progetto del genere che tuttavia non fu poi approvato per ragioni indubbie: nessun insegnante avrebbe mai adottato un libro del genere. “Gli insegnanti hanno paura della novità” mi spiegò, non senza ragione, l’editore.

Trovo che il decalogo (scritto da dei maturandi) che lei riporta in appendice a La scuola perduta sia sconsolante: rimanda un senso di rassegnazione, come se gli studenti (formalmente già adulti, 18enni e più) abbiano messo in conto di dover affrontare un mondo superficiale, gretto, che subdolamente boicotta il libero arbitrio.

Sì, gli studenti provano rassegnazione e talvolta rabbia. E l’esame di maturità è il degno corollario di un percorso che umilia lo studente in quanto “persona”. Gli imperativi per i commissari sono due: non avere grane (cioè ricorsi) e andare in vacanza al più presto. Stando così le cose, da un lato diventa troppo impegnativo apprezzare il “pensiero divergente” di chi ha veramente delle capacità e dall’altro si finisce per promuovere anche chi non sa niente. Una mediocritas per nulla aurea. Gli studenti tutto questo l’hanno colto benissimo e il consiglio migliore che si può dar loro in vista dell’esame è quello di non esprimere idee personali o originali ma di limitarsi a quello che la commissione vuole sentirsi dire, confermare e approvare eventuali osservazioni.

Un esempio: nell’ultimo anno delle superiori i temi maggiormente trattati in sede d’esame sono i fascismi, la guerra, lo sterminio, la resistenza. Su tutti questi la memoria non è più un “volere” ma un “dovere”, e le cose da dover dire e ricordare sono poche, precise, e indiscutibili. Non bisogna uscire dai binari. Nel recentissimo volume I guardiani della memoria, Valentina Pisanty sottolinea proprio il paradosso di una società democratica che impone, in modo del tutto non democratico, per es. la sacralità della testimonianza di chi ha vissuto la Shoah, mentre nuovi e diffusi movimenti neofascisti rivendicano democraticamente il diritto di parola. Un paradosso che fa riflettere.

Nel 2017 l’Italia ha investito nell’istruzione pubblica il 7,9 per cento della sua spesa pubblica totale, risultando ultimo in graduatoria fra gli Stato membri dell’Unione Europea (fonte Eurostat). Mi pare un dato che al di là dello sconcerto, di una forma di indignazione, susciti una certa perplessità, come trovarsi di fronte a una realtà inspiegabile e domandarsi: perché proprio il nostro paese?

In effetti la spesa pubblica per l’istruzione in Italia, sia in percentuale del PIL (3,8%) che in percentuale della spesa pubblica totale (7,9%), è stata tra le più basse dell’UE nel 2017. In alcune scuole manca perfino la carta igienica. L’Italia ha indubbiamente un “debito pubblico” molto alto, superiore a quello greco, e l’assenza di liquidità limita gli investimenti nel settore pubblico. La scomparsa del “quantitative easing” e la recessione conseguente all’emergenza Covid non porterà certamente a un miglioramento della situazione, semmai a un peggioramento. Ma non so se qualcuno si rende conto dei rischi che la scuola corre a causa di strutture spesso fatiscenti. La Provincia, un fantasma (in quanto formalmente inesistente) che ha in carico la gestione delle scuole, non ha i fondi per la messa in sicurezza degli edifici e il rischio di crolli o incendi è all’ordine del giorno. Si pensi al sistema antincendio: porte tagliafuoco inesistenti, uscite di emergenza insufficienti, dimensione inadeguata delle aule, estintori scaduti, tutto non è a norma. I dirigenti chiedono l’intervento della Provincia e quest’ultima chiede finanziamenti che non arrivano: cosa fa allora l’istituzione? Obbliga con decreto i dipendenti a trasformarsi in altrettanti “addetti antincendio”. Ho visto ultrasessantenni cimentarsi nel lancio di pesanti manichette o imbracciare grossi estintori. Che cosa possa succedere in caso di vero incendio, non è difficile da immaginare.

Nel capitolo Due film indesiderati critica piuttosto duramente l’impostazione “educativa” espressa nei due film L’attimo fuggente di Peter Weir e La classe di Laurent Cantet. Inutile ricordare come L’attimo fuggente, in particolare, grazie all’interpretazione di Robin Williams, sia penetrato nell’immaginario cinematografico e in certo modo di pensare all’insegnamento e all’istituzione scolastica. Le domando: cosa c’è che non va nel professor Keating, cosa c’è di sbagliato nel suo modo di relazionarsi con gli studenti?

L’operato di Keating è doppiamente sbagliato: sia rispetto alla situazione in cui si trova, sia rispetto al messaggio che arriva fino al presente.

Nel primo caso questo professore si trova a lavorare in un collegio del Vermont nel 1959, riservato a una élite di famiglie aristocratiche e molto ancorato alla tradizione. Il cosiddetto “capitano” conosce i valori di quel collegio visto che lì si è laureato a pieni voti e nonostante questo, con enorme presunzione, entra a gamba tesa per stimolare nei giovani non il “libero pensiero” ma una libera espressione “individuale” che in quel contesto non poteva che portare al fallimento, cioè all’espulsione di Nuanda, al pestaggio di Knox e infine al suicidio di Neil.

Nel secondo caso il messaggio che arriva a noi, nel presente, è decisamente fuorviante. L’esercizio di un pensiero libero e democratico deve nutrirsi di studio rigoroso, di confronto tra idee anche diverse dalle proprie, di ponderatezza nelle decisioni. Tutto il contrario di quanto fa Keating che, all’insegna di un illusorio “carpe diem”, arriva a far strappare le pagine del libro di testo che non condivide. Sostengo con forza che occorra sempre rispetto per le idee altrui e lascio volentieri ai regimi autoritari il compito di bruciare i libri. I libri sono pieni di idee che un docente può ritenere sbagliate, ma occorre ugualmente suggerire ai ragazzi di affrontare la lettura, di farsi idee proprie, al fine di confrontarle e discuterne assieme. Per capire i crimini del nazismo per esempio, ben venga anche la lettura del Mein kampf. Quanto al “carpe diem”, ci tengo a dire quanto oggi sia importante invitare i giovani a riflettere prima di agire, comprendere le conseguenze di un gesto, far capire perché un sasso non vada tirato giù da un cavalcavia. Penso che il regista Peter Weir, raccontandoci il dramma di Nuanda, Knox e Neil, abbia voluto farci capire tutto questo.

Rimane un mistero: perché Keating ha colpito l’immaginario degli insegnanti? Ho la sensazione che questi ultimi soffrano di un complesso edipico e capiscano quanto ormai i giovani siano ormai lontani da un mondo adulto poco democratico e poco rispettoso, in cui non si riconoscono. Forse i docenti vorrebbero avere lo stesso “appeal” del “capitano” e lo scimmiottano in modo a dir poco patetico.

Per quale balzana ragione dunque, bambini e adolescenti non possono far propria la conoscenza? Risposta: perché qualcuno non vuole, ancor oggi la cultura fa paura al potere. E l’INValSI (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione) è lì, a dimostrarlo con i suoi test: essi altro non sono che la dimostrazione di come la conoscenza non sia il risultato di un percorso soggettivo ma semplicemente uno standard cui attenersi.” Sono parole sferzanti, che a me hanno fatto ricordare il concetto di mutazione antropologica, di erosione dell’individualità, elaborato da Pier Paolo Pasolini negli anni settanta del novecento.

Trovo che sia gli Scritti corsari che le Lettere luterane di Pasolini conservino una forte attualità. L’invisibile rivoluzione conformistica che porta i desideri di ogni individuo a mimetizzarsi, tocca oggi il suo apice, al punto che anche il sindacato, pur assai attivo negli anni settanta, è ormai afono all’interno delle scuole. Il verbo “mobilitarsi” non esiste più. Pasolini constata che dopo lo spegnimento dei fermenti ideali (post-resistenziali) e dell’ottimismo che avevano operato negli anni Sessanta è rimasto un vuoto, una desolante incertezza. Anche nella scuola, come nella società, si aggirano per i corridoi figure annientate di insegnanti che non sanno ascoltare o leggere, ma solo parlare o scrivere, attività queste ultime che soddisfano il loro edonismo. Tutti ormai scrivono libri ma i lettori diminuiscono sempre più e i pochi libri letti, ben in vista nelle librerie, sono idonei alle spiagge, agli ombrelloni, o al cesso perché, per più di un motivo, quello è il loro luogo più consono. Si provi a chiedere a un docente di lettere se ha letto nell’ultimo anno un libro di un autore contemporaneo: la percentuale risulterà irrisoria. E l’edonismo è sempre più marcato sia nelle aule che al di fuori: ogni scuola, ogni insegnante, sbandierano progetti bellissimi, applauditi, concorsi vinti, olimpiadi di matematica e di italiano, perfino gare di dibattito filosofico. Un mondo dorato. È lo stesso mondo dell’intellighenzia che partecipa ai festival letterari, fatti di aperitivi con l’autore, di colazioni con l’autore, di Tè letterari, di presentazioni con rinfresco. La cultura abbinata al cibo è la manifestazione tangibile di un mondo perduto in cui leggere e scrivere significava anche rabbia, sofferenza, dolore. Ho sognato un festival letterario vero, svolto in una cantina polverosa, dove si soffra la fame e la sete. La cultura oggi

[…] seduce in maniera anodina, discreta e soffusa perché, se da un lato ha i tratti moderni della tolleranza, della permissività e dell’edonismo, dall’altro, al contempo, ha anche invisibili tratti repressivi. (P. P. Pasolini, Il genocidio, in «Rinascita», 27 settembre 1974).

La burocrazia porta, nella scuola, a una svalutazione delle competenze, a un’impossibilità di dialogo e di confronto sulle problematiche. Pacifico occorra un cambiamento di rotta. Ma da dove partire? Quali valori mettere in primo piano per riformare la scuola nel nostro paese?

Due verbi da cui ripartire, leggere e ascoltare, al fine di riportarli al loro significato più autentico. La lettura di un libro, di un passo, non è un dovere, non una consuetudine, non un omaggio a un autore sacro e intoccabile. La lettura è violazione che dissacra il pensiero altrui ma anche le nostre certezze. La parola è gioia e dolore ma occorre a tutti costi sentirla quella parola e appropriarsene, avvertire come risuona dentro di noi, quale significato assume in ciascuno. Da lì, e solo da lì, può iniziare il dialogo. Cosa ne pensate voi, ragazzi? È triste pensare cosa sia diventata la lettura: ho visto insegnanti gioire perché nel corso dell’estate gli alunni avevano letto un libro che, se non poteva forse dirsi pornografico, era per una questione di sfumature. E l’ascolto, il vero ascolto è essere nell’altro, vivere le sue verità e restituirle, riconoscendone il valore. Invece, in classe, chi è sulla cattedra parla e parla, non gli sembra vero di avere così tanti uditori che magari chissà, prendono anche appunti. Ma nessuno ascolta più i giovani, e parlo dell’ascolto vero, quello che potrebbe modificare le convinzioni di un adulto frustrato che si sente importante solo perché ha un uditorio davanti a sé.

Capitolo DAD: tiriamo le somme.

Vent’anni fa, con il progetto Polaris nato nato da un accordo MPI-CNR, il primo progetto di formazione a distanza degli insegnanti, mi resi conto di alcuni punti di forza e debolezza del sistema. Tra i punti di forza vi era quello di rendere possibile un dialogo continuo tra persone che geograficamente erano molto lontane e diversamente non avrebbero potuto discutere assieme. Si parlava all’epoca di FaD (Formazione a Distanza). Di quei punti di forza la Didattica a Distanza non ne raccoglie nessuno in quanto si configura come un palliativo della didattica in presenza. E tra presenza e distanza, va da sé che è preferibile la presenza, soprattutto per la possibilità di intendersi con gli sguardi e con i gesti. Un rapporto interpersonale vive in stretta relazione tra interiorità e fisicità esteriore, un cenno del viso è a volte sufficiente per capirsi. Ma anche ammesso che tutti gli studenti abbiano la videocamera accesa, i nostri occhi finirebbero per avere una visione frammentaria e parziale del gruppo-classe, costituita da tante inquadrature ognuna limitata a un ristretto campo visivo. Se poi i protagonisti non fossero particolarmente motivati si avrebbe una sorta di “Didattica in Assenza”, con docenti che parlano senza sapere se qualcuno è in ascolto. Ma in fondo, la DaD piace a tutti: a docenti e studenti per la comodità di un lavoro da casa, in “smart-working” come si usa dire con un penoso anglicismo, a dirigenti e amministratori perché deresponsabilizza: non più rischio di infortuni, non rischio di crolli o incendi, non di ricorsi delle famiglie. Un paradiso. Una scuola sicura, garantita, che promuove tutti. Chissà se a Settembre di questo 2020 ritorneremo nella aule.


domande a cura di Paolo Risi.

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