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leda borghiRicette di un ragazza perbene | Leda Borghi
Tra le righe Libri

 

La cucina è il filtro della vita: mette a fuoco il senso di appartenenza

Ogni lettore che si rispetti (e con questo intendo che legga almeno 20 libri l’anno) ha i suoi riti, qualche volta inconsapevoli.
Il mio da sempre è – prima di acquistare o iniziare la lettura di uno da recensire come in questo caso – quello di scorrere fino in fondo alla ricerca dei ringraziamenti. Se c’è il solito elenco prolisso fintamente narrato già un po’ mi dispiace se il titolo o l’autore mi hanno incuriosito; quando invece scopro la possibilità di costruirmi una prima idea di stile ecco, divento perfino più morbida se dovessi incappare in una scrittura poco accattivante.
In quelli della Borghi – che invito a leggere per scoprire il percorso che l’ha portata alla scrittura del testo – spunta un “non addetto ai lavori”: il professore di disegno dal vero Remo Remotti, “per aver tentato – scrive lei – di insegnarmi a vedere invece di guardare”.
Questo il mio click interiore, quello che mi ha fatto desiderare di tornare alla prima pagina e vedere cosa offriva il menu. Sì, perché dopotutto i ringraziamenti in un libro non sono troppo diversi dagli antipasti dei ristoranti “Gran Gourmet”: in entrambi i casi servono a valutare le potenzialità creative.
E del resto, di una vita tra i fornelli parla Leda Borghi nel suo “Ricette di una ragazza per bene”, agile guida che incrocia sapori nostrani ed etnici suggerendo associazioni innovative, e non solo. Le oltre settanta proposte sono infatti divise non per classiche categorie di un libro di ricette quanto per temi (Ritorni, Sensi, Convivio, Donne, Estate) ed emozioni (Legami, Mamma Roma, addio, Insostenibile Leggerezza). Ogni capitolo infatti, si apre su un racconto e una finestra della memoria da cui la stessa Borghi lascia filtrare le immagini più care.
Ed è così che nel capitolo “Legami”, la mancanza di Dimitri, l’amico omosessuale prematuramente scomparso, narra di un rifiuto, ovvero l’impossibilità di replicare quei piatti condivisi nella minuscola casa di studenti, per poi divenire accettazione e infine filtrare “quel che resta di buono”. Nel gioco di associazioni gastronomiche dunque, l’insolita salsa a base di patate, aglio e aceto di vino bianco dal sapore pungente e deciso come quello di un’assenza, cede verso ricette più elaborate, il “Timballo di melanzane” o gli “Involtini di riso in foglie di vite” che si arricchiscono di spezie – noce moscata e cannella – o sfumano nell’agrodolce con menta e uvetta di Corinto, per poi terminare l’itinerario del periodo con un tipico dolce della tradizione greca (Dolce di pasta fillo e frutta secca) il cui ingrediente essenziale, il miele, rappresenta la dolcezza di una ritrovata unione.
La struttura si ripete simile fino alla fine e si completa con un percorso enologico che la stessa Borghi ha compiuto con l’aiuto del maestro sommelier Emiliano De Venuti, adatto soprattutto a destreggiarsi in un mondo – quello del vino e delle sue corrette associazioni – che parla una lingua a sé.
Dall’aspetto pratico a quello più romantico è quello che sulla pagina, prima che in cucina, ci fa incontrare l’autrice: volti prima sfocati probabilmente anche nella sua mente (o così ci fa abilmente credere) che sembrano finalmente trovare un contorno con il filtro della parola scritta. Dall’ascetica amica Lucrezia, fuggita alle infervorazioni delle contestazioni studentesche, alla vivaista troppo glamour che a fatica si spinge nell’ordinazione di una specie di rosa in disuso: la Dorothy Perkins, pregna di un’infanzia di odori indelebili. Si ritrova il fascino del professor Remo, e più tardi, nell’età adulta, il senso di inadeguatezza dell’essere madre e il degrado gastronomico che segue nell’immediato, per poi essere catapultati di nuovo indietro, fino alla spensieratezza non vissuta di nonna Diletta, progenitrice di un senso di appartenenza che si concretizza in quella copiosa eredità che è la “salsa di cren”, ovvero il rafano. Una radice.
Ricette dagli ingredienti non sempre semplici (il kefalotiri, un particolare pecorino, ne è un esempio), ma alle quali si accompagnano sempre rapide e altrettanto efficaci sostituzioni.
Non c’è una logica, non potrebbe esserci nel flusso di sentimenti che faranno inevitabilmente nascere il desiderio di mettersi ai fornelli. I motivi sono almeno due: il primo è la presenza di originali preparazioni come i “Bicchierini di gorgonzola, pere e gelatina di passito” o la “Pavlova di corsa”, il secondo quel senso di magia che pervade tutte le passioni che riescono a farsi strada e diventare “mestieri”; si tenta di far vivere quell’altrove che dopotutto è il senso (o il sale) della vita: l’immaginazione a cui per pochi, brevissimi momenti, è sottratta ogni logica.

Alessandra Nenna

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