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Settembre 1972, Imre Oracvez
Anfora edizioni 2019

di Emanuela Chiriacò


Settembre 1972: […] quest’opera è iniziata come una sorta di confessione destinata al cassetto, come un diario senza date.

Nella prefazione, Imre Oravecz rivela la genesi dell’opera di Settembre 1972: dopo aver accumulato dei foglietti datati in un cassetto e averli lasciati sparsi come brandelli di un sogno indecifrabile, nel momento in cui li ritrova e li rilegge, capisce di voler dare loro una forma. Inizia così il suo esercizio di ricostruzione che porta a un lavoro composto da testimonianze, profonde riflessioni universali, pensieri felici e non, che accompagnano la vita quotidiana e che trasforma in capitoli brevi. Novantanove per l’esattezza, ognuno lungo più o meno venticinque righi in cui adagia parole che hanno la pura e semplice ambizione di dire le cose così come sono, come sgorgano naturalmente dalla sua scrittura grigio chiaro come il tratto della matita usata e il disagio che racconta.

La nascita di un amore che sembra eterno finché permane e il tragico della fine.

Settembre 1972 è un percorso complesso in cui l’uomo e l’autore si incontrano e si scambiano di ruolo per porre argine alla valanga dei sentimenti persi e riscoperti, e lavorare a una finitura consapevole. Da questa danza delle spade nel cuore riemerge lo scrittore, che dopo aver scandagliato il passato attraverso un processo che punta alla risoluzione interiore, può mostrare al lettore, senza indugio e senza paura, la possibilità di scoprire cose ignote e, lasciargli uno spazio interpretativo sulla base del suo vissuto personale.

Il passato al setaccio cade polveroso come la sabbia di un mandala sulla carta e l’autore analizzandolo gli dà una forma poetica. Ogni capitolo prende il titolo delle parole di apertura del testo; nel primo appare la donna amata, una donna raccontata in tutte le sue sfaccettature: meravigliosa, banale, insopportabile, aggraziata con la quale ha punti di forte convergenza, reciprocità, dualità, equilibrio. Il tu diventa lei e si fa uguale e contrario come se applicasse il terzo principio della dinamica amorosa, in un gioco di antinomie che fanno pensare al sonetto CXXXIV del Canzoniere di Petrarca

Pace non trovo e non ho da far guerra
e temo, e spero; e ardo e sono un ghiaccio;
e volo sopra 'l cielo, e giaccio in terra;
e nulla stringo, e tutto il mondo abbraccio.

Tal m'ha in pregion, che non m'apre nè sera,
nè per suo mi riten nè scioglie il laccio;
e non m'ancide Amore, e non mi sferra,
nè mi vuol vivo, nè mi trae d'impaccio.

Veggio senz'occhi, e non ho lingua, e grido;
e bramo di perire, e chieggio aita;
e ho in odio me stesso, e amo altrui.

Pascomi di dolor, piangendo rido;
egualmente mi spiace morte e vita:
in questo stato son, donna, per voi.

Nel saggio intitolato Dell’amore (Garzanti), scritto dopo un’esperienza tormentata e dolorosa, Stendhal definisce l’amore una potenza che travolge e trasforma, quasi una malattia che cattura il cuore attraverso il fenomeno della cristallizzazione. Dall’ammirazione si passa alla gioia, dalla gioia nasce la speranza: quella di conquistare e possedere l’oggetto del desiderio, che accende la brama del piacere da cui nasce l’amore. È la prima cristallizzazione compiuta nella quale si insinua l’inevitabile dubbio (l’uomo si chiede se potrà mai piacere alla donna che desidera mentre la donna si domanda se l’affetto è sincero e duraturo). La seconda cristallizzazione si compie quando al posto del dubbio si consolida la sicurezza di essere contraccambiati, e la sensazione è che senza l’amato, si possa morire. E Stendhal, reduce da una delusione e immerso nella disperazione del suo amore non corrisposto, confessa che, per lui, l’esito non può che essere una profonda delusione. Come se volesse dirci che l’unico sentimento che fa durare l’amore è la paura di perdere la persona amata e quando subentra l’abitudine, la fiamma si affievolisce e si spegne.

Anche Sylvia Plath nella sua poesia Canzone d’amore di una ragazza folle (1951), ci dice che la mente si riempie delle immagini personali che proiettiamo sulla persona amata, rendendolo un ideale

Io chiudo gli occhi e tutto il mondo muore;
Schiudo le palpebre e tutto rinasce.
(Sono convinta di averti inventato.)

Le stelle escon danzando in blu e rosso,
Oscurità arbitraria entra al galoppo:
Io chiudo gli occhi e tutto il mondo muore.

Sognai che mi stregavi nel mio letto
M’incantavi e baciavi alla follia.
(Sono convinta di averti inventato.)

Giù Dio dal cielo, spenti i fuochi inferni,
Fuori Serafini e schiere di Satana:
Io chiudo gli occhi e tutto il mondo muore.

Speravo che tornassi, l’hai promesso,
Ma ora invecchio e dimentico il tuo nome.
(Sono convinta di averti inventato.)

Dovevo amare un uccello del tuono:
Quelli tornan ruggendo a primavera.
Io chiudo gli occhi e tutto il mondo muore.
(Sono convinta di averti inventato.)

Imre Oravecz ci regala dunque un testo che si impone dalle prime pagine per bellezza, forza e lirismo febbrile. Si capisce che l’autore mette il suo vissuto in ogni parola, che ha bisogno di analizzarlo e, di scandagliarlo impietosamente. Scrive in prima persona ma questa prima persona indipende da lui, è autonoma, decomposta in diversi personaggi verso i quali non sembra essere sempre solidale; e scrive fino allo sfinimento. Quasi esausto, la sua forza risiede nella qualità della scrittura non nella suspense, nell’impianto originale dell’opera, nel ritmo sostenuto, inebriante e ripetitivo che cattura, nell’intelligenza dell’analisi.

L’autore evoca, analizza, ricostruisce, reinventa i ricordi o i fantasmi dell’abbandono della donna amata. Le impressioni, gli aneddoti, i fatti si caricano improvvisamente di significato e compongono un puzzle. Momenti di scoperta di una felicità insperata, di una rivelazione intravista, folgorante nella sua destrutturazione e decomposizione. Scrivendo si abbandona alla disperazione, e la raccolta diventa commovente, pregnante.

Tra dolori, gioie, ossessioni, Oravecz usa ripetizioni, anafore, opposizioni, immagini speculari, figure stilistiche, che generano una sorta di lirismo discreto e musicale che invece di atterrire, convince. La sua ricerca stilistica originale non lascia spazio a dubbi sulla volontà dell’autore di avvicinare parole e cadere dentro il baratro emotivo che sottendono, procurando una vertigine da caduta che teme e anela al contempo

[…] nella mia immaginazione ti ho incontrata ancora tante volte, ti ho chiamata, ti ho salutata, mi sono presentato, ho fatto allusioni, ho insistito, mi sono opposto, ho proposto, ho chiesto, ho suggerito una data, ho accettato, ho promesso, sono stato contento, mi sono tranquillizzato, mi sono preparato, ho aspettato, al suono del campanello ho fatto un balzo[…] (Dopo che ci siamo lasciati).

Imre Oravecz annulla il tempo e lo rende una variabile aleatoria. Siamo in uno spazio indefinito che inizia con un incontro collocato all’inizio e si conclude con la rottura, la terra straniera di un aldilà terreno. Il lettore è dunque nella condizione di ricostruire la storia e qualunque sia la sequenza e la progressione degli episodi che formano il corpo dell’opera, convergono verso la consapevolezza che l’amore è stratificazione, trasparenza leggibile da tutte le angolazioni ma impossibile da sbrogliare, né ricondurre a uno svolgimento cronologico. La sua disperazione amorosa è atemporale. La densità di quella disperazione culmina con la fine della speranza, con la rassegnazione.

Come nella poesia di Paul Eluard Le temps déborde il tempo decresce, si annulla, non guarisce ma comporta solo la rinuncia

quando rinuncerò anche a te e non ci sarà più né passato, né presente, né piacere, né sofferenza, e non ci sarai nemmeno tu, perché non vorrò che tu ci sia, ci sarà solo un futuro, bello e impietoso.
Senza falso pudore, eppure con pudore, il poeta Imre Oravecz si libera del dolore con coraggio, disarmante semplicità e sincerità. Non si risparmia, non si sottrae a nessuna verità, non si concede indulgenze o consolazioni. Per l’autore conta solo il libro, il poema in prosa che non può sottrarsi dallo scrivere; plasma la materia linguistica, la modella e la lega alla disperazione con una sorta di barbottina narrativa.

La traduzione di Vera Gheno cristallizza l’universo lirico e musicale di Imre Oravecz e ce lo restituisce nella sua abbacinante bellezza tanto da dimenticare durante la lettura che l’opera non sia stata concepita in italiano.

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Settembre 1972 | Imre Oravecz