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img_costa-e1457437346931Simone Costa è l’autore del romanzo Precipitare pubblicato da Bordeaux Edizioni e recensito da ZEST qui.

Abbiamo rivolto qualche domanda a Simone Costa che ringraziamo per la disponibilità.

1) Simone, sei redattore in un importante tg nazionale e descrivi con  poca indulgenza una parte del mondo televisivo, fra scorrettezze e vizi  assortiti… c’è una volontà di denuncia, di investigazione, sotto la  superficie del racconto?
A La7 non abbiamo grandissimi quiz show a dire il vero, quindi il mio  racconto, come ho già detto qualche volta, è piuttosto salgariano sul  punto. Quello che cercavo, proponendo la storia di Nick e ambientandola  nello Show business, era la storia di un uomo socialmente realizzato dal  punto di vista lavorativo. Per questo, probabilmente, il protagonista  sarebbe potuto essere un manager di una multinazionale o un importante uomo d’affari. Il punto della questione è nella frase iniziale, una citazione da Tremore e Timore di Kierkeegard, un libro letteralmente incendiario che non smetterò mai di consigliare, una sorta di sfida al lettore, a rimanere distaccato nell’ascesa di Nick Donati, a farsi domande. La televisione offriva la possibilità di un’immediata equazione: realizzazione professionale=successo, privato e pubblico. E’ questa equazione che ho provato, con questo piccolo romanzo, a scardinare.

2) Nel precipitare di Nick, nella sua vicenda tormentata, ho colto una forte contrapposizione fra la vacuità del contesto e dei rapporti lavorativi e il calore, reale o soltanto desiderato, degli affetti famigliari e interpersonali … ancora una volta non ci resta che “arrenderci” all’utilità dell’amore, al suo essere antidoto contro l’inganno quotidiano ?
Credo che, fortunatamente per certi versi, non ci libereremo mai di  questo concetto d’amore. Credo si tratti di un ideale cristiano secolarizzato, l’irruzione di senso in una realtà indifferente, a pezzi, qualcosa capace di rimettere in fila tutte le nostre esperienze,  anche le nostre sconfitte, ricoprendole di significato. In Agostino, uno dei più grandi pensatori della storia dell’umanità, l’amore (che  ovviamente è amore di Dio) è esattamente questo. Non so se sia un bene applicarlo oggi, se sia ancora possibile intendo, in qualche modo si tratta di una resa totale.

3) La tua biografia ci informa che da qualche tempo (“per ragioni  imponderabili”) sei iscritto alla Facoltà di Filosofia… è sorprendente scoprire che c’è ancora qualcuno che intraprende un cammino “per ragioni imponderabili”, ci vuoi dire di più?
In realtà mi sono iscritto alla facoltà di Filosofia per ragioni meramente pratiche: ero costretto a casa per un lungo periodo per un brutto incidente. Quello che però è successo dopo è stato completamente inaspettato. Ho passato decine di notti in piedi sul letto citando Heidegger, Kant, Platone, Plotino, Hegel. La filosofia ha  cambiato completamente la mia vita. Lo scorso gennaio mi sono laureato con una tesi (davvero mediocre) su Agostino. A settembre, dopo aver provato a scrivere il mio secondo romanzo, credo che mi iscriverò alla specialistica. Mi manca l’università, quella disorganizzazione totale compensata da incontri inaspettati con professori di un livello eccellente.

4) Quando si conclude un romanzo come il tuo, una storia che si regge su una promessa di redenzione, viene sempre una curiosità… che fine farà il protagonista dopo l’ultima pagina, riuscirà Nick Donati a scovare il suo porto sicuro nel mondo ?
Non penso che i personaggi come Nick Donati abbiano necessità di trovare un porto sicuro, non sono certo nemmeno di aver ben chiaro cosa significhi questa figura. La decisione di lasciare un finale aperto
offre la possibilità a tutti di avere la propria visione sul futuro del protagonista. Credo che molto dipenda da come si legge il finale, se si tratti di una sanzione o della possibilità di installarsi in una nuova fase.

5) Le esperienze della vita ci aiutano a determinare una nostra idea di benessere, qual è la tua?
Sono una persona fondamentalmente inquieta. Il mio benessere credo sia nell’aver accettato questa ‘natura’ (un termine quanto mai equivoco che impiego per semplificare).

6) In che modo la letteratura e l’arte possono supportare una visione di  vivere sostenibile?
L’arte e la letteratura possono rendere la vita sostenibile rendendola, per paradosso, insostenibile. Il loro compito precipuo mi sembra quello di spostare la visuale, di creare nuove connessioni, di ‘usare’ gli artisti per dirci che c’è un residuo che ci sfugge sempre, in  continuazione e con cui dobbiamo fare i conti sapendo che non ne  verremmo mai completamente a capo.

Antonia Santopietro

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Simone Costa | Intervista ZEST